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Full text of "I dialetti delle regioni d'Italia"

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THE LIBRARY 

OF 

THE UNIVERSITY 

OF CALIFORNIA 

LOS ANGELES 



Sansoni Università 



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i dialetti 

plelle regioni d'Italia 



B. Devoto 
à. Giacomelli 

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Sansoni Università 




Copyright © 1972 by G. C. Sansoni S.p.A. - Firenze 



l'Ili 



a CARLO BATTISTI 

L-^ per i suoi novant'anni 

due vecchi amici 



XI 6^8376 



INTRODUZIONE 



Questo libro è nato dai commenti dialettologici della 
grande raccolta di monografie regionali, pubblicata, sotto 
il titolo TUTTITALIA, dalla casa Sansoni, fra gli anni 
1961 e 1967. Le unità nelle quali il libro si scompone 
corrispondono alle regioni previste dalla Costituzione ita- 
liana. Ma il libro si propone uno scopo più ambizioso di 
una raccolta comparativa di tutti i dialetti italiani che 
continuano con maggiore o minore fedeltà il latino par- 
lato un tempo. Questo compito prevalentemente tecnico è 
lasciato alle opere elencate nella bibliografia di questo 
volume alla p. IX. 

Lo scopo del libro, triplice, è quello invece di illustrare 
le forze in gioco che hanno agito prima perché la conipat- 
tezza del latino fosse incrinata, poi perché, arginato il pro- 
cesso di frammentazione o disgregazione, cominciassero e si 
facessero sentire, con maggiore o minore fortuna, elementi 
di concentrazione e ricostruzione. Dal primo punto di vi- 
sta, la crisi virtuale del latino comincia alla fine del primo 
secolo a. C, quando il latino viene chiamato a un con- 
fronto con le lingue parlate a quel tempo in tutt'Italia, 
con risultati contrastanti. Da una parte si ebbero così i 
risultati delle tradizioni linguistiche che non si influenza- 
rono in Sardegna, in Toscana, nel Salento, nelle isole del- 
l'estuario veneto. Dall'altra l'intera valle padana, per ra- 
gioni dirette o indirette, subì profondamente l'influsso di 
modelli gallici e diede vita a un latino parlato che noi 
chiamiamo, a causa dei suoi caratteri comuni, « gallo- 
italico ». E in quell'Italia centro-meridionale, detta « me- 
diana », definita dal corso meridionale del fiume Esino, e 
da quello orientale del Tevere, il latino fu invece forte- 
mente influenzato da tradizioni linguistiche umbre e san- 
nitiche e formò un territorio dialettale abbastanza unitario 
a cui spetta l'attributo comune di « umbro-sannitico ». 
La seconda tesi fondamentale del libro è che l'alterazione 
e frammentazione del latino non avviene mai a livello re- 
gionale, attraverso un latino colorito regionalmente, ma 
attraverso i tanti latini corrispondenti alle pievi, alle unità 



VI / dialetti delle regioni d'Italia 

rurali, ai proprietari delle piccole corti, all'interno delle 
quali si trasmetteva, da una generazione all'altra, e in 
modo sempre meno controllato e rigoroso, il povero voca- 
bolario dell'agricoltore, dell'artigiano nei suoi sentimenti 
elementari, del fedele in ascolto della periodica spiegazione 
del vangelo. 

La terza meta che ci siamo prefissi consiste nel dimostrare 
che il processo di ricostruzione non riprende vecchi schemi. 
Lo promuovono gli ampliamenti di orizzonte, qualunque 
sia la forza che li determina: ampliamento di orizzonti 
commerciali ed economici, ampliamento di orizzonti di- 
sciplinari, religiosi o laici, di forze politiche che irradiano 
da centri di potere più lontani. Nessuna regione italiana 
ha avuto una storia linguistica unitaria. Nessuna storia re- 
gionale può fare a meno delle esperienze linguistiche del 
suo territorio. Alla fine di questa lettura, il lettore avrà 
fatto l'esperienza incomparabile di un condensato della 
storia d'Italia, una e varia, sidla base delle testimonianze 
linguistiche. 

Sono escluse dalla trattazione le tradizioni linguistiche 
estranee a quella italiana, e cioè provenzale nel Piemonte, 
franco-provenzale nel Piemonte e nella Val d'Aosta, tede- 
sca nel Piemonte, nella Val d'Aosta, nel Veneto, nel Tren- 
tino-Alto Adige, nel Friuli-Venezia Giulia, slovena nel 
Friuli-Venezia Giulia, serbo-croata nel Molise, albanese in 
tutte le regioni meridionali, greca in Calabria e nel Sa- 
lente, catalana in Sardegna. Sono esclusi anche i dialetti 
italiani parlati fuori dei confini politici del nostro paese. 
Si è mirato soprattutto a una caratterizzazione delle varie 
parlate: l'esposizione grammaticale e lessicale è quindi 
tutt'altro che esaustiva. Come è stato già detto, l'ampia 
bibliografia ha lo scopo di completare, nei limiti attuali 
della ricerca dialettologica, il quadro linguistico di ogni 
regione. Da essa sono escluse sia opere troppo particolari 
sia opere di interesse più vasto che pure si raccomandano 
ai lettori: tra queste Le origini delle lingue neolatine di 
Carlo Tagliavini, che ci dà una classificazione estrema- 
mente chiara e precisa dei dialetti italiani, e il Dizionario 
Etimologico Italiano di Carlo Battisti e Giovanni Alessio, 
ricco di termini regionali, nonché il Romanisches Etymo- 
logisches Wòrterbuch di W. Meyer-Lùbke. Nelle singole 
trattazioni bibliografiche le suddivisioni per categoria sono 
da considerare puramente indicative. 
Ai titoli raccolti nella bibliografia si richiamano quelli 



Introduzione VII 

che nelle note del testo sono citati privi di ulteriori indi- 
cazioni; altre utili abbreviazioni si ottengono all'interno dei 
singoli capitoli per mezzo del solo nome dell'autore. Con 
ROHLFS si indica dappertutto la Grammatica della lingua 
italiana e dei suoi dialetti, in tre volumi, di questo stu- 
dioso, con Bertoni // volumetto dell'Italia dialettale. Le 
opere di carattere generale precedono sempre, nelle cita- 
zioni, quelle di carattere particolare. 

Nel testo, la grafia fonetica è semplificata al massimo. 
Quando non ci son ragioni particolari si utilizza quella 
corrente; quando si rende necessaria una precisazione s e s 
rappresentano la S sorda e quella sonora (raso, rosa), z e i 
la Z sorda e sonora (vezzo, mezzo). Limitatissimo è l'uso 
di s per la sibilante palatale di sciame; un po' più fre- 
quente quello di d per il suono cacuminale. Il maiusco- 
letto indica la forma tipizzata. 

Completano il libro uno schema dei principali tipi di vo- 
calismo che risultano fondamentali per una caratterizza- 
zione dei dialetti italiani e alcune cartine che mostrano la 
diffusione geografica di particolari fenomeni: esse sono di- 
segnate in base ai dati dell'Atlante Italo-Svizzero, tranne 
che nel caso della settima che Luciano Giannelli ha pre- 
parato usufruendo di sue personali ricerche sulla gorgia 
toscana. 

I tre indici con cui si conclude il volume sono stati com- 
pilati da Carla Mancini. 

La responsabilità del lavoro è comune ai due autori. Per 
la precisione si ricordi che la parte storica e grammaticale 
è dovuta esclusivamente a Giacomo Devoto, la parte les- 
sicale e bibliografica a Gabriella Giacomelli. 
Gli autori vogliono dedicare il libro a un venerando ami- 
co, Carlo Battisti, nel suo novantesimo anniversario. 

GIACOMO DEVOTO GABRIELLA GIACOMELLI 



Indice delle abbreviazioni 



A.A. Colombaria - Atti dell'Accademia di Scienze e Lettere 
« La Colombaria », Firenze. 

A.A.A. - Archivio per l'Alto Adige, Gleno (poi Firenze). 

A.G.L - Archivio Glottologico Italiano, Torino. 

A.LS. - Karl Jaberg e Jacob Jud - Sprach und Sachatlas Ita- 
liens und der Sudschweiz, Zòfingen. 

A.L.L - Atlante Linguistico Italiano, Torino. 

A.R. - Archivum Romanicum, Ginevra (poi Firenze). 

Atti Acc. Torino - Atti della R. Accademia delle Scienze di 
Torino, Torino. 

Atti Ist. Ven. - Atti dell'Istituto veneto di Scienze, Lettere e 
Arti, Venezia. 

B.A.L.I. - Bollettino dell'Atlante Linguistico Italiano, Udine (poi 
Torino). 

B.C.D.I. - Bollettino della Carta dei Dialetti italiani, Bari. 

B.D.R. - Bullettin de Dialectologie Romane, Bruxelles (poi 
Amburgo). 

C.P. C.D.I. - Convegno per la Preparazione della Carta dei 
Dialetti Italiani, Messina. 

E.I. - Enciclopedia Italiana, Roma. 

I.D. - Italia Dialettale, Pisa. 

L.N. - Lingua Nostra, Firenze. 

Mem. Ist. Lomb. - Memorie dell'Istituto Lombardo di Scienze e 
Lettere, Milano. 

R.D.R. - Revue de Dialectologie Romane, Bruxelles (poi Am- 
burgo). 

Rend. Ist. Lomb. - Rendiconti dell'Istituto Lombardo di Scienze 
e Lettere, Milano. 

R.L.R. - Revue de Linguistique Romane, Parigi. 

Roman. Forsch. - Romanische Forschungen, Erlangen - Fran- 
coforte sul Meno. 

S.F.I. - Studi di Filologia Italiana (Bollettino annuale dell'Ac- 
cademia della Crusca). 

S.L.I. - Studi Linguistici Italiani, Friburgo. 

S.R. - Studi Romanzi. 

St. Gì. - Studi Glottologici Italiani, Roma. 

Z.R. - Zeitschrift fùr Romanische Philologie, Lipsia (poi Tu- 
binga). 



BIBLIOGRAFIA 



ITALIA 



ASPETTI GENERALI 



C. Battisti, Nuovi indirizzi collettivi della dialettologia 
italiana, B.C.D.I. 2, 1967, pp. 55-71. 

R. A. Hall Jr., Bibliografia della linguistica italiana (voi. 
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X / dialetti delle regioni d'Italia 

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Id., Incursiones de geografìa linguìstica a través de Italia, 
ora in Estudios sobre geografìa linguìstica de Italia, 
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Id., La struttura linguistica dell'Italia, ora in Studi e ri- 
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6-25. 

Id., L'Italia dialettale (dal Piemonte in Sicilia), ora in 
Studi e ricerche..., cit., 1972, pp. 26-31. 

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pp. 364-373. 



Bibliografia xi 

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XII / dialetti delle regioni d'Italia 

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PIEMONTE 

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fonetica E MORFOLOGIA 

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J G. Toppino, // dialetto di Castellinaldo, A.G.I. 16, 1902- 
1904-1905, pp. 517-548; S.R. 10, 1913, pp. 1-104. 

lessico 

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Bibliografìa xiii 

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G. Gavuzzi, Vocabolario piemontese-italiano, Torino-Ro- 
ma 1891. 

C. Grassi, Analisi delle caratteristiche lessicali della Val 
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65; 8, 1957, pp. 63-74. 

A. Levi, Dizionario etimologico piemontese, Torino 1927. 

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rino 1970. 

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dico ed alfabetico, Alessandria 1903. 

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LIGURIA 

aspetti generali 

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G. I. Ascoli, Del posto die spetta al ligure nel siste- 
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D. Giannarelli, Caratteri generali dei dialetti lunigianesi, 
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C. Merlo, Liguria: dialetti, E.I. 21, 1934, p. 135. 

G. Petracco Sicardi, / dialetti liguri, CP. CDI, 1965, 
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FONETICA E MORFOLOGIA 

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A. GiSMONDi, Ortografìa e pronunzia zeneìse, Genova 
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JN. Maccarrone, Di alcuni parlari della media vai dì Ma- 
gra A.G.I. 19, 1923, pp. 1-128. 

C. Merlo, Appunti sul dialetto della Spezia, I.D. 12, 
1936, pp. 211-215. 
J Id., Contributo alla conoscenza dei dialetti della Liguria 
odierna, I.D. 14, 1938, pp. 23-58. 



XIV / dialetti delle regioni d'Italia 

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pendice lessicale. Cultura Neolatina 8, 1948, pp. 65-72. 

E. G. Parodi, Studi liguri, A.G.I. 14, 1898, pp. 1-110; 
15, 1899, pp. 1-82; 16, 1902-1904-1905, pp. 105-161; 
pp. 333-365. 

Id., Intorno al dialetto d'Ormea, S.R. 5, 1907, pp. 89-122. 

B. ScHADEL, Die Mundart von Ormea, Halle 1903. 

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G. Frisoni, Dizionario genovese-italiano e italiano-geno- 
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C. Merlo, Contributi alla conoscenza dei dialetti della 
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1-32; 19, 1954, pp. 143-176; 20, 1955-56, pp. 1-28; 21, 
1956-57, pp. 1-47. 

A. Paganini, Vocabolario domestico genovese-italiano, Ge- 
nova 1968. 



LOMBARDIA 

ASPETTI GENERALI 

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lessico 

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XVI / dialetti delle regioni d'Italia 

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VENETO 

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C. Battisti, (Tre) Venezie: dialetti, E.I. 35, 1937, pp. 

103-104. 

Id., Ricerche di linguistica veneta. Studi Goriziani 30, 

1961, pp. 1-76. 
G. Devoto, Per la storia della latinità euganea, ora in 

Scritti minori I, Firenze 1958, pp. 356-366. 
G. B. Pellegrini, Correnti linguistiche nell'area veneta, 

Actes X Congrès International Linguistique Philologie 

Romanes, 1965, I, pp. 331-341. 
Id., L'individualità storico-linguistica della regione veneta, 

Studi mediolat. -volgari 13, 1965, pp. 143-161. 
Id., // confine ladino-veneto nel bacino del Cordevole, 

k.k.k. 57, 1963, pp. 331-363. 

fonetica e morfologia 

e. Battisti, La posizione dialettale di Cortina d'Ampez- 
zo, Firenze 1947. 
^ T. Cappello, Note di fonetica bellunese, Atti Ist. Ven. 
156, 1957-58, pp. 67-95. 



Bibliografia xvii 

/G. C. Lepscky, Fonematica veneziana, I.D. 25, 1962, pp. 
1-22. 
Id., Morfologia veneziana, I.D. 26, 1963, pp. 129-144. 
L. LuzzATTO, / dialetti moderni delle città di Venezia e 
Padova. {Parte I, Analisi dei suoni), Padova 1892. 
/ G. Mafera, Profilo fonetico-morfologico dei dialetti da Ve- 
nezia a Belluno, I.D. 22, 1958, pp. 131-184. 
G. B. Pellegrini, Le interdentali nel Veneto, Atti La- 
borat. Fonetica Università Padova, 1, 1949, pp. 25-38. 
/Id., Schizzo fonetico dei dialetti agordini. Atti Ist. Ve- 
neto 113, 1954-55, pp. 281-424. 
A. Prati, / troncamenti nel Veneto e un'esortazione agli 
studiosi, B.D.R. 6, 1915, pp. 89-96. 

LESSICO 

M. Andrei s, Vocabolario storico-etimologico fraseologico 
del dialetto vicentino, Vicenza 1968. 

G. Beltramini - E. Donati, Piccolo dizionario veronese- 
italiano, Verona 1963. 

G. BoERio, Dizionario del dialetto veneziano, Venezia 
1867^. 

T. Cappello, Contributo alla conoscenza dei dialetti bel- 
lunesi, Atti Ist. Ven. 116, 1957-58, pp. 1-66. 

H. y. Frey, Per la posizione lessicale dei dialetti veneti, 
Venezia-Roma 1962, 

A. Maioni, Cortina d'Ampezzo nella sua parlata, Forlì 
1929. 

P. Mazzucchi, Dizionario polesano-italiano, Rovigo-Cre- 
mona 1907. 

B. Migliorini - G. B. Pellegrini, Dizionario del feltrino 
rustico, Padova 1971. 

G. Nazari, Dizionario bellunese-italiano, Belluno-Oderzo 
1884. 

A. P. Ninni, Scritti dialettologici e linguistici veneti, Ve- 
nezia 1889-1891. 

L. Pajello, Dizionario vicentino-italiano e italiano-vicen- 
tino, Vicenza 1896. 

G. L. Patuzzi - G. e a. Bolognini, Dizionario veronese- 
italiano. Verona 1901. 

G. B. Pellegrini, Note etimologiche venete e ladine, A.A. 
Colombaria III, 17, 1952, pp. 167-187. 



XVIII / dialetti delle regioni d'Italia 

G. Piccio, Dizionario veneziano-italiano, Venezia 1928^. 

A. Prati, Etimologie venete a cura di G. Polena e G. B. 
Pellegrini, Venezia 1968. 

C. Tagliavini, // dialetto del Comelico, Ginevra 1926 
(= A.R. 10, 1926, pp. 1-200). 

Id., // dialetto del Livinallongo. Saggio lessicale, Bolzano 
1934 (= A.A.A. 28, 1933, pp. 331-380; 29, 1934, pp. 
53-220; 643-794). 

Id., Nuovi contributi alla conoscenza del dialetto del Co- 
melico, Venezia 1944. 

E. Zanette, Dizionario del dialetto di Vittorio Veneto, 
Treviso 1955. 

G. Zanotto, Vocabolario veneto-italiano, Padova 1959. 



TRENTINO-ALTO ADIGE 

aspetti generali 

T. Bertoldi, Bibliografia dialettale trentina, B.C.D.I. 3, 
1968, pp. 39-77. 



C. Battisti, Studi di storia linguistica e nazionale del 
Trentino, Firenze 1922. 

Id., Popoli e lingue dell'Alto Adige, Firenze 1931. 

Id., Storia linguistica e nazionale delle valli dolomitiche 
atesine, Firenze 1941. 

Id., Osservazioni sui dialetti ladini dell'Alto Adige, L'Uni- 
verso 26, 1946, pp. 167-180. 

Id., La distribuzione attuale delle lingue italiana e tede- 
sca nell'Alto Adige, A.A.A. 55, 1961, pp. 217-235. 

Id., // problema storico-linguistico del ladino dolomitico, 
A.A.A. 57, 1963, pp. 297-330. 

Id., La classificazione dei dialetti trentini, Firenze 1970. 

B. Gerola, Correnti linguistiche e dialetti neolatini nel- 
l'area retica, Roma 1939. 

G. B. Pellegrini, Classificazione delle parlate ladine, Stu- 
di Trentini Scienze Storiche 47, 1968, pp. 323-341. 



Bibliografia xix 

A. Prati, L'italiano e il parlare della Valsugana, Roma 

1917. 
G. Rohlfs, La posizione linguistica del ladino, ora in 

Studi e ricerche..., cit., 1972, pp. 125-131. 
G. ToMASiNi, Profdo linguistico della regione tridentina, 

Trento 1960. 
Id., / dialetti trentini, CP.CDI., 1965, pp. 93-105. 

FONETICA E MORFOLOGIA 

yc. Battisti, Le premesse fonetiche e la cronologia del- 
l'evoluzione di a nel Ladino centrale, I.D. 2, 1926, 
pp. 50-84. 

W. Th. Elwert, Die Mundart des Fassatals, Heidelberg 
1943. 
^ Th. Gartner, Rdtoromanische Grammatik, Heilbronn 
1883. 

L. Heilmann, La parlata di Moena nei suoi rapporti con 
Flemme e con Fassa. Saggio fonetico e fonematico, Bo- 
logna 1955. 

V. Menegus Tamburin, // dialetto dei paesi cadorini 
d'Oltre Chiusa: S. Vito, Borea, Vodo, Ampezzo, Bel- 
luno 1959. 

F. Minach - T. Gruber, La rusneda de Gherdeina. Saggio 
per una grammatica ladina, Bolzano 1952. 

i R. L. Politzer, Beitrag zur Phonologie der Nonsberger 
Mundart, Innsbruck 1967. 

G. Tomasini, Le palatali nei dialetti del Trentino, Mi- 
lano 1955. 

lessico 

L. Groff, Dizionario trentino-italiano, Trento 1955. 

L. Cesarini Sforza, // dialetto trentino confrontato col 
toscano e coll'italiano propriamente detto. Rovereto 
1895. 

G. S. Martini, Vocabolarietto badiotto-italiano, Firenze 
1950. 

Id., Vocabolarietto gardenese-italiano, Firenze 1955. 

G. Pedrotti e V. Bertoldi, Nomi dialettali delle piante 
indigene del Trentino e della Ladinia dolomitica, Tren- 
to 1930. 



XX / dialetti delle regioni d'Italia 

A. Prati, Dizionario valsuganotto, Firenze 1960. 

E. Quaresima, Vocabolario anaunìco e solandro, Roma 

1964. 
V. Ricci, Vocabolario trentino-italiano, Trento 1904. 



FRIULI-VENEZIA GIULIA 

aspetti generali 

e. Battisti, Storia della questione ladina, Firenze 1937. 
M. Doria, Rassegna linguistica giuliana, Pagine Istriane 

III, 7, 1956, pp. 44-46. 
Id., Bibliografie giuliana, istriana e dalmatica, B.C.D.I. 

1, 1966, pp. 169-175. 



G. I. Ascoli, // dialetto tergestìno, A.G.I. 10, 1886-88, 
pp. 441-465. 

M. Bartoli e G. Vidossi, Alle porte orientali d'Italia, 
Torino 1945. 

C. Battisti, Istria alloglotta, I.D. 9, 1933, pp. 136-171. 

Id., // friulano letterario e le sue premesse. Studi Goriziani 
19, 1956, pp. 9-20. 

M. Deanovic', Studi istrioti, Studia Romanica, 1, 1956, 
pp. 3-50. 

Id., Sull'istrioto, in Atti Vili Congresso Studi Romanzi, 
2, 1960, pp. 505-513. 

M. Doria, Sulle origini del dialetto triestino, Pagine Istria- 
ne III, 6, 1955, pp. 47-50. 

G. B. Pellegrini, Tra friulano e veneto a Trieste, Com- 
munications... P'' Congrès International Dialectologìe 
Generale, Lovanio 1, 1964, pp. 199-207. 

G. Vidossi, Lingue e dialetti ai confini orientali d'Italia, 
Torino 1947. 

H. Wengler, Die heutige Mundart von Zara in Dalma- 
tien, Halle 1915. 

fonetica e morfologia 

J B. Bender, G. Francescato, Z. Salzman, Friulan Pho- 
nology. Word 8, 1952, pp. 216-223. 



Bibliografia xxi 

>/'G. Francescato, Fonologia friulana, Ce Fasta? 27-28, 
1951-52, pp. 5-11. 

Id., Saggi sul vocalismo tonico friulano, Atti Acc. Udine 
S. VII, 1957-1960, 1. 

G. Francescato, Uno studio sulla dialettologia del Friu- 
li, Communications... 1^'' Congrès International Dialec- 
tologie Generale, 4, 1965, pp. 122-129. 

Id., Dialettologia friulana, Udine 1966. 

Id., Studi linguistici sul friulano, Firenze 1971. 

P. G. GoiDANicH, Intorno alle reliquie del dialetto ter- 
gestino-muglisano, ora in Saggi linguistici, Modena 
1940, pp. 197-208. 

Th. Gartner, Die Mundart von Erto, Z.R.Ph. 16, 1892, 
pp. 183-209; 308-371. 

A. IvE, / dialetti ladino-veneti dell'Istria, Strasburgo 
1900. 

B. Marchetti, Lineamenti di grammatica friulana, Udi- 
ne 19672. 

C. S al V IONI, Nuovi documenti per le parlate muglisana 
e tergestina, Rend. Ist. Lomb. II, 41, 1908, pp. 573-590. 

G. ViDOSsi, Studi sul dialetto triestino, Archeografo Trie- 
stino, 23, 1900, pp. 239-304. 
^ C. ViGNOLi, // parlare di Gorizia e l'italiano, Roma 1917. 

lessico 

E. KosoviTZ, Dizionario-vocabolario del dialetto triestino 
e della lingua italiana, Trieste 1868. 

A. Lazzarini, Vocabolario scolastico friulano-italiano, Udi- 
ne 1930. 

G. B. Pellegrini, Criteri per una classificazione del les- 
sico 'ladino', Studi linguistici friulani 1, 1969, pp. 7-39, 

G. Pinguentini, Nuovo dizionario del dialetto triestino, 
Bologna 1969. 

G. A. Pirona, e. Carletti, G. B. Coronali, // nuovo 
Pirona. Vocabolario friulano, Udine 1967. 

E. Rosamani, Vocabolario giuliano, Bologna 1958. 



XXII / dialetti delle regioni d'Italia 

EMILIA-ROMAGNA 

ASPETTI GENERALI 

G. C. Vincenzi, Bibliografia dialettale dell'Emilia-Roma- 
gna, B.C.D.I. 3, 1968, pp. 81-130. 



G. Bertoni, Emilia: dialetti, E.I. 13, 1932, pp. 905-906. 

F. ScHiJRR, La posizione storica del romagnolo fra i dia- 
letti contermini, R.L.R. 9, 1933, pp. 203-228. 

Id., Profilo dialettologico della Romagna, Orbis 3, 1954, 
pp. 471-485. 

FONETICA E MORFOLOGIA 

G. Bertoni, // dialetto di Modena, Torino 1905. 

Id., Profilo storico del dialetto di Modena, Ginevra 1925. 
G. Bottiglioni, Fonologia del dialetto imolese, Pisa 1919. 
M. Casella, Fonologia del dialetto di Fiorenzuola, S.R. 
17, 1922, pp. 5-71. 

F. Coco, // dialetto di Bologna, Bologna 1970. 

A. Gaudenzi, / suoni, le forme e le parole dell'odierno 
dialetto della città di Bologna, Torino 1889. 

E. Gorra, Fonetica del dialetto di Piacenza, Z.R.Ph. 14, 
1890, pp. 133-158. 

P. Mainoldi, Manuale dell'odierno dialetto bolognese, Bo- 
logna 1950. 

G. Malagoli, Fonologia del dialetto di Lizzano in Bel- 
vedere, I.D. 6, 1930, pp. 125-196. 

Id., Appunti di morfologia e di sintassi del dialetto di 
Lizzano in Belvedere, I.D. 16, 1940, pp. 191-211. 

Id., Intorno ai dialetti dell'alta montagna reggiana, I.D. 
19, 1954, pp. 1-29; 111-142. 

A. MussAFiA, Darstellung der romagnolischen Mundart, 
Vienna 1871. 

A. Pignoli, Fonetica parmigiana, Torino 1904. 

F. ScHiJRR, Romagnolische Mundarten. Sprachproben in 
phonetischer Transkription, Vienna 1917. 

Id., Romagnolische Dialektstudien I-II, Vienna 1918-1919. 



Bibliografia xxiii 

1d., Nuovi contributi allo studio dei dialetti romagnoli, 
Rend. Ist. Lomb., II, 89-90, 1956, pp. 121-145; 313-353; 
455-475; 663-692. 

A. Trauzzi, Sulla fonetica e sulla morfologia del dialetto 
bolognese, Bologna 1901. 

LESSICO 

C. CoRONEDi Berti, Vocabolario bolognese-italiano, Bo- 
logna 1869-1874. 

G. Carpi e V. Pavarini, Dizionario parmigiano-italiano, 
Cremona 1966. 

L. Ercolani, Vocabolario romagnolo-italiano, Ravenna 
1960. 

L. Ferri, Vocabolario ferrarese-italiano, Ferrara 1889. 

L. Foresti, Vocabolario piacentino-italiano. Piacenza 
1883^ 

A. Guastalla, Dizionario dialettale: dal dialetto guastal- 
lese alla lingua nazionale, Guastalla 1929. 

P. Mainoldi, Vocabolario del dialetto bolognese, Bologna 
1967. 

G. Malagoli, Lessico del dialetto di Lizzano in Belve- 
dere, I.D. 17, 1941, pp. 195-228. 

C. Malaspina, Vocabolario parmigiano-italiano, Parma 
1856-1859. 

E. Maranesi, Vocabolario modenese-italiano, Modena 
1893. 

A. Mattioli, Vocabolario romagnolo-italiano, Imola 1879. 

A. Menarini, / gerghi bolognesi, Modena 1942. 

Id., Bolognese invece. Ricerche dialettali, Bologna 1964. 

Id., Fra il Savena e il Reno, Ricerche dialettali bolognesi, 
Bologna 1969. 

E. Meschieri, Vocabolario mirandolese-italiano, Bologna 
1876. 

A. MoRRi, Vocabolario romagnolo-italiano, Faenza 1840. 

C. Pariset, Vocabolario parmigiano-italiano, Parma 1885- 
1892. 

P. Sella, Glossario latino-emiliano, Città del Vaticano 
1937. 

G. Ungarelli, Vocabolario del dialetto bolognese, Bolo- 
gna 1901. 



XXIV / dialetti delle regioni d'Italia 

TOSCANA 

ASPETTI GENERALI 

G. Devoto, Protostoria fiorentina, ora in Scritti minori, I, 
cit., pp. 367-376. 

C. Merlo, Lazio sannita ed Etruria latina?, Studi Etruschi 
1, 1927, pp. 303-311 (riprodotto in parte in Saggi lin- 
guistici, 1959, p. 101-109). 

G. Nencioni, Essenza del toscano, La rassegna della let- 
teratura italiana, aprile 1959, pp. 3-21. 
A. ScHiAFFiNi, Toscana: dialetti, E.I. 34, 1937, pp. 99-101. 

FONETICA, MORFOLOGIA, SINTASSI 

R. Ambrosini, Caratteristiche del lucchese, CP.CDI 1964, 
pp. 111-118. 

G. I. Ascoli, Saggi aretini, A.G.I. 2, 1876, pp. 443-453. 

A. Castellani, Precisazioni sulla gorgia toscana in Actes 
IX^ Congrès International de Linguistique Romane, 
Lisbona 1961, pp. 241-262. 

G. Contini, Per una interpretazione strutturale della co- 
siddetta « gorgia » Toscana in Actes IX^ Congrès Inter- 
national de Linguistique Romane, Lisbona 1961, pp. 
263-281. 

G. De Gregorio, // dialetto fiorentino volgare e la lingua 
italiana, St. Gì. 6, 1912, pp. 41-77. 

P. Fiorelli, Senso e premesse di una fonetica fiorentina, 
L.N. 13, 1952, pp. 57-64. 

R. Giacomelli, Esplorazioni linguistiche in Lucchesia, 
A.G.I. 43, 1958, pp. 108-131. 

M. Luers, Beitrdge zur Syntax der toskanischen Umgangs- 
sprache, Amburgo 1942. 

D. PiERACCiONi, Vernacolo fiorentino di ieri e di oggi, 
L.N. 11, 1950, pp. 95-97. 

S. Pieri, Note sul dialetto aretino, Pisa 1886. 

Id., Fonetica del dialetto lucchese, A.G.L 12, 1890-92, pp. 

107-134. 
Id., Fonetica del dialetto pisano, A.G.I. 12, 1890-92, pp. 

141-160. 
Id., Appunti morfologici concernenti il dialetto lucchese e 

il pisano, A.G.I. 12, 1890-92, pp. 161-180. 



Bibliografia xxv 

ID., // dialetto della Versilia, Z.R.Ph. 28, 1904, pp. 161-191. 

C. Salvioni, Appunti sull'antico e moderno lucchese, 
A.G.I. 16, 1902-1904-1905, pp. 395-477. 

M. SiGG, Die Deminutivsuffixe im Toskanìschen, Berna 
1954. 

R. Stefanini, Funzioni e comportamento di /e/ (e, e') pro- 
clitica nel fiorentino d'oggi, I.D. 32, 1969, pp. 10-26. 

Id., Comportamento di /kw/ in fiorentino, in Mille: I di- 
battiti del Circolo Linguistico Fiorentino, Firenze 1970, 
pp. 219-222. 

LESSICO 

U. Cagliaritano, Vocabolario senese, Siena 1968-1969. 

G. Cocci, Vocabolario versiliese, Firenze 1956. 

M. CoRTELAzzo, Vocabolario marinaresco elbano, I.D. 28, 
1965, pp. 1-124. 

M. DiODATi Caccavelli, Vocabolario dell'isola d'Elba, 
I.D. 29, 1966, pp. 78-322; 30, 1967, pp. 167-180; 31, 
1968, pp. 38-91; 32, 1969, pp. 63-131. 

P. Fanfani, Vocabolario dell'uso toscano, Firenze 1863. 

Id., Voci e maniere del parlar fiorentino, Firenze 1870. 

G. Fatini, Vocabolario amiatino, Firenze 1953. 

P. Giacchi, Dizionario del vernacolo fiorentino, Roma 
1878. 

G. Gigli, Vocabolario cateriniano, Firenze 1866. 

A. Lombardi, B. Bocci, F. Iacometti, C. Mazzoni, Rac- 
colta di voci e modi di dire in uso nella città di Siena 
e nei suoi dintorni, Siena 1944. 

V. LoNGO, // dialetto di Pitigliano in provincia di Gros- 
seto, I.D. 12, 1934, pp. 19-34; 103-148. 

Id., Saggio di lessico dei dialetti dell' Amiata, I.D. 18, 1942, 
pp. 167-188; 19, 1943-44, pp. 51-110. 

G. Malagoli, Vocabolario pisano, Firenze 1939. 

E. Nicchiarelli, Studi sul lessico del dialetto di Cortona, 
Annuario Accademia Etrusca Cortona, 3-4, 1938, pp. 
132-195. 

I. Nieri, Vocabolario lucchese, Lucca 1901. 

F. Redi, Vocabolario di alcune voci aretine, Arezzo 1928. 



XXVI / dialetti delle regioni d'Italia 

MARCHE 

ASPETTI GENERALI 

G. Malagoli, Dialettologia marchigiana, Le Marche 9, 
1909, pp. 226-248. 



G. Crocioni, Lo studio del dialetto marchigiano di A. 

Neumann-Spallart, S.R. 3, 1905, pp. 113-134. 
Id., Marche: dialetti, E.I. 22, 1934, pp. 232-233. 
A. Neumann - RiTTER voN Spallart, Zur Charakteristik 

des Dialektes der Marche, Z.R. Ph. 29, 1904, pp. 273- 

315; 450-491. 
Id., Welter e Beitrdge zur Charakteristik des Dialektes der 

Marche, Halle 1907. 

F. Parrino, Per una carta dei dialetti delle Marche, 
B.C.D.I. 2, 1967, pp. 1-52. 

G. B. Pellegrini, / dialetti in Marche a cura di E, Bevi- 
lacqua, Torino 1961, pp. 196-204. 

fonetica e morfologia 

P. BoNViciNi, // dialetto di Fermo e del suo circondario. 
Fermo 1961. 

A. Camilli, // dialetto di Servigliano (Ascoli Piceno), 
A.R. 13, 1929, pp. 220-271. 

G. Crocioni, // dialetto di Arcevia (Ancona), Roma 1906. 

R. Gatti, // parlare di Jesi e l'italiano, Iesi 1926. 

G. Mastrangelo Latini, Caratteristiche fonetiche dei par- 
lari della bassa valle del Tronto, I.D. 29, 1966, pp. 1-48. 

lessico 

E. Conti, Vocabolario metaurense. Cagli 1898. 

F. Egidi, Dizionario dei dialetti piceni fra Aso e Tronto, 
Montefìore dell'Aso 1965. 

G. GiNOBiLi, Glossario dei dialetti di Macerata e Petriolo, 
Macerata 1963 (con un'aggiunta e tre appendici). 

A. PizzAGALLi, Dizionario del dialetto pesarese, Trieste 

1944. 
L. Sfotti, Vocabolarietto anconitano-italiano, Ginevra 

1929. 



Bibliografia xxvii 

UMBRIA 

ASPETTI GENERALI 

G. Bertoni, Umbria: dialetti, E.I., 34, 1937, p. 663. 

F. A. Ugolini, Dialetti dell'Umbria, in Atti V Convegno 
Studi Umbri 1970, pp. 463-490. 

FONETICA E MORFOLOGIA 

B. Bianchi, // dialetto e l'etnografia di Città di Castello, 
Pisa 1886. 

C. Grassi, Raffronto fra l'indagine sui dialetti umbri com- 
piuta per l'A.L.I. e gli elementi raccolti per la stessa 
regione dall' A.I.S., in Atti V Convegno Studi Umbri, 
1970, pp. 403-428. 

G. B. Mancarella, // dialetto di Gubbio: testimonianze 
medievali e inchieste moderne, in Atti V Convegno 
Studi Umbri 1970, pp. 279-310. 

T. Reinhard, Umbrische Studien, Z.R.Ph. 71, 1955, pp. 
172-235; 72, 1956, pp. 1-53. 

LESSICO 

L. Catanelli, Raccolta di voci perugine, Perugia 1970. 

F. Mancini, Vocabolario del dialetto todino, S.F.I. 18, 
1960, pp. 319-377. 

E. Rosa, Dizionarietto della campagna amerina, Narni 
1907. 

C. Trabalza, Saggio di vocabolario umbro-italiano e vice- 
versa, Foligno 1905. 



LAZIO 

aspetti generali 

B. Migliorini, Lessicografia romanesca in Studi Belliani 
1965, pp. 465-472. 



G. Devoto, Per la storia linguistica della Ciociaria, (in 
corso di stampa). 



XXVIII / dialetti delle regioni d'Italia 

G. Bertoni, Lazio: dialetti, E.I. 20, 1933, pp. 690-692. 
G. DE Gregorio, // dialetto romanesco, St. GÌ. 6, 1912, 

pp. 78-167. 
R. H. Hall, The Papal States in Italian Linguistic History, 

Language 19, 1943, pp. 125-140. 
C. Merlo, Vicende storiche della lingua di Roma, I.D. 5, 

1929, pp. 172-201; 7, 1931, pp. 115-137; 155-197. 
B. Migliorini, Dialetto e lingua nazionale a Roma, ora in 

Lingua e cultura 1948, pp. 109-123. 

fonetica e morfologia 

B. Campanelli, Fonetica del dialetto reatino, Torino 1896. 
G. Crocioni, // dialetto di Velletri e dei paesi finitimi, S.R. 

5, 1907, pp. 27-88. 
W. Th. Elwert, Die Mundart von S. Oreste, in Romanica 

1958, pp. 121-158. 
R. Fanti, Note fonetiche e morfologiche sul dialetto di 

Ascrea (Rieti), I.D. 14, 1938, pp. 201-218; 15, 1939, 

pp. 101-135; 16, 1940, pp. 77-140. 
A. Lindsstròm, // vernacolo di Subiaco, S.R. 5, 1907, pp. 

237-300. 
N. Maccarrone, / dialetti di Cassino e di Cervaro, Perugia 

1915. 

C. Merlo, Fonologia del dialetto di Sora, Annali Univer- 
sità Toscane, N.S. IV, 5, 1919, pp. 121-283. 

Id., Fonologia del dialetto della Cervara, Roma 1922. 
Id., La novella I, 9 del « Decameron » tradotta nei parlari 

del Lazio: I, Valle dell'Amene, Roma 1930. 
G. Navone, // dialetto di Paliano, S.R. 17, 1922, pp. 

73-126. 
G. Panconcelli-Calzia, Phonogramme in rómischer 

Mundart, Archiv Studium Neueren Sprachen 150, 1926, 

pp. 103-109. 
G. Parodi, // dialetto d'Arpino, A.G.I. 13, 1892, pp. 299- 

308. 
C. ViGNOLi, // vernacolo di Castro dei Volsci, S. R. 7, 

1911, pp. 116-296. 
Id., Vernacoli e canti di Amaseno, Roma 1920. 
Id,, // vernacolo di Veroli, Roma 1925. 



Bibliografìa xxix 

LESSICO 

P. Belloni - H. Nilsson-Ehle, Voci romanesche, Lund 
1957. 

T. Berti, Saggio di un dizionario dei comuni della pro- 
vincia di Roma, Roma 1882. 

F. Chiappini, Vocabolario romanesco, Roma 1945. 

C. Merlo, Raccolta di voci romane e marchiane ripro- 
dotta secondo la stampa del 1768, Roma 1932. 
W. Pulcini, Il dialetto di Arsoli, Tivoli 1972. 

G. Vaccaro, Vocabolario romanesco belliano e italiano- 
romanesco, Roma 1969. 

G. Vaccaro, Vocabolario romanesco trilussiano e italiano- 
romanesco, Roma 1971. 
C. ViGNOLi, Lessico del dialetto di Amaseno, Roma 1926. 



ABRUZZO-MOLISE 



aspetti generali 

E. Giammarco, Rassegna bibliografica della linguistica 
abruzzese, Rivista Abruzzese 13, 1960. nn. 2-3. 



G. Bertoni, Abruzzo: dialetti, E.I. 1, 1929, pp. 136-137. 

C. Gambacorta, Intorno agli « Abruzzesismi » di F. Ro- 
mani, Teramo 1950. 

E. Giammarco, Appunti per la classificazione dei dialetti 
abruzzesi e molisani, Abruzzo 3, 1965, pp. 105-116. 

Id., Situazione linguistica dell'Abruzzo e del Molise, 
CP.CDI. 1965, pp. 119-128. 

fonetica e morfologia 

e. Battisti, Lo studio sul dialetto di Vasto di Gustavo 
Rolin, 1908, Abruzzo 8, 1970, 1, pp. 3-11. 

G. Croctoni, // dialetto di Canistro. Scritti vari di filolo- 
gia... Monaci, Roma 1901, pp. 429-443. 



XXX / dialetti delle regioni d'Italia 

M. De Giovanni, Le cacuminali abruzzesi, Abruzzo 8, 2-3, 
1970, pp. 33-42. 

F. D'Ovidio, Fonetica del dialetto di Campobasso, A.G.I. 
4, 1878, pp. 145-184. 

E. GiAMMARCO, Grammatica delle parlate d'Abruzzo e 
Molise, Pescara 1960. 

Id., Analisi fonematica della parlata d'Introdacqua, Abruz- 
zo, 2, 1964, pp. 354-371. 

C. Merlo, Appunti sul dialetto di Scanno negli Abruzzi, 
R.D.R. 1, 1909, pp. 413-419. 

O. Parlangeli, // dialetto di Loreto Aprutino, Rend. Ist. 
Lomb. II, 85, 1952, pp. 113-176. 

T. Radica, / dialetti abruzzesi secondo gli studi degli ul- 
timi decenni, Rend. Ist. Lomb. II, 77, 1943-44, pp. 
107-150. 

G. RoLiN, Bericht Uber die Resultate seiner... Reise in den 
Abruzzen, Praga 1901. 

Id., Die Mundart von Vasto in den Abruzzen, Prager 
deutsche Studien 8, 1908, pp. 477-504. 

G. Savini, La grammatica e il lessico del dialetto tera- 
mano, Torino 1881. 

L. Rossi-Case, // dialetto aquilano nella storia della sua 
fonetica, Bollettino Società Storica Aquilana 6, 1894, 
pp. 3-58. 

V. Verratti, Fonologia e morfologia del volgare abruz- 
zese, Lanciano 1968. 

G. Ziccardi, // dialetto di Agnone, Z.R. Ph. 34, 1910, pp. 
405-436. 

LESSICO 

L. Anelli, Vocabolario vastese. Vasto 1901 (fino alla let- 
tera E). 

D. BiELLi, Vocabolario abruzzese, Casalbordino 1930. 

G. Cremonesi, Vocabolario del dialetto agnonese, Agno- 
ne 1893. 

G. Finamore, Vocabolario dell'uso abruzzese. Città di Ca- 
stello 18932. 

E. GiAMMARCO, Lessico marinaresco abruzzese e molisa- 
no, Venezia-Roma, 1964. 



Bibliografìa xxxi 

Id., Dizionario abruzzese e molisano I, II-, Roma 1968 — 
M. MiNADEO, Lessico del dialetto di Ripalimosani, To- 
rino 1955. 



CAMPANIA 

ASPETTI GENERALI 

A. Altamura, Appunti sulla diffusione della lingua nel 
Napoletano, Convivium 1949, pp. 288-303. 

G. Bertoni, Campania: dialetti, E.I. 8, 1930, pp. 582-583. 

M. Del Donno, Idiomi dialettali della Campania, Ma- 
tera 1965. 

G. Rohlfs, Mundarten und Griechentum des Cilento, 
Z.R. Ph. 57, 1937, pp. 421-461. 

FONETICA E MORFOLOGIA 

A. Altamura, // dialetto napoletano, Napoli 1961. 

R. Capozzoli, Grammatica del dialetto napoletano, Napoli 

1889. 
A. DE Salvio, Studies in the Irpinia Dialect, Romanie Re- 

view, 4, 1913, pp. 352-380. 
T. Franceschi, Relazione di Laurino (Salerno), B.A.L.I. 

N.S. 7/8, 1962, pp. 31-38. 
I. Freunde, Beitrdge zur Mundart von Ischia, Lipsia 1934, 
O. Marano Festa, // dialetto irpino di Montella, I.D. 4, 

1928, pp. 168-185; 5, 1929, pp. 95-128; 8, 1932, pp. 

87-116; 9, 1933, pp. 172-202. 
J. T. Pring, Notes for a phonetic analysis of the dialect 

of Naples, Zeitschrift Phonetik 4, 1950, pp. 118-123. 
J. SuBAK, Die Conjugation im Neapolitanischen, Vienna 

1897. 
M. Tancredi, Saggio grammaticale sulla pronunzia e sul- 
l'ortografia del dialetto napoletano, Napoli 1902. 

lessico 

G. Alessio, L'elemento latino e quello greco nei dialetti 
del Cilento, Rend. Ist. Lomb. II 76, 1942-43, pp. 
341-360. 



XXXII 7 dialetti delle regioni d'Italia 

A. Altamura, Dizionario dialettale napoletano, Napoli 
19682. 

R. Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, 1887 (Na- 
poli, Nuova ed. 1966). 

F. DE Maria, Dizionario dialettale della provincia di Avel- 
lino e paesi limitrofi, Avellino 1908. 

S. NiTTOLi, Vocabolario di vari dialetti del Sannio, Na- 
poli 1873. 

B. PuoTi, Vocabolario domestico napoletano e toscano, 
Napoli 18502. 

P. P. Volpe, Vocabolario napolitano-italiano, Napoli 1869. 
P. Salvatore, Raccolta di termini dialettali carifani, Avel- 
lino 1954. 



PUGLIA 

aspetti generali 

E. Dtmitri, Saggio di bibliografia salentina, Manduria 
1962. 



G. Alessio, // fondo latino dei dialetti romanzi del Sa- 
lento. Annali Facoltà Magistero Bari, 2, 1955. pp. 1-44. 

G. Bertoni. Puglia: dialetti, E.I. 28, 1935, p, 521. 

M. D'Elia, Ricerche sui dialetti salentini, A. A. Colomba- 
ria N.S. 7, 1956. pp. 133-179. 

A. Lucarelli, Saggio sui dialetti pugliesi, Bari 1923. 

H. LiJDTKE, Sprachliche Beziehungen der apulischen Dia- 
lekte zum Rumcinisclwn, Revue Etudes Roumaines 3-4, 
1957, pp. 130-146. 

G. B. Mancarella, // processo di italianizzazione (spe- 
cialmente lessicale) nei dialetti salentini, Abruzzo 8, 
1970, 2-3, pp. 59-68. 

M. Melillo, Lingua e società in Capitanata, Foggia 1966. 

O. Parlangeli, Sui dialetti romanzi e romaici del Sa- 
lente, Mem. Ist. Lomb. Ili 35/36, 1953, pp. 93-198. 



Bibliografia xxxiii 

FONETI CA-MORFOLOGI A 

G. Abbatescianni, Fonologia del dialetto barese, Avellino 

1896. 
1. DE Gregorio, Contributo alla conoscenza del dialetto di 

Bisceglie (Bari), I.D. 15, 1939, pp. 31-51. 
M. De Noto, Appunti di fonetica sul dialetto di Taranto, 

Trani 1897. 
G. Grassi, // dialetto di Martina Franca, Martina Franca 

1925. 
A. Lacalendola, Grammatica del dialetto di Bari, Palo 

del Colle 1969. 
D. Lopez, La voce e le forme del dialetto barese, Bari 

1952. 
G. B. Mancarella, Arcaicità del sistema vocalico salen- 

tino. Studi Linguistici Salentini 3, 1970, pp. 111-126. 
1d., Ricerche linguistiche a Ostuni, Studi Linguistici Salen- 
tini 4, 1971, pp. 111-136. 
G. Melillo, // dialetto di Volturino (Foggia), Perugia 

1920. 
Id., / dialetti del Gargano, Pisa 1926. 
M. Melillo, Atlante fonetico pugliese, Roma 1955. 
C. Merlo, Note fonetiche sul parlare di Bitonto (Bari), 

Atti Acc. Torino 47, 1912, pp. 907-932. 
G. Morosi, // vocalismo del dialetto leccese, A.G.I. 4, 

1878, pp. 117-144. 

F. Piccolo, // dialetto di Lucerà (Foggia), I.D. 14, 1938, 
pp. 189-200; 15, 1939, pp. 83-100. 

S. Panareo, Fonetica del dialetto di Maglie in Terra 

d'Otranto, Milano 1903. 
O. Parlangeli, // dialetto di Cerignola, Orbis 13, 1964, 

pp. 141-156. 

G. Prete, Tra i dialetti pugliesi. Dialetto di Martina Fran- 
ca, Martina Franca 1957^. 

F. Ribezzo, // dialetto apulo-salentino di Francavilla Fon- 
tana, Martina Franca 1912. 
R. Sarno, // dialetto di Trani, Perugia 1921. 

LESSICO 

F. CòcoLA, Vocabolario dialettale biscegliese-italiano, Tra- 
ni 1925. 



XXXIV / dialetti delle regioni d'Italia 

R. CoTUGNO, Lessico dialettale andriese-italiano, Andria 

1909. 
D. L. De Vincentiis, Vocabolario del dialetto tarantino, 

Taranto 1872. 

F. D'Ippolito, Vocabolario dialettale della provincia di 
Terra d'Otranto, Taranto 1899. 

B. Di Terlizzi, Lessico rubastino-italiano , Ruvo 1930. 
D. Maldarelli, Lessico giovinazzese-italiano, Molfetta 

1967. 

C. Merlo e R. Zagaria, Lessico etimologico del dialetto 
di Andria (Bari), Apulia, Appendice 2. 

O. Parlangeli, Postille e giunte al 'Vocabolario dei dia- 
letti salentini di G. Rohlfs', Rend. Ist. Lomb., II 92, 
1958, pp. 11,1-1^%. 

L. Pascale, // dialetto manfredoniano, Roma 1919. 

V. Pepe, Piccolo vocabolario del dialetto della provincia 
di Lecce, Brindisi 1896. 

G. Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra 
d'Otranto), Monaco 1956-1959. 

G. Saracino, Lessico dialettale bitontino-italiano, Molfetta 

1901. 
R. Scardigno, Nuovo lessico molfettese-italiano, Molfetta 

1963. 
G. Tancredi, Vocabolar ietto dialettale garganico. Lucerà 

19153. 



BASILICATA 

aspetti generali 

G. Bertoni, Basilicata: dialetti, E. I. 6, 1930, pp. 316-317. 

H. Lausberg, Die Mundarten Siidlukaniens, Halle 1939. 

G. Rohlfs, Galloitalienische Sprachinseln in der Basili- 
cata, Z.R. Ph. 51, 1931, pp. 249-279. 

Id., Galloitalienische Sprachkolonien ani Golf von Poli- 
castro (Lukanien), Z.R. Ph. 61, 1941, pp. 79-113 (con 
il precedente ora in Studi e ricerche..., cit., 1972, pp. 
203-219). 

Id., Sull'origine del dialetto di Trecchina, in Trecchina nel 
passato e nel presente 1947, pp. 195-216. 



Bibliografìa xxxv 

FONETICA E MORFOLOGIA 

A. De Salvio, Studies in the Dialects oj Basilicata, Pu- 
blications Modem Language Association America, 30, 
1915, pp. 788-820. 

G. B. Festa, // dialetto di Matera, Z.R. Ph. 38, 1916, pp. 
129-162; 257-280. 

M. Melillo, Atlante fonetico lucano, Roma 1955. 

H. LiJDTKE, Arcaismi nei dialetti della Lucania: i conti- 
nuatori di illum, illud, illos {in posizione protonica), 
Abruzzo 8, 1, 1970, pp. 41-44. 

V. Solimena, Ricerche linguistiche sul dialetto basilica- 
tese. Rionero 1888. 

lessico 

M. Berardi, Saggio di vocabolario dialettale, Melfi 1933. 
G. Forti, Saggio sui provincialismi della Basilicata, Roma 

1889. 
G. Giaculli, Dizionarietto comparativo dialettale italiano, 

Matera 1909. 
F. Paternoster, Vocabolario della lingua dialettale di 

Brienza, Brienza 1960. 
F. RiVELLi, Casa e patria ovvero il dialetto e la lingua. 

Guida per i Materani, Matera 1924. 



CALABRIA 

ASPETTI GENERALI 

M. V. Li Gotti, Bibliografia dialettale calabrese, B.C.D.I. 
3, 1968, pp. 133-268. 



G. Alessio, // sostrato latino nel lessico e nelVepo-topo- 
nomastica della Calabria meridionale, I.D., 10, 1954, 
pp. 111-190. 

Id., La stratificazione linguistica del Bruzio, Atti I Con- 
gresso Studi Calabr., Cosenza 1954, pp. 305-356, 



XXXVI / dialetti delle regioni d'Itcdia 

C. Battisti, Appunti sulla storia e sulla diffusione del- 
l'ellenismo nell'Italia meridionale, R.L.R. 3, 1927, pp. 
1-91. 
Id., Ancora sulla grecità in Calabria, Archivio Storico Ca- 
labria Lucania 3, 1933, pp. 67-95. 
G. Bertoni, Calabria: dialetti, E.I. 8, 1930, pp. 301-302. 
N. Maccarrone, Romani e Romaici nell'Italia meridio- 
nale, A.G.I. (Sez. Goidanich) 20, 1926, pp. 72-96. 
K. H. Rensch, Zur Lage der Mundarten im nórdlichen 
Kalabrien, in Festgabe Zwirner, L'Aia, 1965, pp. 89-93. 
G. Rohlfs, Griechen und Romanen in Unteritalien, Gi- 
nevra 1924. 
^ Id., La grecità in Calabria, Archivio Storico Calabria 

Lucania 2, 1932, pp. 405-425. 
j Id., Scavi linguistici nella Magna Grecia, Halle-Roma 1933. 
^ Id., Le origini della grecità in Calabria, Archivio Storico 

Calabria Lucania 3, 1933, pp. 231-258. 
\j Id., Griechischer Sprachgeist in SUditalien, Monaco 1947. 
Id., La varietà degli idiomi in Calabria, Il Ponte 6, 1950, 

pp. 997-1003. 
Id., Le due Calabrie (Calabria greca e Calabria latina), 
ora in Studi e ricerche..., cit., 1972, pp. 246-259. 
^ Id., La lingua greca in Calabria, in Studi e ricerche..., cit., 
1972, pp. 357-363. 

fonetica e morfologia 

E. Gliozzi, // parlare calabrese e l'italiano, Torino 1923. 

A. Gentili, Fonetica del dialetto cosentino, Milano 1897. 

V. LoNGO, Saggio fonetico sul dialetto di Cittanova in pro- 
vincia di Reggio Calabria, I.D. 13, 1937, pp. 127-153; 
173-206. 

G. Morosi, / dialetti romaici del mandamento di Bova in 
Calabria, A.G.I. 4, 1878, pp. 1-110. 

A. Pellegrini, // dialetto greco-calabro di Bova, Torino 
1880. 

K. H. Rensch, Beitrdge zur Kenntnis nordkalabrischer 
Mundarten, MUnster 1966. 

G. Rohlfs, Historische Grammatik der unteritalienischen 
Grdzitàt, Monaco 1950. 



Bibliografia xxxvii 



J.a, 



Neue Beitrcige ziir Kenntnis der unteritalienischen Gra- 
zitat, Monaco 1962. 
G. ScAFOGLio, Forme del sostantivo calabrese, Rimlni 
1928-1931. 

F. Scerbo, Studi sul dialetto Calabro, Firenze 1886. 

LESSICO 

L. AccATTATis, Vocabolario del dialetto calabrese, Castro- 
villari 1895. 

G. Alessio, Concordanze lessicali tra i dialetti rumeni e 
quelli calabresi, Bari 1954. 

R. CoTRONEi, Vocabolario calabro-italiano, Catanzaro 1895. 

D. De Cristo, Vocabolario calabro-italiano, Napoli 1897. 

L. Galasso, Saggio di un vocabolario calabro-italiano, 
Laureana di Borcello 1924. 

V. LoNGO, Postille e correzioni al « Dizionario dialettale 
delle Tre Calabrie» di G. Rohlfs, I.D. 11, 1935, pp. 
61-85; 16, 1940, pp. 9-30. 

G. Malara, Vocabolario calabro-reggino-italiano, Reggio 
Calabria 1909. 

G. B. Marzano, Dizionario etimologico del dialetto cala- 
brese, Laureana di Borrello 1928. 

C. MoRisANi, Vocabolario del dialetto calabrese di Reggio 
Calabria, Reggio C. 1886. 

G. Rohlfs, Dizionario dialettale delle Tre Calabrie, Halle 
1932-1936. 

G. Rohlfs. Lexicon Graecanicum Italiae inferioris, Tu- 
binga 19642. 

Id., Vocabolario supplementare dei dialetti delle Tre Ca- 
labrie, Monaco 1966. 

F. Romani, Calabresismi, Firenze 1907. 



SICILIA 

aspetti generali 

G. PicciTTO, Schizzo di storia della dialettologia siciliana. 
Bollettino storico catanese, 5, 1940, pp. 43-65. 

A. SoRTiNi, Bibliografia dialettale siciliana degli ultimi de- 
cenni, Caltagirone 1931. 



XXXVIII / dialetti delle regioni d'Italia 



G. Alessio, Sulla latinità di Sicilia, Atti Accademia Pa- 
lermo IV, 7 :2, 1946/47, pp. 287-510; 8, 1947/48, pp. 
73-155. 

Id., Ripercussioni linguistiche della dominazione norman- 
na nel nostro Mezzogiorno, Archivio Storico Pugliese 
12, 1959, pp. 197-232. 

G. Bertoni, Sicilia: dialetti, E.I., 31, 1936, pp. 694-695. 

G. BoNFANTE, // problema del siciliano, Bollettino Centro 
Studi Siciliani 1, 1953, pp. 45-64, 

Id., Siciliano, calabrese meridionale e salentino, Bollettino 
Centro Studi Siciliani 2, 1954, pp. 280-307. 

Id., // Siciliano e il sardo, Bollettino Centro Studi Siciliani 
3, 1955, pp. 195-222. 

Id., Il siciliano e i dialetti dell'Italia settentrionale, Bollet- 
tino Centro Studi Siciliani 4, 1956, pp. 296-309. 

Id., La Sicilia concorda con l'Italia centrale e settentrio- 
nale o solo con la centrale. Bollettino Centro Studi Si- 
ciliani 5, 1957, pp. 269-302. 

N. Maccarrone, La vita del latino in Sicilia fino all'età 
normanna, Firenze 1915. 

A. Pagliaro, Aspetti della storia linguistica della Sicilia, 
A.R. 18, 1934, pp. 355-380. 

O. Parlangeli, Contributi allo studio della grecità sici- 
liana, Kokalos 5, 1959, pp. 62-106. 

Id., Introduzione a ima storia linguistica della Sicilia, 
Annali Facoltà Lettere Università Messina, 1961/1962, 
pp. 19-32. 

G. Petracco Sicardi, Influenze genovesi sulle colonie gal- 
lo-italiche della Sicilia?, Bollettino Centro Studi Sici- 
liani 9, 1963, pp. 106-132. 

Id., Gli elementi fonetici e morfologici « settentrionali » 
nelle parlate gallo-italiche del mezzogiorno. Bollettino 
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PIEMONTE 



L'area dialettale piemontese è meno ampia della circoscri- 
zione amministrativa corrispondente. Verso oriente il ter- 
ritorio piemontese genuino si arresta alla Sesia sulla sini- 
stra del Po, e alla Scrivia sulla destra. Verso mezzogiorno 
non raggiunge il crinale dell'Appennino: centri com.e Novi 
(Alessandria) o Garessio (Cuneo) sono di dialetto ligure. 
Anche Tenda, un tempo appartenente alla provincia di 
Cuneo e oggi al dipartimento francese delle Alpi Marit- 
time, è di dialetto ligure. Sulla frontiera occidentale, i dia- 
letti piemontesi non raggiungono il crinale alpino e la fron- 
tiera politica con la Francia. A Vinadio (Cuneo) e nelle 
Valli Valdesi (Torino) si parlano dialetti provenzali. Nel- 
l'alto bacino della Dora Riparia, della Stura, dell'Orco si 
parlano dialetti franco-provenzali. Così nella vai d'Aosta, 
da Pont Saint Martin (20 km a nord di Ivrea) in su. In 
quest'ultima area ha valore di lingua letteraria anche il 
francese. Qualche centinaio di persone infine parlano un 
dialetto germanico di tipo alemanno a Gressoney (vai 
d'Aosta) e intorno al monte Rosa; a Alagna Valsesia 
(Vercelli), a Macugnaga (Novara) ^ 

Le frontiere dialettali sono nette solo in queste ultime 
zone. Verso la Liguria nelle valli della Scrivia, Bormida 
e Tanaro, verso l'Emilia fra Scrivia Curone e StafTora, e 
soprattutto verso la Lombardia fra Sesia e Ticino i pas- 
saggi sono graduali. A Vercelli si dice man gè come a To- 
rino (e non mangia come a Milano) per « mangiare »; ma 
si dice l'ai mia fam, « non ho fame », secondo lo schema 
lombardo minga fam, e non, secondo quello piemontese, 
/ l'ai nen fam. A Casale, sul Po, si dice invece, alla lom- 
barda, mangia^. 

' Terracini, // dialetto piemontese ( = Terracini), p. 207 sg.; De- 
voto, Per la storia delle regioni d'Italia, p. 232 sg. 
^ Terracini, p. 206 sg. 



2 / dialetti delle regioni d'Italia 

I dialetti piemontesi appartengono al gruppo dei dialetti 
gallo-italici. Questi discendono da un latino, che in parte 
è stato influenzato da coloni di lingua materna gallica al 
tempo della conquista romana (ii sec. a.C), in parte dal- 
l'irradiare di un latino (pronunciato alla gallica) dalla Cal- 
ila Transalpina, dove le scuole nei secoli iv e v d.C. ave- 
vano raggiunto alto prestigio. All'una e all'altra delle due 
forze risalgono i caratteri gallo-italici comuni, per esempio 
la caduta delle vocali finali diverse da a, la eliminazione 
più o meno spinta delle consonanti occlusive, l'alterazione 
della pronunzia della n, che da dentale si trasforma in 
gutturale in posizione finale (p. es. man « mano ») o « fau- 
cale » all'interno (p. es. lan-a « lana »), la dissimilazione 
di CT in HT (poi IT in piemontese), le alterazioni di a e di 
u 2. Tuttavia, in relazione alla Lombardia e all'Emilia, l'im- 
portanza della seconda corrente è molto più grande della 
prima sia perché il Piemonte nell'età gallica è stato più 
regione di transito verso la Lombardia e l'Emilia che di 
effettiva colonizzazione; sia perché le popolazioni ante- 
riori, preindeuropee come i Liguri, o indeuropee come i 
Leponzi, si sono in buona parte sottratte al processo di 
gallicizzazione. 

La colonizzazione romana è stata relativamente tardiva. 
Essa poggia su un triangolo costituito da Tortona (lat. Der- 
tona), fondata nella seconda metà del ii secolo a.C, Ivrea 
(lat. Eporedìà) del 100 a.C, Alba {Alba Pompeia) del 
79 a.C*. A questo triangolo, nucleo del futuro Piemonte, 
facevano capo nell'età imperiale, e continuarono a far capo 
P'ù tardi, tre itinerari da oriente e quattro da occidente. Da 
oriente si arrivava a Tortona attraverso le vie Emilia (da Ri- 
mini) e Postumia (da Aquileia), a Ivrea da Vercelli e Mila- 
no ^. Dalla parte opposta, lasciando da parte la prosecuzione 
da Tortona verso Vada Sabatia (Savona) e la strada costiera 
della Liguria, si giungeva attraverso Cuneo al colle della 
Maddalena in territorio provenzale, da Alba a Torino 

' Cfr. W. V. Wartburg, Die Ausgliederung der romanischen Sprach- 

riiume, Berna 1950^ p. 34 sgg. 

* J. Beloch, Ròmische Geschichte, Berlino e Lipsia 1926, p. 614 

sgg. 

' E. Pais, Storia interna di Roma, Torino 1931, p. 148. 



Piemonte 3 

e di là al Monginevro (lat. Alpis Cottici), da Ivrea al Pic- 
colo San Bernardo (lat. Alpis Graia). Al latino che ar- 
rivava da oriente e continuava ad agire come strato lin- 
guistico superiore, si contrapponevano cioè correnti latine 
(più tardi neolatine) risalenti a due diverse aree, la Gallia 
narbonese e quella lugdunense prima, la provenzale e la 
francese poi ^. Da queste strade alpine, frequentemente 
battute per le necessità imperiali di continui spostamenti 
da occidente a oriente e viceversa, arrivarono così in Pie- 
monte la pronunzia ù per u, dando vita a sciir « scuro », 
fus « fuso », liim « lume ». In aree montane appartate ri- 
spetto alle correnti galliche, questa ù arriva ma si afferma 
sotto condizioni. Nel Canavese, nel Biellese, nell'Osso- 
lano di fronte al maschile crii « crudo » si ha il femminile 
cru(v)a, in cui la presenza di una a finale ha bloccato 
questa innovazione; che è stata invece accolta, quando 
la vocale finale era diversa da a e quindi destinata a 
cadere'. Nel Piemonte linguisticamente più genuino, e 
cioè nel Monferrato, soprattutto meridionale, si è avuto 
invece uno svolgimento ulteriore della ù, che si è spinta 
fino ai: fis « fuso », lim « lume » ®. 
Diversamente dal toscano, la vocale chiusa latina e ha 
subito la dittongazione in eì: belve « bere », iella « tela », 
mels « mese », salvo quando segue consonante nasale: 
caden-a « catena » (non cadein-a) ^. Tipicamente piemon- 
tese è la eliminazione della vocale finale non solo, ma, 
nelle parole sdrucciole, anche della consonante che la pre- 
cede quando sia n o l: gluvii « giovane », termu « termi- 
ne », riisu « ruggine », a canta « essi cantano », Miin Vlsu 
dal latino Mons Vesulus '*'. La palatizzazione di a in e, 
riscontrabile solo nell'infinito dei verbi della P coniuga- 
zione {cantèr e cantè), viene a costituire un tratto distin- 
tivo dal punto di vista morfologico '^ 

' G. Devoto, Storia della lingua di Roma, Bologna 1944^ p. 302 sgg. 

' Rohlfs I, p. 57 sgg. 

' Rohlfs I, p. 60 sg. 

' Rohlfs I, p. 78 sg.; Devoto, L'Italia dialettale, p. 103 sg.; 106; 

Terracini, p. 200. 

'* Bertoni, p. 75 sg.; Terracini, p. 198. 

" Rohlfs I, p. 39 sg. 



4 / dialetti delle regioni d'Italia 

Nel trattamento delle consonanti, sono da considerare suc- 
cessivamente i quattro processi di assibilazione lenizione 
palatalizzazione velarizzazione. La lenizione è un proce- 
dimento comune, oltre che alla Sardegna, a tutta l'Italia 
settentrionale, compreso il Veneto (che non è gallo-italico). 
Attraverso la lenizione, le consonanti momentanee sonore 
diventano continue o scompaiono, le sorde diventano so- 
nore, e possono indebolirsi ulteriormente. Sottratte alla le- 
nizione rimangono le consonanti doppie ^^. 
La lenizione si distingue secondo la sua intensità. C'è il 
tipo provenzale o sud-occidentale che è più blando, c'è 
il tipo francese o nord-occidentale, che è piìi spinto. In 
Piemonte si hanno soluzioni di tipo « provenzale » come 
pudeje « potere » o seda « seta » col passaggio della con- 
sonante sorda alla sonora. Ma ci sono i tipi « francesi » 
come sei « sete », piiè « potare », rua « ruota », vel « vi- 
tello » con la eliminazione totale della consonante sorda; 
così, per le consonanti gutturali, mania « manica ». Più 
naturale è la lenizione totale delle consonanti sonore: 
ciò « chiodo », ausi « agosto », Siisa (lat. Segusium), rul 
« rovere » (lat. robiir) ^^. Talvolta lo iato che nasce tra 
vocali in seguito alla lenizione totale è eliminato per mezzo 
di una consonante continua: cruva (da cruda) attraverso 
crua, spiivè (da sputare) attraverso spuare ^'*. 
La assibilazione è il risultato finale di un processo nato 
nell'Umbria (e accettato in Roma a partire dall'età impe- 
riale), per il quale le consonanti gutturali, davanti alle 
vocali E, I, assumevano una pronuncia particolare, pala- 
talizzata ^^ Tuttavia questo processo di assibilazione che 
collega l'Italia settentrionale alle soluzioni francesi, è meno 
spinto in Piemonte che in parte della Lombardia, in Li- 
guria e anche nel Veneto. La consonante sonora corri- 
spondente, derivi da una serie latina ce oppure je, ri- 
mane palatale, senza assibilarsi, secondo il tipo « proven- 
zale ». Di fronte al tipo toscano gelare e quello italo-set- 
tentrionale zelar, il piemontese gelè sta con l'italiano (e il 

'^ Bertoni, p. 80 sg.; Terracini, p. 198. 

" Terracini, p. 197 sg. 

" Rohlfs I, p. 473. 

'' G. Devoto, La romanizzazione dell'Italia mediana (ora in Scritti 

minori I, Firenze 1957, pp. 287-304), p. 303. 



Piemonte 5 

provenzale); il piemontese giog sta con il toscano « gioco » 
e non ad esempio con l'emiliano zog ^^. 
Nei gruppi di consonante con l, la palatalizzazione è piiì 
forte nell'Italia settentrionale che in quella centro-meri- 
dionale. In Piemonte abbiamo una soluzione più francese 
che italiana-settentrionale per quello che riguarda il tipo 
urija « orecchia », che si risolve sullo stesso piano del fran- 
cese oreille; una soluzione tipicamente settentrionale nel 
tipo ciamè « chiamare » con una palatalizzazione più spinta 
di quella della parola toscana; finalmente una soluzione 
italiana (anche se non ligure) nel tipo pian, con la mo- 
derata palatalizzazione italiana e non con quella estrema 
del ligure cian ^^. 

L'ultimo di questi processi consonantici, la velarizzazione, 
si manifesta in Piemonte con il ben noto passaggio dal 
latino altum al piemontese aut, che si ritrova in altre aree 
lontane (per esempio nelle regioni delle Alpi orientali e 
in Sicilia). La velarizzazione è una delle soluzioni dei 
gruppi di L con consonante, non la sola: accanto ai tipi 
aut, caud, faus « alto », « caldo », « falso » ci sono quelli 
attuati attraverso la vibrante r: marva « malva », vurp 
« volpe », sur e « solco » ^^. 

Nella morfologia, la distinzione delle forme del plurale 
e del singolare si è notevolmente indebolita; essa si man- 
tiene solo con i nomi dal singolare in a che hanno il 
plurale in -e: ròsa, ròse, « rosa, rose » e nei nomi ma- 
schili in -AL, -EL: cavai, cavai; capei, capei « cavallo, ca- 
valli »; « cappello, cappelli » ^^. All'interno del Piemonte 
si distingue poi una zona orientale (Vercelli e Alessandria) 
che cambia in i la desinenza del plurale femminile, per 
esempio gambi « gambe », fumni « donne », scali « scale », 
mentre la desinenza e si mantiene nel Piemonte occi- 
dentale 20. 

'* Rohlfs I, pp. 210, 213. 

" Rohlfs I, p. 350; 244 sgg.; 252 sgg.; Devoto, L'Italia dialet- 
tale, p. 114 sgg.; A Sepulcri, Contributo allo studio di -ci- inter- 
vocalico nei dialetti italiani settentrionali in Silloge Ascoli, Torino 
1929, pp. 445-464. 

" Bertoni, p. 91 sgg.; Rohlfs I, p. 342 sgg.; Terracini, p. 198. 
" Terracini, p. 201. 
^ Terracini, p. 209. 



6 / dialetti delle regioni d'Italia 

La semplificazione delle desinenze si fa sentire anche nel 
sistema del verbo. Tuttavia rimangono qui resti di desi- 
nenze in -s che in italiano sono andati perduti. Tali le 
forme torinesi t as, t stas « hai », « stai » oppure le inter- 
rogative cantes-iu? « canti? » ^'. Che un tempo queste de- 
sinenze in s fossero più diffuse, è mostrato dai resti che 
ne rimangono sia a nord sia a sud di Torino: a Lanzo 
e nel territorio di Saluzzo si trovano ancora oggi forme 
come ti manges, ti cantes « mangi », « canti » ^. Per quel- 
lo che riguarda le altre desinenze personali, il piemontese 
è chiaramente definito dal fatto che la prima persona plu- 
rale, invece del tipo italiano centro-meridionale in -amo 
e di quello settentrionale (veneto, lombardo, emiliano, li- 
gure) in -EMO, mostra quello « francese » in -uma: parlu- 
ma, cantuma « parliamo », « cantiamo », venduma, ve- 
numa « vendiamo », « veniamo », un tipo che mostra pro- 
paggini fino nell'Emilia occidentale ^. Nella 3^ persona plu- 
rale, la base di partenza è -ono, che perde, per le ragioni 
dette sopra, non solo la vocale finale ma anche la conso- 
nante nasale che la precede. 

La soluzione piemontese regolare, come in altri casi, non 
si trova a Ivrea, posta su una grande via di comunica- 
zione, dove è attestata la forma centro-meridionale in -amo 
(come in documenti antico-genovesi): càntari invece di 
cantuma; analogamente alla 3=» plurale càntan invece di 
cantu ^*. Per quello che riguarda il condizionale, il Pie- 
monte è la zona classica del tipo fìniria « finirei », tratto 
non già dal sistema centro-meridionale « finire più il per- 
fetto habui » ma da quello « provenzale » « finire più l'im- 
perfetto habebam con passaggio di e in i » ^^. La conse- 
guenza più importante sul sistema verbale piemontese della 
tendenza settentrionale a eliminare il passato remoto e a 
ridurre le desinenze, è stata la valorizzazione dei pronomi 
personali e anaforici spesso ripetuti: da questo derivano 
le serie / diu, t disi, a dis « dico », « dici », « dice » op- 

^' Terracini, p. 202. 

" Terracini, p. 208. 

" Rohlfs II, p. 251; Terracini, p. 202. 

*♦ Terracini, p. 210. 

" Rohlfs II, p. 339 sgg.; Devoto, L'Italia dialettale, p. 123 sgg.; 

Terracini, p. 203. 



Piemonte 7 

pure mi i l'o vdiilo ^, in cui il soggetto è ripartito tra l'ele- 
mento tonico mi e l'elemento ormai atono /. 

Nel campo del vocabolario sono da sottolineare fatti come 
i seguenti: a) parole comuni all'italiano con significati in 
tutto o in parte diversi: ciamè « chiamare », ma anche 
«domandare»; piassa «piazza», ma anche «posto»; 
bosc « bosco », ma anche « legna »; vissi « vizio », ma 
anche « vezzo »; cimtè « contare », ma anche « racconta- 
re » ^^; b) parole legate piuttosto al sistema francese che 
a quello italiano: biichèt (he. bouquet, it. mazzo); giaun 
(frc. jaune, it. giallo); fumna (frc. femme, it. donna); 
dòl (frc. deuil, it. lutto) ^^; e) parole che implicano fron- 
tiere lessicali all'interno del Piemonte; « grembiule » detto 
scusai, faudàl; « albicocco » albicòc, armugnàn; « imbuto » 
ambussùr, turtro; « scopa » scua, ramassa; « melo » meir, 
pum; « pero » peir, prUs; « calzolaio » caljé, savatìn; 
« soffiare » sufjè, biifè ^; d) parole tipicamente piemon- 
tesi: tota « ragazza », magna « zia », masnà « bambino », 
fardèl « corredo », fauda « grembo », borgn « cieco », 
meisdabosc « falegname », erca « madia », vischè « ac- 
cendere » ^. 

L'elenco può essere ampliato in parte attraverso uno spo- 
glio dell'Atlante Italo-Svizzero. Tra i tipi lessicali isolati 
nell'ambito italiano veniamo così a notare, oltre a brua 
« sponda », a dri'iggia, di origine celtica e all'oscuro toma^^ 
parole ^^ come cioca « campana » ^^, ciorgn « sordo », bren 
« crusca » (che è però anche ligure; al femminile si ri- 
trova inoltre nell'Italia meridionale), losna, « lampo, ful- 
mine », fioca « neve » un deverbale che si estende anche 
alla zona lombarda occidentale), filma « pipa » (un altro 
deverbale), barma « riparo sotto roccia » (anche ligure; 

-* Terracini, p. 204. 
" Terracini, p. 203. 
^' Terracini, p. 203 sg. 

^ AIS carte 1573. 1276, 1331, 1552, 1255, 1256, 207, 936. 
50 AIS carte 46, 20, 58, 70, 1703, 188, 219, 911. 
" Bertoni, p. 8, 6. 

" MS carte 788, 190, 257, 392, 378, 760, 424 a, 814, 900. 1088, 
1068, 933. 

" Grassi, Per una carta linguistica delle varietà dialettali piemon- 
tesi (= Grassi), p. 79. 



8 / dialetti delle regioni d'Italia 

un interessante esempio di termine giunto ad oggi da età 
remotissima^), masca «strega», starmè «nascondere», 
crin (accanto a pors « maiale ») e fea ifeja) « pecora » 
(che l'etimologia riporta chiaramente al lat. feta; cfr. feda 
nel Veneto orientale e nel Friuli); infine brande, « alari », 
un termine così caratteristico da meritare di essere scelto 
come nome di una rivista dialettale ^5. Troviamo poi altre 
parole che riportano all'area linguistica francese o proven- 
zale, o per continguità di territorio o per derivazione di- 
retta^: tarma «lacrima», cugè «coricare», fuet «fru- 
sta », crajim « lapis » e oj « sì » ^^, pois « piselli » ^ (oc- 
cidentale in contrapposizione all'orientale arhun), afros 
« spaventoso », piurè « piangere »; infine catè « compra- 
re », che però si associa, oltre che al ligure, anche al me- 
ridionale accatta. Altri casi di opposizione^^ ci sono of- 
ferti dall'occidentale eroe « uncino » di fronte al rampin 
orientale che è anche lombardo e veneto; da tuirè « ri- 
mestare » opposto a ride. Notiamo infine, nei confronti 
dell'italiano, oltre a mastre, che è « mostrare » ma anche 
« insegnare », il tipico verbo biitè « mettere » (il senso di 
« buttare » è dato invece in piemontese da campò) '^. 

Il dialetto così di Torino come di Alessandria appare agli 
occhi di Dante come turpissimum « bruttissimo »; ma Dan- 
te in certo modo lo scusa perché troppo vicino metis « alle 
frontiere » d'Italia ^K Che queste frontiere abbiano per- 
messo la penetrazione, non solo di singoli fatti linguistici 
di tipo provenzale o francese, ma di comunità linguistiche 
compatte di tipo provenzale o franco-provenzale, è pro- 
vato dalla situazione tuttora esistente lungo l'arco alpino 
da Vinadio a Pragelato Usseglio vai Soana vai d'Aosta"*^. 

^^ Cfr. Battisti in Studi Etruschi 7, 1933, p. 273. 

" Cfr. la prefazione a Pinin Pacòt, Poesie e pagine 'd prosa, Torino 

1957, p. XII. 

" AIS carte 731, 659, 1243, 764, 1376. 

" Grassi, pp. 79 e 81. 

" Bertoni, p. 17. 

" AIS carte 967 e 1002. 

"> MS carte 767, 150, 1674. 

*' De vulgari eloquentia I, 15, 8. 

^^ Cfr. C. Grassi, Correnti e contrasti di lingua e di cultura nelle 

Valli cisalpine di parlata provenzale e franco-provenzale, p. 13 sgg. 



Piemonte 9 

Come testimonianza del dialetto piemontese scegliamo 
tre versioni di una novella del Boccaccio tratte dal vo- 
lume / parlari italiani in Certaldo di G. Papanti^^: 
Da Torino: I dio dunque, ch'ai temp del prim Re de Cipri, 
dop che GioufTrè de Bojon a l'a conquista la Tera Santa, 
l'è arivà, che 'na fumna de bona famia de Guascogna a 
l'è andaita an pelegrinage al Sepolcro; e al ritorn, arivà 
a Cipri, l'è staita insulta vilanament da certi birbant. Chila, 
lamentandse tiita disperà, a l'a pensa d'andene a ciamè 
sodisfasion al Re. (A cura di Carlo Baudi). 
Da Novara: I' disi donca, che in ti temp del prim Re d' 
Cipri, dopo che Gottifré d' Buglion l'avù guadagnàa la 
Terra Santa, ghè capitàa che ouna dona nobila d' Guasco- 
gna, apena visitàa par divossion al S. Sepolcar, a s'è mitù 
in viagg par tornàa a ca' souva. Rivàa a Cipri, l'han 
offendi! propi da vilan certi personi tristi coum'è '1 pecàa 
mortai: lee s'è ben lamentàa subit, ma nissun gh'aveva da 
podèe jutàla, e nissun saveva gnanca consolala in t'ouna 
quai manera. (A cura di Giovanni Martelli). 
Da Murazzano: (Langhe. Dialetto rustico): Iv count doun- 
ca eh' an ti teimp der prim Re d' Cipri dop ra counquista 
fàccia dra Terra Santa da Gottifré d' Buglioun, a re capita 
che 'na gentil sgnoura d' Guascogria, a re andaccia ar 
Sepoulcrou, da danda tournand arriva 'n Cipri, da certi 
omnazzoun scellerà a re stàccia villanament armnà: dra 
qual cosa lamentandse seinza esse ant gnunne manèra 
counsoulà, a re pensa d'éndesne a countélo al Re. (A cura 
di Luigi Drochi). 

E aggiungiamo una strofa di Angelo Brofferio*' 
I Bougianen an dio: 
(Gli imperturbabili hanno detto): 
Famosa novità! 
Già tuti a lo savio 
Da dui mil ani n'sa. 
Riputassion frane giusta: 
Sul Po, sul Var, sul Ren, 
A l'è na storia frusta 
Che noi bougiouma nen (che noi non ci spostiamo). 

"' Rispettivamente a p. 502 sg.; 320 sg.; 203. 

" A. Brofferio, Canzoni piemontesi, nuova ediz. Milano 1914, p. 208. 



LIGURIA 



L'area dialettale ligure è alquanto più ampia della circo- 
scrizione amministrativa. Verso occidente essa comprende 
il territorio, attualmente francese, di Tenda e adiacenze, 
verso settentrione scavalca il crinale appenninico, per esem- 
pio a Garessio nella valle del Tanaro, a Novi Ligure in 
quella della Scrivia, a Bedonia in quella del Taro, mentre 
a oriente coincide pressappoco con i confini amministra- 
tivi rispetto ai dialetti emiliani della vai di Magra (ammi- 
nistrativamente in Toscana), e li sopravanza infine di una 
decina di chilometri alla frontiera del torrente Frigido, 
presso Massa ^ 

I dialetti liguri appartengono, come quelli emiliani, lom- 
bardi e piemontesi, al gruppo dei dialetti gallo-italici. Si 
distinguono però dai tre altri citati, sia perché i caratteri 
gallo-italici sono meno vistosi, sia perché non dipendono 
da una diretta influenza gallica ma da correnti e influenze 
che hanno premuto dalla valle padana. Presa in sé, la 
Liguria non è mai stata gallica. La lingua indoeuropea 
che vi si parlava prima dell'arrivo dei Romani è detta 
« leponzia » ^. 

II processo di romanizzazione è stato tardivo e superfi- 
ciale. Il periodo bellico si conclude nel 180 a.C. con la 
deportazione nel Sannio dei Liguri Bebiani e Corneliani. 
Di una colonizzazione non si può parlare fino all'età augu- 
stea, anche se i primi contatti dei Romani con Genova 
risalgono allo sbarco di Cornelio Scipione nel 218 a.C, 
quando, proveniente dalla Spagna, si dirigeva verso la 
valle padana^. L'evento decisivo per l'inserimento della 

' N. Maccarrone, Di alcuni parlari della media Val di Magra, 

A.G.I. 19, 1923, pp. 1-128. 

^ G. Devoto, Gli antichi Italici, Firenze 1967, pp. 49 sg.; 66. Cfr. 

ora il lavoro di M. Lejeune, Lepontica, Parigi 1971. 

^ E. CuROTTO, Liguria antica, Genova 1940, p. 66 sgg. 



Liguria 1 1 

Liguria nella romanità è rappresentato dalla via Postumia, 
aperta nel 148 a.C, che collegava Genova con Tortona 
e Piacenza. Di qui, con la via Emilia si raggiungeva Ri- 
mini; donde la via Flaminia conduceva a Roma. Qua- 
rant'anni dopo veniva aperta la via Aemilia Scauri, piiì 
o meno corrispondente all'attuale Aurelia, con lo scopo di 
congiungere la Liguria con l'Etruria e quindi con Roma 
per la via più diretta ''. 

Anche se non influenzata direttamente dalla cultura gal- 
lica, la latinità ligure rimane una latinità settentrionale. Le 
forze centrifughe, per quanto non favorite dalla gallicità 
soltanto indiretta che si è detto, si sono fatte sentire in 
altro modo: la latinità ligure, quale si conserva oggi, è 
una delle più deformate, e, osiamo dire, barbariche ^. 
Gli esempi della gallo-italicità affermatasi anche in Li- 
guria sono i seguenti: la ù, al posto della u lunga latina 
così accentata come atona: briitu « brutto » lat. brutus; 
fUmaea « nebbia » (cioè « fumara »); la ò di fronte al 
dittongo italiano uo: nova per « nuovo », ovii per « uovo »; 
il dittongo Ei per e chiusa: beive « bevere », peive « pe- 
pe » ^. Manca invece il passaggio di a in e negli infiniti, 
in cui si dice lava « lavare » di fronte all'emiliano lavar 
o al piemontese lave. La -n- intervocalica è pure pronun- 
ciata faucale, lan-a'^. 

La lenizione delle consonanti si accompagna negli altri 
dialetti gallo-italici all'eliminazione delle vocali finali di- 
verse da -A, e, per conseguenza, a minori occasioni, per 
le consonanti, di trovarsi nella fragile posizione intervoca- 
lica. I casi in cui nei dialetti liguri si perdono le vocali 
sono solo quelli delle finali -no -ne -ni: san « sano », 
can « cane », sen chen « sani, cani » *. Da -mo -mi si ha 
invece ramu « ramo », liime « lume », rami, liìmi « rami. 



* E. Pais, Storia interna di Roma, cit, p. 148. 

' Devoto, L'Italia dialettale, passim. 

' V. Piemonte pp. 2; 3. Cfr. inoltre Ascoli, Del posto cìie spetta al 

ligure nel sistema dei dialetti italiani (•— Ascoli), p. 113 sgg.; 

Parodi, // dialetto moderno di Genova (Y parte di Studi liguri) 

A.G.I. 16, p. 108 sgg. (= Parodi A.G.I. 16). 

' Rohlfs I, p. 312; Ascoli, p. 127 sg. 

' Parodi A.G.I. 16, p. 133 sg. Egli aggiunge i casi di caduta dopo r. 



12 / dialetti delle regioni d'Italia 

lumi ». Notiamo la vocale finale -u, di fronte all'italiano 
o, come desinenza nei verbi e nei sostantivi^. 
La caratteristica fondamentale dei dialetti liguri è invece 
quella di un violento squilibrio a danno delle articola- 
zioni consonantiche, di numerose occasioni di incontri 
tra vocali incompatibili, e quindi di una stioittura di pa- 
role quanto mai lontana da quella che era la base di par- 
tenza latina. 

Da questi incontri di vocali nascono dittongazioni nuove, 
energiche contrazioni e persino spostamenti della sede 
dell'accento da vocali di colorito più scuro verso vocali di 
colorito piti chiaro. I dialetti liguri più di altri possono 
dare l'impressione di una Babele fonetica. 
Agli inconvenienti della lenizione consonantica si aggiun- 
gono quelli dell'unificazione delle consonanti liquide r e l 
in posizione intervocalica, e della successiva caduta, con 
altre numerose occasioni di incontri e adattamenti di vo- 
cali: aa « ala », attraverso ara, caa « cara », miia dal lat, 
matura con la doppia lenizione totale di -t- e -r- inter- 
vocalici ^°. 

Spostamenti dell'accento si hanno in mèistru per « mae- 
stro » in una successione fonetica opposta al tipo toscano, 
in mòula per « midolla » o réisge per « radice », in se- 
guito alla lenizione ligure della -d, in màiu per « mari- 
to » con la doppia eliminazione della r e del t, in maina e 
màusgi per « marina » e « marosi » in seguito alla caduta 
della -R-. Gli spostamenti di accento possono essere an- 
che progressivi, per esempio in zuénu per « giovane » ^^ 
Importantissime sono le contrazioni con la conseguente 
pronuncia di vocali allungate: mègu per « medico », cègu 
per « chierico »; bàgìu per « sbadiglio », propriamente da 
un tema del latino volgare (ex)bataclo, sèsgia per « ci- 
liegia » ^2. 

La fragilità delle consonanti nei dialetti liguri appare at- 
traverso la storiella del toscano e del genovese che gareg- 
giano nel pronunciare frasi con scarso numero di conso- 

' Bertoni, p. 88 sgg.; Rohlfs 1, p. 306 sg.; Petracco Sicardi, / dia- 
letti liguri (— Petracco Sicardi), p. 85. 
'* Rohlfs I, p. 441; Petracco Sicardi, p. 88. 
" Parodi A.G.I. 16, p. 120 sgg. 
'^ Bertoni, p. 73 sg. 



Liguria 13 

nanti. Il toscano dice: io vidi un'aquila volare, e cioè 
pronuncia una frase con meno consonanti che vocali. 
Il genovese risponde: a èia e ae? « aveva le ali? », senza 
nessuna consonante. Naturalmente l'influenza della lin- 
gua letteraria annacqua i caratteri dialettali piiJ spinti 
e oggi si sente dire invece: a l'aveiva e ae? con tre con- 
sonanti. 

A questi procedimenti che scuotono a catena tutto il si- 
stema fonetico ligure si accompagnano novità casalinghe, 
di scarsa portata in sé, ma che snaturano l'aspetto dei dia- 
letti non più in direzione gallo-italica e settentrionale ma 
occidentale (provenzale) e meridionale (siciliana). 
La palatalizzazione è caratteristica dei dialetti liguri per 
più di un motivo. Nei gruppi con l preceduta da conso- 
nante gutturale, essa segna il normale svolgimento setten- 
trionale che a sua volta spinge a risultati estremi una 
tendenza già presente nel toscano. In toscano dai gruppi 
con CL- GL- si ha chiamare, ghianda; nei dialetti liguri, 
come negli altri settentrionali, si ha ciamà, gianda. Quando 
si hanno i gruppi con consonante labiale, si spezza invece 
ogni legame così col toscano come con i dialetti gallo-ita- 
lici: di fronte alle coppie rispettivamente toscane e gallo- 
italiche di piano / pian, bianco / bianc, i dialetti liguri 
mostrano cian, giancu, con un procedimento che non ha 
paralleli se non in Sicilia e in altre aree del Meridione '^. 
Nella sorte del latino factus si hanno tre soluzioni: la 
toscano-emiliano-veneta in fa(t)to, quella lombarda e pro- 
venzale in fac' e quella di tipo francese e piemontese fait, 
che si presenta nei dialetti liguri antichi nella forma faitu 
e in quelli moderni con la contrazione fatu. Analoga- 
mente di fronte all'italiano notte e al lombardo noe' si è 
avuto in Liguria prima noite, oggi note ^*. 
Finalmente ci sono casi in cui elementi palatali o pala- 
talizzati provocano il processo opposto della labializzazio- 
ne. Il gruppo latino -tr- rimane in italiano sostanzialmente 
intatto, anche se talvolta lenito in -dr-: padre, madre. Nei 
dialetti liguri, secondo uno schema di tipo provenzale, si 

" Ascoli, pp. 122 sgg.; 155; 157 sgg.; Petracco Sicardi, pp. 85; 88. 
Cfr. Campania p. 115; Sicilia p. 146. 
^ Bertoni, p. 94 sg.; Rohlfs I, p. 366. 



14 / dialetti delle regioni d'Italia 

ha un primo passaggio a paire, maire; in seguito a questa 
palatalizzazione si ha la reazione labializzante puaire, 
miiaire, che, con la caduta della -r- e conseguente con- 
trazione genera le forme attuali paci, muà '^. Questo av- 
viene anche nel caso di altre palatalizzazioni: man, che 
al singolare non è né palatalizzata né labializzata, ha il 
plurale metafonetico muén che ha subito entrambi i proces- 
si. Genova è il centro che determina il tipo ligure con le sue 
energiche innovazioni irradiantisi più o meno lontano. 
A occidente, per esempio a Pigna (prov. di Imperia), sono 
refrattari alle vocali miste dei tipi ò ù, ma non le rifiutano 
pregiudizialmente. Ne risulta l'inquadram^ento nella serie 
di E i: tali i casi di ceve « piove » che a Genova è dove, 
evu « uovo » che a Genova è òvu; fimu « fumo » che a 
Genova è fiime; frita « frutta » che a Genova è friita '^. 
Analogo è il caso che si riscontra alla Spezia, dove si 
dice fegu invece di fògu « fuoco » ". 
Ma, al di là della Spezia, a Sarzana e adiacenze, non si 
tratta più di incapacità involontaria ad accogliere il tipo 
genovese, bensì si hanno attivissime le pressioni, da una 
parte toscane, dall'altra emiliane, e quindi non solo as- 
senza di vocali miste ma minor lenizione e minor palata- 
lizzazione. Nel territorio di Sarzana si dice roda invece 
di róa « ruota », mesura invece di mesiia « misura »; foga 
invece dello spezzino jegu e del genovese jógu « fuoco »; 
si ha rabia e pìanze invece del genovese ragia e danze, 
come nei dialetti emiliani '^. Solo con questi ultimi vanno 
d'accordo le cadute di vocali protoniche e le eventuali 
metatesi come nei casi di vrità di fronte al genovese 
veità « verità » o armendo dì fronte al genovese ramendu 
« rammendo ». 

Per la morfologia bastano solo poche annotazioni, nel 
grande quadro dei dialetti gallo-italici. Si nota qualche 
cambiamento di declinazione rispetto all'italiano, per esem- 

'^ Rohlfs I, pp. 35; 419 sg.; Ascoli, pp. 129 sg.; 153; Petracco 

SlCARDI, p. 88. 

'* Merlo, Contributo alla conoscenza dei dialetti della Liguria 

odierna, p. 24 sgg. 

" Merlo, Appunti sul dialetto della Spezia, p. 214. 

" Bottiglioni, Dalla Magra al Frigido, p. 102 sgg. 



Liguria 15 

pio di pesciu rispetto a « pesce » o fiime rispetto a 
« fumo » *^. Ma il carattere più importante della morfo- 
logia ligure è dato dall'impiego della metafonia a scopi \^ 
morfologici, che si associa alle desinenze normali o anche 
le surroga. Il plurale tradizionale di « grande » è grendi 
con una metafonia di a in e non essenziale. Vistosa ma 
ancora non essenziale dal punto di vista morfologico è la 
metafonia nel caso di plurali cacìuéi, pescuéi, « caccia- 
tori », « pescatori » di fronte ai rispettivi singolari caciòu, 
pescòu ^*'. Tipico esempio di metafonia, essenziale per di- 
stinguere il plurale dal singolare, è invece quella di chen, 
sen, « cani », « sani », di fronte ai rispettivi singolari can, 
san ^'. Che questi risultino da una contrazione con la i 
finale per così dire anticipata è mostrato dai tipi buìn, 
carbuìn, « buoni », « carboni », che si distinguono, senza 
che si abbia contrazione, dai singolari corrispondenti biin, 
carbùn. 

Nella morfologia del verbo influisce fortemente lo svol- 
gimento dei pronomi personali che seguono un anda- 
mento parallelo a quello dei dialetti gallo-italici, sia pure 
con una maggior moderazione. Difatti il paradigma del 
presente di una locuzione verbale come « far rabbia » è 
in genovese vincolata alla presenza del pronome personale 
solo in due persone del verbo: fasu ragia, ti fa ragia, 
u fa ragia, femu ragia, fa ragia, fan ragia. 

Nel vocabolario sono in prima linea le parole tipicamente 
liguri, tra le quali sovrasta mugugno, ormai penetrato 
anche nella lingua letteraria. Seguono fra i termini di 
parentela fra « fratello » equivalente a « frate », so « so- 
rella » equivalente a « suor », fantin, fantin-a « celibe, 
nubile » ; fra i mestieri e oggetti banca, che faticosamente 
resiste alla penetrazione del tipo toscano falegname, 
già presente all'altezza di Chiavari; masacàn «muratore», 
anch'esso ormai insidiato dal tipo toscano, biigota « bam- 
bola », mandilu « fazzoletto », fi feretu « fìl di ferro », 
beu « canaletto di irrigazione »; fra i termini correnti 
quei «voglia», brigua «pustola», ciatu « pettegolez- 

" Rohlfs II, p. 14. 
^ Cfr. AIS carta 518. 
^' Rohlfs I, p. 43 sg. 



16 / dialetti delle regioni d'Italia 

zo, chiacchiera », a bretiii « a catafascio », véi « ieri », 
asci « anche » ^. 

Altre parole si estendono anche a occidente e settentrione 
verso il Piemonte e il lago Maggiore, talvolta fino ai ter- 
ritori ticinesi e ladini: sògìa « giovedì », caga equiva- 
lente a un latino caligarius « calzolaio », cìavélu « fo- 
runcolo » ^. 

Altre gravitano piuttosto verso l'A.ppennino emiliano e 
il territorio lombardo, con documentazione più o meno 
ricca: asetàse « sedersi », insù « manomettere », la parola 
resa celebre da Balilla nella formula: che l'insel-, bulìtigu 
« sollecito », barba « zio », fera « (fabbro) ferraio » ^^. 
Parole dialettali che hanno connessioni piiì lontane sono 
acatà « comprare », anche meridionale, e toa « tavola » 
nel senso di « asse », che si trova anche nella Toscana 
costiera (non nella interna) oltre che in altre aree del- 
l'Italia centrale^. 

Come esempi di parole di origine araba si possono ri- 
cordare méizou « mèsero, scialle da donna », dall'arabo 
mizar; macramè « asciugamani » dall'arabo mahrama; mi- 
scimìn « albicocca » alle ali estreme, nella Liguria occi- 
dentale e orientale, di fronte al genovese bricòcalu, in- 
fine l'esclamazione di festa scialla sciallal ^^. 

I dialetti liguri sono fortemente cambiati dal Medioevo in 
poi. Dante gli rimprovera l'eccessiva quantità di z, delle 
quali però sopravvivono oggi solo le -s- sonore del tipo 
« rosa » e non le z vere e proprie di « zero », « zona », 
« mezzo », « tozzo » ^''. 

Basta del resto una citazione di genovese antico, perché 
noi moderni si abbia l'impressione di un testo arieggiante 
al veneziano, dal quale invece il genovese odierno è lon- 

" Cfr. AIS carte 13, 14, 219, 750, 1553, 1426, 349. 
" AIS carte 332 e 207. 
-' AIS carte 662, 19, 213. 
" AIS carte 822 e 556. 

^* Cfr. G. B. Pellegrini, Contributi allo studio dell'influsso arabo 
in Liguria, in Miscellanea Storica Ligure 2, 1961, pp. 17-95 (cfr. le 
pp. 33 sg.; 57). 

" De vulgari eloquentia I, 13, 5. Cfr. G. Parodi Dante e il dia- 
letto genovese in Dante e la Liguria, Milano 1925, pp. 3-15 e Vi- 
Dossi, L'Italia dialettale fino a Dante, p. L. 



Liguria 17 

tanissimo. Ecco dei consigli sul prender moglie dal codice 
di un Anonimo del xiii-xiv secolo ^*: 
« Quatro cosse requer / en dever prender moier: / zo 
e saver de chi el e naa; / e comò el e acostuma; / e la 
persona dexeiver (addirvi); / e dote conveneiver. / Se que- 
ste cosse gè comprendi, / a nome de De la prendi ». 
Sullo svolgimento dei dialetti liguri, Genova ha esercitato 
da prima un'influenza unificatrice, ma innovatrice, cen- 
trifuga rispetto al toscano. Le aree liguri della periferia 
occidentale e orientale sono, come si è visto, assai più con- 
servatrici. Ma Genova si è aperta ben presto anche alle 
influenze toscane e uno spirito conservatore come Paolo 
Foglietta, frateflo dello storico Uberto Foglietta, lo la- 
menta così ^: 

Ri costumi e re lengue hemo cangie 
puoe che re toghe chiù n'usemo chie 
che « galere » dighemo a re garìe 
e « fradelli » dighemo a nostri fré. 

E « scarpe » ancon dighemo a ri cazé 
e « insalatin-a » a l'insisamme assie 
Sì che un vegio zeneize come mie 
Questi Tuschen no intende a zeneizé. 

Essi sono da parafrasarsi così: « I costumi e le lingue 
abbiamo cambiati / da quando qui non usiamo più le 
toghe / e invece di garìe diciamo « galee » / e invece di 
frè diciamo « fratelli ». / E « scarpe » diciamo ai calzari / 
e « insalatina » all' insisamme (insieme di cose tagliate), / sì 
che un vecchio genovese come me / non comprende 
questi toscani nel loro genovesizzare ». 
Da cinquant'anni termini della lingua letteraria, tecnica, 
sindacale, penetrano nei dialetti liguri come in tutti gli 
altri dialetti italiani, rendendoli meno caratteristici. An- 
che la fonetica ne risente: oggi si dice avéiva invece di 
èia, fiure invece di sciù, marìii invece di màiu, ziivenu 
invece di zuénu. 



" Pubblicata in A.G.I. 2, 1876, p. 266 sg. (a cura di N. Lagomag- 

giore). 

" Le strofe sono riportate da G. Flechia in A.G.I. 8, 1882-85, p. 362. 



18 / dialetti delle regioni d'Italia 

La pronuncia italiana dei liguri risente invece non solo 
dei caratteri generali gallo-italici come la ripugnanza per 
le consonanti doppie e le z sia sorde che sonore, ma so- 
prattutto di quello speciale accento musicale sorto accanto 
alle vocali allungate. Esso ha condotto a una pronuncia 
più acuta delle vocali protoniche, cui segue una into- 
nazione discendente dalle toniche e postoniche. Aveva 
si pronuncia con a ascendente, seguita da -veva discen- 
dente. 

Ed ecco alcuni esempi di dialetto ligure di quattro località 
da occidente verso oriente, tratti come al solito dai Parlari 
italiani in Certaldo di G. Papanti^": 
Da Taggia (Imperia): Mi dunca digo, che inte chei tempi 
ch'u gh'eira u prumo Re de Zipri, dopo che Gotifrè de 
Buglion ha faito a conchista de Terra Santa, u l'è seghìo, 
ch'una rica femena de Gascogna a se n'è andaita in pe- 
legrinaggio au Santo Supercru; e cando a se ne vegniva, 
arrivàa in Zipri, da certi birboi d'orni i ghe son staiti faiti 
degli affronti con maineire da vilai. Per chesta cousa essa 
arraggiandose, e non sapendo darse paxe, a la pensao 
d'andaasene a laumentàa da u Re (A cura di Bonaven- 
tura Viani). 

Da Sas sello (Savona): A diggo dunque ch'ai tempi der 
primm Re 'd Cipro, dopo che Goffredo l'eiva conquista 
ra Téra Santa, l'è successo ch'una damma 'd Guascogna 
r' è andà an pelegrinaggio au S. Sepoulcro, e an tou 
ritorno arriva a Cipro, da zerti carognoui r'è sta tratà 
coum una béstia; ounde inconsolabile an toù so dourou, 
r'à pensa 'd fénan una lamenta au Re. (A cura di Antonio 
Buonfiglio). 

Da Chiavari (Genova): Diggo donque, che a-i tempi do 
primmo Rè de Cipro, doppo a conquista faeta da Taera 
Santa da Goffreido da Baglion, l'è successo che unna 
scignòa de Goascogna a l'è andéta in pellegrinaggio a-o 
Santo Sepulcro, e ne-o torna de là, quando a l'è arriva in 
Cipro, a l'è staeta piggià a-o lò-o, e matrattà da certi cat- 
tivi suggetti. Laé desgustà, perchè da nisciun a l'éa com- 

^ Rispettivamente alle pp. 364 sg.; 254 sg.; 229 sg.; 233 sg. 



Liguria 19 

patìa, a l'à pensoù d'andàsene da-o Re » (a cura di Pietro 
Emanuele Devoto). 

Da Sarzana (La Spezia) : « Ar tempu der primu Re de 
Cipru, dopu che Gufredu i a avù pigia Tera Santa, la gh'è 
sta na dona de Guascogna, che arturnandu dar Santu 
Sepulcru, dove l'era andà en plegrinagiu, quand la fu arivà 
a Cipru zerti orni pogu de bon i l'an ufesa propriu da 
vilan ». (A cura di Achille Neri). 

Accanto a queste leggiamo la diciannovesima Tavoletta 
dell'Esopo Zeneise di Martin Piaggio ^^: 

Unn-a musca de stae (estate), stanca e affanà. 
In sce come d'un beu a s'andò a posa, 
E a ghe disse: « Se mai te peisu troppo 
Dimmeo che me ne vaddo de galoppo 
Sciolla (stupida) rispose u beu, ti me fae rie. 
E chi saveiva che ti fosci chie? 



^' M. Piaggio, Poesie, Genova 1887, p. 50. 



LOMBARDIA 



L'area dialettale lombarda non corrisponde esattamente 
alla circoscrizione amministrativa. A occidente manda pro- 
paggini in Piemonte dove a Vercelli per « non ho fame » 
si dice alla lombarda / Vài mia jàm, invece dì i Vài 
nen fam e a Casale, per « mangiare », pure alla lombarda, 
mangia (anziché mangè) ^ A settentrione l'area dialettale 
lombarda occupa praticamente la Svizzera cisalpina con 
l'intero Canton Ticino, le valli grigionesi Calanca Mesol- 
cina Bregaglia e di Poschiavo. A est invade il Trentino 
sudoccidentale, teoricamente fino a Trento, dove però 
sente duramente l'influenza veneta. Più a sud il confine 
dialettale corrisponde a quello naturale. Lago dì Garda e 
Mincio^. Fra il Mincio e il Ticino il confine meridionale 
dei dialetti lombardi è invece arretrato rispetto al confine 
amministrativo: Mantova è territorio originariamente emi- 
liano, in parte soggetto oggi a influenze venete ^, mentre 
Pavia, pure originariamente emiliana, risente delle in- 
fluenze milanesi. Nell'Oltrepò pavese vengono in contatto 
le aree piemontese e emiliana "*. 

Oltre che poco corrispondenti alle amministrative, le fron- 
tiere dialettali sono in genere poco nette. I dialetti lom- 
bardi sono tipici dialetti « gallo-italici » e cioè influenzati 
da tradizioni preromane e romane risalenti alla Gallia, 
senza le punte estreme degli infiniti come mangè o dei tipi 
pdder « padre » e senza la caduta delle vocali atone prima 
dell'accento quale appare nell'emiliano stmana o nel pie- 
montese tnì, rispettivamente per « settimana » e « tenére ». 



' Cfr. Piemonte p. 1. 

^ Merlo, / dialetti lombanli (= Merlo), p. 2. 

' C. Battisti, // confine dialettale lombardo-mantovano-emiìiano in 

rapporto alle variazioni storiche del tronco medio del Po, R.L.R. 9, 

1933, pp. 195-202; ma ora Merlo, p. 6. 

'' Devoto, Per la storia delle regioni d'Italia, p. 231 sg. 



Lombardia 21 

Questo ha fatto pensare a qualcuno che l'ambiente in cui 
si è sviluppato il lombardo è stato leponzio e non gal- 
lico. Neanche la frontiera settentrionale mette sempre 
i dialetti lombardi in posizione di contrasto netto, perché, 
quando non si tratta di dialetti tedeschi, si tratta di dia- 
letti ladineggianti, risalenti ad una latinità diversa ma non 
meno gallicizzata di quella padana. Rispetto ai dialetti 
veneti, intrinsecamente assai diversi, si osserva un anti- 
cipo nella modulazione della frase, che appare già veneteg- 
giante a Brescia. Da Milano irradia comunque una in- 
fluenza livellatrice e banalizzatrice, per il crescente peso 
della lingua letteraria e per la forte immigrazione da al- 
tre regioni italiane. Essa è ostacolata solo sulla frontiera 
settentrionale dal confine politico. Il lombardo più ge- 
nuino e arcaico lo si andrà a studiare un giorno, piuttosto 
che in qualsiasi altro centro della Lombardia, a Bellin- 
zona, dove l'uso del dialetto si mantiene anche a livello 
borghese ^, e la sua cadenza cordiale e un po' grossa non 
suscita rispetti umani. 

La colonizzazione romana, tenuto conto della posizione 
della Gallia transpadana, è abbastanza precoce. La prima 
colonia di diritto latino fu Cremona, fondata già nel 
218 a.C. Di cittadini romani sembra sia stata invece la 
colonia di Mantova (dal 214 a.C). Ma la Lombardia è 
terra classica di simbiosi gallo-italica. Le principali città 
corrispondono ai territori di tribù galliche: Medìolanum 
(Milano) è legata agli Insubri, Laus Pompeia (Lodi) ai 
Boi, Bergamo agli Orumbovii, Brescia ai Cenomani; Tlci- 
mim (Pavia) invece al territorio dei Liguri Laevi, preesi- 
stenti nella regione. A queste città è da aggiungere presto 
anche Como^. 

L'accesso della latinità alla Lombardia si fonda essen- 
zialmente sui due passaggi del Po a Piacenza e Cremona. 
Le vie alpine confluivano su Milano dai diversi valichi. 
Gli itinerari esterni che permettevano di evitarla, erano 
essenzialmente due, quello da Ivrea a Piacenza, seguito in 
età medievale dai pellegrini diretti a Roma, e quello da 

^ Cfr. Salvioni, Lingue e dialetti della Svizzera italiana, p. 719 sg. 
' Beloch, Rómische Geschichte, cit., pp. 616; 624. 



22 / dialetti delle regioni d'Italia 

Piacenza a Verona (via Postumia). Sono gli itinerari che 
praticamente delimitano per esclusione l'area dominata 
dall'influsso di Milano. La centralità della città di Milano 
toccò il culmine all'età di Diocleziano (300 d.C), quando 
divenne una delle quattro capitali di prefettura del pre- 
torio''. La natura paludosa del territorio meridionale nel- 
l'Alto Medioevo fece però si che Pavia si svolgesse sotto 
l'influenza emiliana. Era più agevole passare il Ticino e 
Po che la zona subito a settentrione, non ancora bonificata 
dai cistercensi. 

Compresi fra queste aree dialettali non completamente 
estranee, i dialetti lombardi risultano più che altro attra- 
verso una illuminazione indiretta. Rientrando nella loro 
natura « gallo-italica » essi normalmente: a) perdono le 
vocali finali diverse da -A, per esempio òm « uomo » fiim 
« fumo », nef « neve » fi! « filo » di fronte a roda « ruo- 
ta »; b) accolgono la pronuncia ij per la u chiusa latina, 
film «fumo»; e) eliminano le consonanti doppie, per 
esempio rota « rotta »; d) leniscono le consonanti occlu- 
sive in posizione intervocalica come in roda « ruota », 
arrivando alla caduta completa quando si tratti di -d- 
come in eoa « coda » (cioè in limiti più moderati del 
piemontese e del ligure); e) danno una pronuncia speciale 
alla N sia in posizione intervocalica che in posizione finale *. 
Dal punto di vista delle vocali, sono tuttora presenti fatti 
di cosiddetta metafonia e cioè il passaggio di -e- a -i- sotto 
la influenza di una i lunga finale, andata poi perduta se- 
condo la regola generale citata sopra: perciò il plurale 
di quell « quello » è quij, di guest « questo » è qiiist, di 
eavél « capello » è cavi: come per « avete » si dice avì^. 
La metafonia era un tempo molto più diffusa, e, a Milano 
soprattutto, continua a declinare. Nelle zone periferiche, 
per esempio in certe aree ticinesi, si ha ancora mìlanis 
plurale di milanés e, applicata ad altre vocali, si ha fidi 

' M. Bartoli, Caratteri fondamentali delle lingue neolatine, in Saggi 
di linguistica spaziale, Torino 1945, p. 108 sg. 

' Cfr. Piemonte pp. 2; 3 sg.; Liguria p. 11. V. inoltre Salvioni, Fone- 
tica del dialetto moderno della città di Mdano (= Salvioni), pp. 90 
sgg.; 81 sg.; 157 sgg.; 203. 
' Bertoni, p. 71 sgg.; Rohlfs I, p. 77; Salvioni, p. 62 sg. 



Lombardia 23 

maschile di fiola in cui la -u finale del latino volgare 
filjòlus ha agito sulla o riducendola prima a uo poi a ò, 
mentre la -a finale (conservata) non ha esercitato nessuna 
azione perturbatrice '^. La metafonia sembra si associasse 
cioè alla dittongazione delle e aperte e delle o aper- 
te, secondo lo schema di vece' « vecchio » senza metafonia 
e senza dittongazione, rispetto al plurale viec' con meta- 
fonia e dittongazione (poi riassorbita in i). Con o senza 
metafonia, le e e le o aperte seguono una sorte parallela 
in Lombardia, Piemonte e Liguria. Il superamento di una 
forma dittongata appare anche per le antiche vocali E 
chiuse, che in Piemonte sono rappresentate regolarmente 
da Ei, mentre in Lombardia appaiono sia con la e aperta 
(e quindi non primitiva) di tela, sia con la i di sira « sera », 
candila « candela », mis « mese » ^^ 

Fra le consonanti il processo di assibilazione in teoria è 
quello gallo-italico, ma rimane lontano dalla generalizzazio- 
ne: a Milano cent in confronto al ligure sentu. Nel caso del- 
la consonante sonora, il lombardo si limita alla palatalizza- 
zione in gent e gióg come nel toscano gente e gioco e a dif- 
ferenza di liguri e emiliani ^^. Nei gruppi con l le soluzioni 
lombarde sono sul livello delle piemontesi e emiliane, e 
quindi, quando si tratta di cl, gl, più avanzate di quelle 
toscane: dama « chiama » da cl, gianda « ghianda », gìas 
« ghiaccio » da gl. Viceversa, quando si tratta di pl, bl le 
soluzioni sono sul livello piemontese emiliano e insieme 
toscano: pian « piano » ciane « bianco » ^^ (contro il li- 
gure cian, giancu). Per quanto riguarda il giaippo -ct-, as- 
similato in TT nell'Italia centro-meridionale (e in -t- nel- 
l'area emiliana e veneta), si ha nella Lombardia in preva- 
lenza la palatalizzazione progressiva del tipo fac' in con- 
fronto di quella regressiva del tipo jait, propria del Pie- 
monte ^'*. Qualunque sia il rapporto interno fra le due so- 
luzioni, pare chiaro che la prima (di tipo provenzale) sia 
quella primitiva in Lombardia, mentre la seconda (di tipo 
francese) ha fatto soltanto delle incursioni in età arcaica, 

'" Rohlfs I, p. 152. 

" Rohlfs I, p. 78 sgg.; Salvioni, p. 58 sg. 

" Cfr. Piemonte p. 4 sg. 

'^ Cfr. Piemonte p. 5. 

'■* Bertoni, p. 94 sg.; Rohlfs I, p. 365 sgg.; Salvioni, p. 234 sgg. 



24 / dialetti delle regioni d'Italia 

per esempio presso Bonvesin, rimanendo poi riassorbita 
nella forma locale lombarda. In Piemonte invece il tipo 
fac' sopravvive solo parzialmente, mentre il tipo fait 
ha trionfato nelle più importanti regioni centrali. La diffe- 
renza fra il Piemontese fait, il lombardo fac', l'emiliano 
fat è una delle poche che caratterizzano nettamente il 
lombardo all'interno dei dialetti gallo-italici ^^. Ma l'in- 
fluenza della lingua italiana, appoggiata anche all'uso ve- 
neto-emiliano, ha agito in Lombardia dove il tipo lat va 
soppiantando lac' e, per quanto riguarda i participi pas- 
sati, si arriva, al di là di fat e di fac', addirittura a fa. 
Nelle aree lombarde periferiche del settentrione si hanno 
fenomeni di diversa natura, da una parte quelli sicura- 
mente di provenienza esterna, transalpina e perciò inno- 
vativi, dall'altra quelli legati alla posizione appartata e 
perciò conservativi. Alla prima categoria appartengono 
forme come era per « ala » che mostra la vocale e al po- 
sto di A come in francese, o ciamp, giat per « campo », 
« gatto » che mostra la palatalizzazione della consonante 
gutturale anche davanti alla vocale a; anche questo come 
in francese ^^. Molto probabilmente, il tipo lait di Bormio 
e del vicino territorio svizzero di Poschiavo " ha la stessa 
origine, indipendente da quella piemontese e lombardo- 
arcaica. Dall'altra parte, la u toscana che appare a 
Bormio e in territori ticinesi e grigionesi pare dovuta a 
una tendenza locale a eliminare le vocali « miste » come 
ò, ù ^^. Di altra natura è invece la pronuncia scima di 
fronte al settentrionale sima e al toscano cima; è una pro- 
nuncia intermedia che si è salvata dalla pressione assibila- 
trice risalente nelle valli, da mezzogiorno verso i crinali 
alpini ''. 

Lo scarso accentramento verso un modello lombardo uni- 
tario non ha solo mantenuto nel passato delle frontiere 
esterne poco caratteristiche, ma ne ha favorito delle in- 
terne; quasi la metropoli delle parlate gallo-italiche fosse 

'^ Merlo, p. 3. 

" BiiRTONi, p. 56; Merlo, p. 7. 

" Cfr. AIS carta 1199: làyt al punto 58 (Poschiavo). 

" Rohlfs I, p. 58. Cfr. anche S. Sganzini, Le isole di u da iì nella 

Svizzera Italiana, I. D. 9, 1933, p. 27-64. 

" Rohlfs I, p. 225. 



Lombardia 25 

sì un centro unificatore e insieme attenuatore, ma poi, nel 
suo interno, ammettesse distinzioni fra classi e rioni. Se- 
gnale di divisione dialettale lombarda è il corso inferiore 
dell'Adda. C'è meno differenza in certo senso fra la pie- 
montese Novara e Milano che fra Milano e Bergamo. 

I caratteri complessivi del lombardo orientale rispetto al- 
l'occidentale sono dati essenzialmente dalla caduta della 
nasale in sillaba finale: pan « pane » diventa pà, vin di- 
venta vi, dent diventa det. La persistente debolezza della 
-V- può condurre alla lenizione totale della -p- intervoca- 
lica, che, salva nell'italiano àpice, appare parzialmente le- 
nita nel lombardo occidentale (milanese àves) ma elimi- 
nata nel bergamasco àes. Apertura delle vocali -i-, -u- 
compare nei tipi bergamaschi vest per « visto » o lema per 
« lima » da antiche -i-, e /òm per « fumo » da -Ù-. Il ber- 
gamasco mostra poi anche la debolezza della v- iniziale, 
per cui ì è il « vino » e la ida è la « la vite » ; mentre la 
s- iniziale tende a passare a semplice aspirazione per esem- 
pio in hac « sacco », hul « sole », hotrà « sotterrare », 
hera « sera » e nella frase caratteristica, hu tre ure che hu 
chi hiita « son tre ore che son qui sotto » ^. Un carattere 
occidentale, oggi in forte declino, è il passaggio da -l- a 
-R- per esempio ara « ala », para « pala », carisna « cali- 
gine », gora « volare » -'. 

Anche nella morfologia la Lombardia tiene un posto in- 
termedio fra Piemonte e Liguria da una parte e Emilia e 
Venezie dall'altra, per quanto riguarda l'articolo, che è lo 
nelle prime, el nelle seconde ^. Va d'accordo anche con 
il ligure nell'usare ghe per « gli » e « loro », contro il 
piemontese più genuino i^. Particolarmente interessanti 
sono in lombardo i pronomi atoni enclitici -t e -v che 
vengono quasi a costituire desinenze rispettivamente di 

II singolare e di III plurale^"*. 

Nei verbi, la prima persona singolare appare in -i (per 
esempio disi, disevi « dico, dicevo »), la prima persona sin- 

^ Cfr. le tabelle distintive stabilite da C. Merlo a p. 5 sgg. 

^' Cfr. Liguria p. 12; e v. Merlo, p. 7 sg. 

" Rohlfs II, p. 104 sg. 

" Rohlfs li, p. 157. 

" Bertoni, p. 102 sg. 



26 / dialetti delle regioni d'Italia 

gelare al futuro di « essere » è sarònt, ricalcato su sont « so- 
no » ^. Il paradigma del condizionale, fondato sull'asso- 
ciazione dell'imperfetto (e non, come nel toscano, del per- 
fetto latino), è truarìa -fiat -ria -rìum -rìuf -rìan, invece di 
troverei -esti ecc. ■^^ La sorte del participio passato è sotto 
l'influenza delle differenze tra la Lombardia occidentale e 
orientale. Dati i tipi di -ato, -ito, -uto, nella Lombardia 
orientale la caduta precoce della vocale finale finisce per 
rafforzare la consonante superstite, meno esposta alla le- 
nizione: cantai, lavàt, (v)endìt, (v)estìt, beviit. In occi- 
dente la lenizione precede la caduta della vocale finale, e 
quindi a Milano si ha la forma lenita lavao, contratta poi 
in lava. Questa tende a diffondersi anche verso oriente. 
Le forme in -ato avevano poi subito nelle regioni orientali 
l'influenza di quelle del tipo fac' derivate da factu, ed 
erano nati così tipi analogici come andac'. Le forme 
femminili si trovarono così esposte a due forze opposte. 
Il fatto che la -a non era soggetta a caduta favoriva la 
lenizione parziale della -t- in -d- col risultato che, di 
fronte ai maschili finì, legiii, si sono avuti i femminili 
finida, legiiida « finita » « letta ». L'altra forza era quella 
dell'analogia secondo il normale rapporto del femminile 
rispetto al maschile. Si sono così potute avere forme come 
andacia « andata » femminile di andac', derivato da andàt 
(che si era venuto ad allineare con fac') 2^. 

Una maggiore individualità è data invece in molti casi 
alla Lombardia dal lessico, piuttosto ricco di termini spe- 
cifici o che comunque si oppongono nell'uso a quelli delle 
zone finitime. Tipici, se non esclusivi, sono prestine « for- 
naio » (dal lat. pistinarius, che è conosciuto anche nella 
forma italiana adattata prestinaio), burla « cascare », bar- 
bos « mento », veste « armadio », sciat « rospo », sidei 
« secchio » (che ritorna in ladino) ^^, mentre mascherpa 
(mascarpa: ne è diffuso in italiano un derivato, mascar- 

" Bertoni, p. 103; Rohlfs II, pp. 246 sg.; 267; 353. 

^* Cfr. Piemonte p. 6. 

" Rohlfs II, p. 368. 

^^ AIS carte 234, 220, 115, 911, 455, 365, 1219. 



Lombardia 27 

pone) sta ad indicare una specie di ricotta 2^. Il tipo les- 
sicale BUFARE, un verbo di origine onomatopeica diffuso 
in tutta la Romania, è comunque quello più usato in tutta 
la regione per « soffiare » ^. Di particolare interesse è poi 
biut, un termine presente anche in piemontese e in veneto 
(bioto), ma molto frequente in Lombardia col valore di 
« nudo » e che costituisce un importante esempio di infil- 
trazione germanica — in questo caso gotica — nei dialetti 
settentrionali ^^ In magiustra « fragola » vediamo invece 
una parola da far risalire a uno strato linguistico di epoca 
prelatina ^2. Nel campo botanico troviamo altri termini re- 
gionali come frambós « lampone » (che ha i suoi riscontri 
nell'area francese), rubìn « acacia », anche dal Veneto me- 
ridionale, e ramparla « edera » di derivazione evidente ^^ 
diffuso però solo nella parte orientale della regione. L'an- 
titesi tra zona occidentale, milanese, e zona orientale, ber- 
gamasca, si ripete infatti frequentemente anche nel lessi- 
co: in certi casi si costituisce una frontiera tra due ampie 
zone lessicali dell'Italia settentrionale, come nell'opposi- 
zione dei tipi RATTO e sorcio, lavandino e secchiaio, sab- 
bia e sabbione; spesso però la contrapposizione è tra due 
diversi termini lombardi, come nel caso di « pipistrello » 
che è tegnola a ovest e grignàpiila ad est ^. Così bìgaról 
è « grembiule » solo nella zona bergamasca di fronte a 
scusai, di area più ampia, occidentale e settentrionale^^, 
mentre basèl « scalino » è solo della zona occidentale ^. 

Dante tratta i lombardi meglio dei romani e dei marchigia- 
ni, ma certo non li elogia. Nel De vidgari eloquentia egli 
dice: « e dopo costoro (e cioè i romani e gli abitanti della 
Marca di Ancona) estirpiamo via i milanesi, i bergamaschi 
e i loro vicini anche a scherno dei quali ricordo un tale 

^' Cfr. Battisti, Studi di storia linguistica e nazionale del Tren- 
tino, p. 47. 

^^ AIS carta 936; v. comunque anche la carta 377. 
" AIS carta 670; cfr. Bertoni, p. 13. 

" AIS carta 610; cfr. Hubschmid, Mediterrane Substrafe, Berna, 
1960, p. 27. 

" AIS carte 611, 594, 619. 
^ AIS carte 444, 951, 418, 448. 
" AIS carta 1573; cfr. Bertoni pp. 11, 39. 
'* AIS carta 873. 



28 / dialetti delle regioni d'Italia 

aver cantato enter l'ora del vesper ciò fu del mes d'oc- 
chiover (e cioè occiòver), « all'ora del vespro e fu nel 
mese di ottobre » ^^. È importante qui il rilievo dato ai 
bergamaschi come rappresentanti di una tradizione dia- 
lettale che si presenta distinta rispetto a tutte le altre 
varietà lombarde. La distinzione è sostanzialmente giu- 
stificata così sul piano fonetico come su quello della let- 
teratura dialettale. 

Dalla raccolta del Papanti si possono estrarre questi cam- 
pioni 3^: 

Da Milano: Al temp del prim re de Cipro, dopo che 
Goffredo Bulion l'ha avuu conquistaa Terrasanta, gh' è 
staa ona sciora de Guascogna, che l'è andada in pelle- 
grinagg al Santo Sepclcher. In del torna, quand l'è rivada 
a Cipro, gh'è staa di canaja, che ghe n'han faa de sott e 
doss. (A cura di Cesare Cantù). 

Da Voghera (Pavia) : Dis adonca che in ti temp del 
prim Re d' Cipro dop la conquista d' la Tera Santa 
fata da Gofred d' Buglion, l'è success che una nobil dona 
d' Guascogna l'è andata in pelegrinag al Sepolcar, e quand 
l'è torna, arriva a Cipro, d'ii baloss i g'han fatt d'ii vitu- 
peri. (A cura di F. Gatti). 

Da Erba (Como) : Disi donca, ch'ai temp dol prim Re 
de Zipro, dop che Gofred de Biiglión l'à vengiii la Tera 
Santa, l'è capitàa che ona gran sciora del paés de Gasco- 
gna l'è andada a visita ol Sepólcher e, tornànd indrè, 
apèna l'à metti: pè in Zipro, l'è stàda maltratada da cert 
baraba degn de galera. (A cura di Bernardino Biondelli). 
Da Sondrio: Dunca, i de savé, che quand che gh'éra el 
prim Rè de Cipro, despo che Goffréd de Biiion l'a liberat 
la Tera Santa, l'è siicèss che 'na sciura de Guascogna l'èra 
'ndacia per divozion al Sepolcro. In del torna 'ndree la 
pasava de Cipro, e lì '1 gh'è stac di balòss che i g'à face 
di gran desprezi. (A cura di Pio Rajna). 
Da Valsecca (Bergamo) : Deghe doca. che ai tèp dol prém 
Re de Cipre, dopo che l'è stàcc ciapàt la Tèra Santa da 

" De vulgari eloquentia I, 11, 4. Cfr. ViDOssi, L'Italia dialettale 
fino a Dante, p. LI. 

" / parlari italiani in Certahlo. pp. 286 sg.; 551 sg.; 186 sg.; 453 
sg.; 134 sg. 



Lombardia 29 

Gotefré de Bougliù, l'è ignìt fó che eùna scioùra de 
Guascogna èn pelegrinagg l'è 'ndàcia al Sepùlcro, e 'n dol 
torna' 'ndrt, reèda 'n Cipro, de ergù slegóz la feù velanamèt 
oltragiàda. (A cura di Carlo Invermizzi). 

Si riproducono poi qui alcuni versi del canne Dies Irae 
di Emilio Guicciardi ^': 

E fa cald; on cald che smoeuja (ammollisce) 

Trentanoeuv! Sont masaraa (disfatto) 

No se moeuv manca ona foeuja. 

L'è on torment vess chi inciodaa 

e scolta in sto formigheé 

quij che viv, pien de rangogn (astio) 

quij che canta e che giubbiana, 

quij che spera: « nina-nana... » 

quij che giuga: « uno due tre ». 



" In Poesia dialettale italiana del novecento a cura di M. Dell'Arco 
e P. P. Pasolini, p. 197. 



VENETO 



I confini dialettali del Veneto corrispondono ogni giorno 
meglio alle frontiere amministrative fra Garda Adige e 
Po da una parte, e i bacini del Piave e del Livenza dal- 
l'altra. Sul Garda rimane ancora lombarda la testa di 
ponte di Malcèsine, nel bacino dell'alto Piave la ladinità 
primitiva si attenua nel Cadore, nel territorio di Auronzo 
e nel Comelico, mentre a Cortina d'Ampezzo mantiene 
ancora visibile la sua autonomia: così resiste ancora auto 
in confronto al veneto alto; ciaudo contro il veneto caldo; 
lares contro il veneto làrese, bas contro il veneto baso e 
così via '. 

Al di là dei confini della regione, l'area dialettale veneta 
possiede una grande forza di espansione verso i resti lom- 
bardi del Trentino ^. Più che a estendersi, tende ad irra- 
diare un modello socialmente superiore, sovrapposto allo 
strato originario friulano in direzione di oriente, ridu- 
cendo la genuinità friulana della stessa Udine ^. Solo in 
parte fa sentire la sua influenza sul territorio lombardo a 
Mantova, mentre nulla è la sua azione in direzione di 
mezzogiorno, ostacolata dal Po '*. A differenza dei dia- 
letti lombardi ed emiliani, i dialetti veneti non sono gallo- 
italici, anche se hanno risentito duramente, specie nel Me- 
dioevo, di influenze gallo-italiche, non solo da occidente 
ma anche da settentrione e da oriente. Altro è la mesco- 
lanza linguistica ed etnica con i coloni gallici, che il latino 
d'Emilia e di Lombardia presuppone, e altro sono i sin- 

' Devoto, Per la storia delle regioni d'Italia, p. 230; Ascoli, Saggi 
ladini, p. 377; Battisti, Ricerche di linguistica veneta (= Battisti), 
p. 65 sgg. Cfr. H. LiJDTKE, Inchiesta sul confine dialettale tra il ve- 
neto e il friulano, Ortis 6, 1957, pp. 122-125. 
^ Cfr. più avanti pp. 41; 42 sg. 

' G. Francescato, Osservazioni sul friulano e sul veneto a Udine, 
Ce fastu? 26. 1950, pp. 60-62. 
^ Battisti, p. 13. 



Veneto 31 

goli caratteri gallicizzanti dei dialetti veneti, che si so- 
vrappongono ad una fase originaria di distinzione e sepa- 
razione fra la tradizione latina e quella precedente vene- 
tica. Tracce di un sostrato venetico nei dialetti veneti non 
esistono ^. Presupponendo un latino, evoluto sì, ma non 
mescolato con etnie preesistenti, i dialetti veneti si alli- 
neano a fianco del toscano come rappresentanti di una 
tradizione latina sostanzialmente pura ^. Sulla purezza ori- 
ginaria correnti straniere hanno invece introdotto non po- 
chi elementi perturbatori, che la Toscana ha sperimentato 
solo in proporzioni infinitamente minori. 

Il processo di romanizzazione si è compiuto nel Veneto 
indipendentemente dalla colonizzazione nel senso stretto 
del termine. Le sole colonie di diritto latino (non di citta- 
dini) che si hanno nella decima regione augustea, sono 
Cremona (fondata nel 218 a.C.) che appartiene oggi alla 
Lombardia, e Aquileia (fondata nel 181 a.C.) che appar- 
tiene oggi alla Venezia Giulia ''. Più che da una concreta 
azione della latinità, l'area dialettale veneta è stata de- 
limitata, negativamente, dall'assenza di popolazioni galli- 
che che la facessero propria e quindi automaticamente la 
alterassero. Sulla frontiera occidentale, che noi chiamiamo 
bresciana, esistevano allora i Galli Cenomani, su quella 
orientale che noi chiamiamo friulana, esistevano allora i 
Galli Carni: questi ultimi, almeno dal 200 a.C*. Su que- 
ste frontiere etniche, valide allora, e corrispondenti con 
strana precisione a quelle odierne, hanno agito però per 
secoli forze che le hanno provvisoriamente indebolite se 
non annullate. Sono queste essenzialmente la riforma am- 
ministrativa dell'imperatore Diocleziano intorno al 300 
d.C,. e la affermazione longobarda intorno al 560 d.C. La 
prima, fissando in Milano una delle quattro grandi capi- 
tali dell'Impero, ha stimolato correnti culturali ammini- 
strative, e perciò anche linguistiche, in direzione da oc- 
cidente verso oriente; la seconda, dilagando dalla fron- 

' Battisti, p. 28 sg. 

* Devoto, L'Italia dialettale, passim. 

' Beloch, Ròmische Geschichte, cit., p. 615. 

' Pellegrini, L'individualità storico-linguistica della regione veneta 

(= Pellegrini), p. 148 sgg. 



32 / dialetti delle regioni d'Italia 

tiera del Livenza, ha stabilito in senso inverso una con- 
tinuità dall'oriente verso occidente. Il presumibile destino 
della latinità euganea nei secoli vii-viii d.C. era quello di 
adeguarsi e immergersi nelle due tradizioni gallo-italiche 
che premevano, convergendo, da oriente e da occidente in- 
sieme. A queste influenze se ne è aggiunta poi una terza 
dal settentrione, anch'essa di ispirazione gallo-italica, in 
modo che alla fine la tradizione veneta genuina dovette 
fare i conti con le influenze (popolari come letterarie) 
dall'occidente, quelle prevalentemente elevate dall'orien- 
te, quelle invece sostanzialmente demografiche e popolari 
da settentrione. 

La genuinità della latinità euganea si fonda in prima li- 
nea sulla assenza delle vocali « miste » ò ij; della conso- 
nante nasale detta faucale in posizione intervocalica; della 
palatalizzazione del gruppo ex; della dittongazione delle 
vocali E chiusa e o chiusa ^. Così si hanno i tipi veneti 
fogo per « fuoco » contro le forme corrispondenti foga del 
genovese, fog del piemontese lombardo e emiliano occi- 
dentale, e così novo fora duro contro le forme genovesi 
nòvu fòa diiu e quelle piem, lomb. ed emil. occid. nof 
fora diir. La pronuncia di lana luna è identica alla to- 
scana ma diversa dalla ligure-piemontese lUn-a e da quella 
emiliana lan-na lun-na. Le forme venete fato late note 
corrispondono (salvo la mancanza delle consonanti dop- 
pie) alle toscane fatto latte notte, ma si contrappongono 
così alle piemontesi fait lait nòit, come alle liguri fàtu 
late note e alle lombarde fac' lac' noe'. Le forme venete 
sera fredo neve, corrispondenti alle toscane (salvo la man- 
canza di doppie) sera freddo neve, si contrappongono alle 
dittongate p. es. genovesi seia freidu neive. Le forme venete 
erose lovo fior (tose, croce lupo fiore) si contrappongono 
alle genovesi crusge lu sciu, in cui la vocale chiusa u 
rappresenta un più antico dittongo ou ^°. 
In altri casi i dialetti veneti mantengono legami soltanto 
allentati con i paralleli toscani. Stretto è ancora il rap- 

' Devoto, L'Italia dialettale, passim. 

'° Bertoni, p. 11 sgg. Pellegrini, p. 152. Sulle caratteristiche fo- 
netiche venete v. anche Mafera, Profilo fonetico-morjologico dei 
dialetti da Venezia a Belluno (= Mafera), p. 143 sgg. 



Veneto 33 

porto con la sorte delle e aperte, che in sillaba aperta 
mostrano tuttora la dittongazione di tipo toscano: miei 
come miele, piera come pietra, sieve come siepe '^ Ma 
meno regolare è la corrispondenza per quanto riguarda la 
o aperta: se si ha cuor come cuore, molto più frequente 
e compatta è la serie di domo omo fogo roda novo di 
fronte alle forme toscane duomo uomo fuoco ruota nuo- 
vo '^. La minore aderenza alla tradizione toscana sta poi 
nel fatto che la dittongazione con i caratteri e nei limiti 
della Toscana è propria non dell'intiera area veneta ma 
solo di Venezia. Fuori di Venezia si è affermata anche in 
sillaba chiusa, per esempio a Rovigo in forme come fiero 
tiera invierno piotano di fronte alle normali toscane e ve- 
neziane fer(r)o ter(r)a inverno pettine. Le forme non 
dittongate in sillaba aperta rappresentano una reazione o 
protesta veneziana contro le soluzioni della terraferma, 
sentite come troppo spinte. 

Per quello che riguarda le vocali in fine di parola, i dialetti 
veneti hanno risentito evidentemente della pressione gallo- 
italica, che in Piemonte, Lombardia ed Emilia elimina le 
vocali finali diverse da -a. I dialetti veneti accettano que- 
sta innovazione, ma, soprattutto a Venezia, solo in parte. 
La pressione gallo-italica sì manifesta più chiara di mano 
in mano che ci si allontana da Venezia verso il settentrio- 
ne, in direzione di Treviso e Belluno *^. A Venezia si ha 
così in generale la caduta di -e e -o finali solo dopo na- 
sale, come in pan can man e nelle terminazioni in -on 
come raion, in -in come in putin, in -an come in piovàn. 
Si ha invece della sola -e dopo l e r, per esempio in miei 
fiel mal di fronte a pa-o « palo », pe-o « pelo », mu-o 
« mulo » (in cui notiamo il dileguo, attuatosi attraverso la 
palatalizzazione, della l^"*); in dar fior cuor mar di fronte 
a duro toro pero caro. Se ci si sposta verso settentrione, si 
trova però a Treviso la caduta anche di -o nel suffisso 
-el(l)o, p. es. in fradèl porsèl contro le forme veneziane 
frade-o porse-o; a Montebelluna si ha questa caduta anche 
in parole bisillabiche come in pel mul (venez. pe-o mu-o). 

" Rohlfs I, p. 117 sg. 

'^ Rohlfs I, p. 145 sg. Su tutta la questione cfr. Battisti, p. 56 sgg. 
" Bertoni, p. 115 sg.; Mafera, p. 169 sgg.; Battisti, p. 47 sgg. 
" Mafera, p. 177 sgg. 



34 / dialetti delle regioni d'Italia 

A Quero sulla strada di Feltre, si ha la caduta di -o an- 
che dopo R come in diir tor per (contro venez. duro toro 
pero), infine a Feltre si ha la caduta anche dopo conso- 
nante momentanea, come in tosàt « ragazzo » mai « m.atto » 
bigàt « baco ». Che questa caduta rappresenti il risultato 
di uno sforzo concentrico di natura gallo-italica, è pro- 
vato dalla geografìa: i tipi not presenti all'altezza di Fer- 
rara sul Po, e a Latisana sul Tagliamento, e risalenti ri- 
spettivamente ai Galli Senoni e ai Galli Carni, non si 
congiungono per la resistenza della latinità euganea, ma si 
arrestano sulla linea segnata dall'Adige a Verona e su 
quella segnata dal Piave a sud di Feltre. 
Come esempi di adeguamento totale agli schemi gallo- 
italici i dialetti veneti mostrano invece la pronuncia fau- 
cale delle n in posizione finale, la eliminazione totale delle 
consonanti doppie, eliminazione che diventa anzi carat- 
teristica della pronuncia italiana dei veneti, e finalmente 
lo sviluppo a sibilante delle consonanti palatali di tipo 
CE CI. Su questo punto Venezia corrisponde all'area che 
ha spinto il movimento alle sue conseguenze estreme, pro- 
nunciando SE SI, ad es. in sinque sento sima braso per 
« cinque cento cima braccio ». In parecchie aree rustiche 
dell'entroterra il movimento si è arrestato alla fase detta 
interdentale thinco thento thima bratho. Il movimento si 
delinea parallelo nelle forme sonore gè gì in sogo sugno 
senèr a Venezia, dhogo dhugno dhenèr nelle aree interne 
di fronte alle forme toscane giogo giugno gennaio ^^. 
Una delle vicende più complesse è quella dei gruppi di 
consonanti del tipo cl, pl '^. In testi antichi veneziani si 
trovano i tipi blasmando fior fiume plano più darò odi 
vedo macia. La resistenza della l si mantiene tuttora nei 
territori friulani al di là del Tagliamento, talvolta con la 
caduta della consonante precedente come in vieli invece 
dell'antico ven. vedo (tose, vecchio). La prima innova- 
zione è quella d'origine centro-italiana, per cui al posto 
di CL si ha ccHj; essa si diffonde con rapidità e giunge 
fino all'alto bacino del Piave. Essa è seguita dal suo ulte- 

'' Pellegrini, Le interdentali nel veneto; e anche Mafera, p. 172 
sgg.; Pellegrini, p. 157 sgg. 

'^ Devoto, Per la protostoria della Venezia Euganea; e anche Bat- 
tisti, p. 51 sgg., 60 sgg. 



Veneto 35 

riore sviluppo (non raggiunto invece in Toscana), da cchj 
in ccj. A questa fase appartiene il veneziano che dice odo 
vedo darò dodo mada damar. Ad essa ne succede una 
terza, con la lenizione del tipo vegio. Questa innovazione 
si manifesta piuttosto nella parte settentrionale del terri- 
torio di Padova, raggiunge in parte Venezia come mostrano 
le antiche grafie oscillanti vetchio e vetgio, ma non arriva 
a confondere i risultati dei tipi preesistenti paralleli ai 
toscani vecchio sveglio. Non si tratta di due dialetti di- 
versi a Venezia, ma della differenza fra uno strato arcaico 
socialmente inferiore e uno socialmente superiore, più 
aperto alle innovazioni della terraferma, ma che tuttavia 
non riesce a prevalere in modo definitivo. 

Per quello che riguarda i pronomi personali, non solo so- 
no, come negli altri dialetti settentrionali, necessari nel 
paradigma della coniugazione, ma sono spesso rinforzati: 
alla prima persona singolare del tipo mi parlo « io parlo » 

nelle regioni di montagna, alla prima e seconda plurale 
noi parlòn, voi parie, si oppongono i tipi rinforzati ti te 
parli, lu l parla, lori i parla, rispettivamente nelle persone 
seconda e terza del singolare e terza del plurale: cui (solo 
nelle regioni di pianura) si aggiungono le forme rinforzate 
noialtri parlemo, voialtri parie, nella prima e seconda del 
plurale ^^. 

Le forme, appena citate, di prima persona plurale, in -òn 
segnano un importante carattere distintivo tra le regioni 
venete di pianura e quelle di collina e montagna. Le pri- 
me, analogamente ad altre aree della regione padana e li- 
gure, hanno un tipo risalente a un lat. * sìmus variante 
di sumus, generalizzato come modello per le coniugazioni 

1 e II, nella desinenza -emo (tose, -iamo), e adattato alla iii 
nella forma -imo, secondo le serie parlemo vedemo sen- 
timo. Le regioni montane invece si modellano sull'antico 
indicativo lat. sumus e quindi danno luogo ai tipi tuttora 
viventi sulla linea delle Prealpi, fra Piave e Livenza, come 
parlòn invece di parlemo, batòn invece di batemo, e così 
on per avemo, don invece di demo, podòn invece di po- 
demo ^^. Queste forme montane si trovavano in passato 

" Cfr. AIS carte 660, 661. 

'* Rohlfs II, p. 250 sg.; Mafera, p. 182. 



36 / dialetti delle regioni d'Italia 

sino nel territorio di Padova che, attraverso il Ruzzante, 
ci ha tramandato forme come mandòm seòm digòm ve- 
gnòm. Che l'equilibrio raggiunto oggi abbia ragioni pro- 
fonde, è provato dal fatto che la linea di confine tra le 
desinenze -emo e -òn corrisponde a quella fra caduta ri- 
stretta e caduta abbondante delle vocali finali. 
Nel campo della morfologia verbale son da notare altre 
caratteristiche dei dialetti veneti. Il coincidere delle forme 
di III singolare e di in plurale per la perdita dell'ele- 
mento nasale finale (come in lombardo e in molti dia- 
letti settentrionali) ^^ ha influito con la forza dell'analogia 
sul verbo essere: xe equivale sia a « (egli) è » sia a 
« (essi) sono ». La forma si presta a varie interpretazioni 
dal punto di vista della derivazione ^: importante è no- 
tare la sua forza di irradiazione che giunge fino a Mug- 
gia^^ Anche il caratteristico participio passato veneto in 
-esto, esso pure di origine analogica, occupa un'area molto 
vasta dal Polesine alla zona della Valsugana, al trevisano, 
all'istriano di Rovigno dove si è creato, per i verbi della li 
coniugazione, il tipo -(sto i-ist) ^^. 

I tipi lessicali veneti trovano generalmente accordo in due 
diverse direzioni: o si tratta di parole settentrionali, di 
area più o meno diffusa e compatta (sono i casi di amita 
« zia », di CUNA « culla », di foglia della vite per « pam- 
pano », dei derivati di cannabalum « collare delle vac- 
che ») ^, oppure i termini si legano, attraverso quel parti- 
colare tramite che è la Romagna, alla zona centrale (come 
per aguaso « rugiada », ruga « bruco », donnola, fabbro) '^^. 
Si coglie dunque anche nel lessico il duplice aspetto dei 
dialetti veneti connessi per alcuni caratteri — soprattutto 
consonantici — ai dialetti gallo-italici, per altri — soprat- 
tutto per il vocalismo — ai dialetti toscani. 
Dobbiamo ricordare anche casi di concordanze parziali 



" Rohlfs II, p. 256. 

^o Rohlfs II, p. 269 sg. 

^' Cfr. la traduzione della novella in muglisano, a p. 53. 

" Rohlfs II, p. 373 sg.; Pellegrini, p. 157. 

" AIS carte 20, 61, 1309. V. anche Bertoni, p. 40; Pellegrini, Po- 
stille etimologiche venete in Omagiu Rosetti, 1965, p. 683 sg. 

" AIS carte 374, 481, 438, 213. 



Veneto 37 

con singole zone: per tros, troi « sentiero » e per cultare 
« concimare » con il Trentino-Alto Adige ^, per il tipo 
BECCARO « macellaio » con la Lombardia. Notiamo una 
volta di più la complessità dei fatti lessicali, ognuno dei 
quali rispecchia a suo modo un capitolo di storia, anti- 
chissima o recente, del luogo in cui la parola vive, o, ma- 
gari, è vissuta; fatti a volte molto interessanti, di cui pro- 
prio per il Veneto H. J. Frey ci ha dato una chiara esem- 
plificazione in un suo recente volume ^: riprendiamo qui 
i casi di marangon, parola veneta espansa anche nella 
Lombardia occidentale e nella Romagna, e impissar « ac- 
cendere », innovazione che si irradia da Venezia per tutta 
la regione. 

Ma il Veneto presenta anche numerose singolarità lessi- 
cali, ben note in genere anche ai non veneti e ai non 
specialisti: oltre a toso e tosa (anche della Lombardia), 
putel (puteo) e putela « ragazzo, ragazza », comuni an- 
che al Trentino, santolo e santola « padrino » e « madri- 
na », copar « ammazzare », bisi (con sonorizzazione ini- 
ziale) « piselli », scarsela « tasca », cotola « sottana », no- 
gara « noce », goto « bicchiere », gemo « gomitolo », pa- 
rolaro « calderaio » ^^; e aggiungiamo filò « veglia di cam- 
pagna », interessante non solo dal punto di vista folclori- 
stico, ma anche da quello fonetico-morfologico, in quanto 
mostra l'antico tipo di participio passato in -o da -atu ^*, 
già menzionato da Dante. 

La storia della latinità euganea appare divisa in due gran- 
di fasi. Nella prima, pressioni da occidente da settentrione 
da oriente tendono a restringere l'area primitiva che, fra 
Adige e Livenza, la storia aveva delimitato in circostanze 
propizie per una indisturbata tradizione di latinità. Queste 
pressioni hanno introdotto a poco a poco elementi gallo- 
italici, che hanno ristretto sempre più l'area genuina. Per- 
sino Venezia, geograficamente appartata nelle isole che la 
avevano protetta da pressioni unne e longobarde, persino 

" Battisti, Popoli e lingue dell'Alto Adige, p. 97. 

^^ Per la posizione lessicale dei dialetti veneti (cfr. le pp. 45 sgg.; 

58; 69). 

" AIS carte 43, 44, 35, 36, 245. 1376. 1563. 1572. 1336. 1509, 202. 

" Bertoni, p. 107. 



38 / dialetti delle regioni d'Italia 

Venezia ha accolto gallo-italicismi, che gh antichi testi 
hanno tramandato materialmente anche se non fissato in 
una tradizione. Volta a volta, forme come chiari chiarii 
per « cane cani », una prima persona plurale come von 
invece di andemo, infine vegio accanto a vedo, ci mo- 
strano pressioni orientali, settentrionali, occidentali rag- 
giungere la laguna, che si è aperta a queste novità lin- 
guistiche ^^. La cosa non sorprende, quando si pensi che 
la storia di Venezia nasce da una vicenda di profughi, 
oriundi approssimativamente sì da una stessa regione, che 
è però solcata da tendenze linguistiche contrastanti. 
Nella seconda fase, che si inizia nel xv secolo, si hanno 
due manifestazioni contrastanti che illuminano di luce in- 
diretta anche la prima. Il dialetto di Venezia si trasmette 
dal XV secolo in poi in una forma molto più omogenea e 
genuina di quel che non fosse stato nelle età anteriori. 
Dal XV secolo in poi il veneziano si spiega col veneziano, 
senza dover ricorrere a forze e pressioni straniere. Non 
solo: il XV secolo, che segna il trionfo del monolinguismo 
veneziano, segna anche il declassamento dei dialetti del- 
l'entroterra e principalmente del più illustre, quello di 
Padova o pavano. Una forza estralinguistica, la afferma- 
zione di Venezia come potenza continentale, dà al vene- 
ziano la esigenza di una stabilità e armonia inteme, e in- 
sieme lo presenta nell'entroterra veneto, non più su un 
piede di parità con le tradizioni preesistenti, ma su un 
piano di superiorità politica e sociale, come veicolo di 
comunicazione fra le terre venete linguisticamente affini. 
In pochi decenni, il veneziano diventa la lingua ufficiale 
dall'Adda all'Isonzo 2°. Non ha il potere di snaturare le 
tradizioni dialettali gallo-italiche nel Bresciano e nel Ber- 
gamasco a occidente, nel Friuli a oriente, ma introduce 
condizioni di bilinguismo ineguale fra Adige e Livenza, e, 
nel caso di Padova, opera una sostituzione linguistica pa- 
ragonabile a quella che i papi medicei hanno operato in 
Roma. 

Mentre l'affermazione del veneziano, collegata con la 
espansione politica, diventa di una comprensibilità cristal- 



^' Bertoni, p. 109. 

^ Pellegrini, p. 156 sgg. 



Veneto 39 

lina, rimane aperta la questione della purezza di quel ve- 
neziano. Questa è di natura non più politica ma sociale. 
Bisogna ammettere cioè che la tradizione, per così dire 
mista, del veneziano più antico si associa a una classe 
dirigente legata alle origini composite dell'insediamento 
primitivo. Ma, al di sotto di questa classe dirigente, negli 
strati inferiori della popolazione si è tramandato un vene- 
ziano più genuino e omogeneo che non aveva mai accet- 
tato né chìan, né von, né regio. Quando si è compiuta 
più tardi la svolta della storia politica veneziana dagli 
esclusivi interessi marittimi orientali a quelli continen- 
tali e occidentali, questa appare, attraverso gli indizi lin- 
guistici, accompagnata da una svolta, anzi da un vero e 
proprio rivolgimento di carattere sociale. 

Dante nel De Vulgari Eloquentia ha dato un giudizio lin- 
guistico sul veneziano che va al di là degli altri suoi, ten- 
denzialmente estetizzanti se non proprio moralistici. Egli 
sottolinea la caratteristica padovana del tipo merco per 
« mercato » e accumuna i trevigiani con i bresciani per- 
ché troncano la parola e rafforzano la. finale consonantica 
che ne risulta, secondo il tipo nof di fronte al veneziano 
e toscano nuovo novo. Il giudizio negativo sul veneziano 
ai fini di un impiego letterario si limita alla constatazione 
« neppure i veneziani si stimano degni dell'onore del vol- 
gare che ricerchiamo » ^^ 

Per una esemplificazione dei dialetti veneti togliamo an- 
cora gli esempi da / parlari italiani in Certaldo^-: 
Da Venezia: Donca ve digo che ai tempi del primo Re di 
Cipro, dopo la conquista de Tera Santa fata da Gofredo 
de Buglion, se ga dà el caso che una zentildona de Gua- 
scogna xe andada in pelegrinagio al Santo Sepolcro, e che, 
tornando indrìo, rivada che la xe a Cipro, la gha petà 
drento in t'una mànega de baroni che, povarazza! i la gha 
maltratada in t'un modo... in t'un modo da no dir. No 
potendosene dar pase né zorno né note, ghe vien in mente 



'' De vulgari eloquentia I, 14, 4-6. Cfr. Vidossi, L'Italia dialettale 

fino a Dante, p. LI. 

" / parlari italiani in Certaldo, pp. 550 sg.; 434 sg.; 559 sg.; 117. 



40 / dialetti delle regioni d'Italia 

de andar dal Re perchè el ghe fazza giustizia. (A cura 
di Erminia Fuà-Fusinato). 

Da Rovigo (dialetto della plebe dei borghi) : Mi a digo 
dunque che in te i tempi del primo Re de Sipro, dopo la 
ciapàda fata da Gofredo Bugliòn de la Terasanta, xè susse- 
desto che una zintildona de Guascogna, che géra in pele- 
grinagio, la xè andà al Sepolcro, e tornando in drio, la xè 
capita a Sipro, dove da alcuni rami de galèra la xè sta 
vilanamente oltragià. (A cura di Ferdinando Prosdocimi). 
Da Verona (dialetto della plebe) : G'o da contarvene 
una de bèlé, e no l'è miga una rosaria, ma storia che mi 
ò lèta in t'un libro stampado. Quando él bravo coman- 
dante Gofrédo de Bujon avea ciapà la Tera Santa, gh'éra 
un Re a Zipro. Scazado él Turco, i Cristiani savio no jéra 
tuti de bon tajo, farina da ostie: ghé n'era de mauchi, 
gèrté pèlè!... Sentì mó coss'è succèsso. Una sioróna de 
Gascogna, che l'èra andada per so dévozion al Santo 
Sepolcro, in tèi tornar indrìo l'à scapuzà proprio in t'uno 
de sti scavèzóni, el qual ghè n'à fato una de grosse contra 
'1 so onór. (A cura del conte Carlo Giullari). 
Da Feltre (Belluno) : Donca dighe, che ai temp del 
prin Re de Cipro, dop che Gotifré Bulgion l'è andat 
al posses de Terra Santa, è nassèst che 'na lustrissima de 
Gascogna, che l'èra andada per so dévozion al Santo 
gner indrio, e rivada a Cipro, la ha catà dei mostri de 
omenàt che l'ha brancada su e ghe ha fat milli pazzità: 
ondechè, desperada, la ha pensa de andar a contarghela al 
Re parche la proteggiasse. (A cura di Luigi Tonelli). 

Par giusto concludere con alcuni versi veneziani contem- 
poranei, di Giacomo Noventa^^: 

Par vardar dentro i sieli sereni 
là su sconti da nuvoli neri 
gò lassa le me vali e i me orti 
per andar su le sime dei monti. 



" M. Dell'Arco e P. P. Pasolini, La poesia dialettale italiana del 
'900, cit., pag. 297. 



TRENTINO-ALTO ADIGE 



Mentre il Friuli corrisponde linguisticamente al cuneo 
(carnico) che ha rotto la continuità venetica precedente, 
e l'impronta che ne deriva ha superato la fase romana, 
il Trentino-Alto Adige, dal punto di vista linguistico, è 
nato dalla contrapposizione di due correnti opposte, l'una 
che risale le valli, l'altra che le discende '. Le correnti 
latine, e poi italiane, penetrano nella regione attraverso i 
tre itinerari della vai Giudicarla, della vai Lagarina, della 
Valsugana avendo per meta comune Trento: da qui, ri- 
salendo poi, fino a un certo punto, nelle valli del Noce, 
dell'Avisio e del Fersina. Le correnti settentrionali sono col- 
legate all'apertura dei valichi di Resia, Brennero e Dobbia- 
co, e di là hanno disceso le valli dell'Adige, dell'Isarco, 
della Rienza, avendo per luogo d'incontro Bolzano e limite 
estremo la stretta di Salorno. L'immagine che se ne ricava 
è quella di un doppio imbuto i cui vertici corrispondono 
alla zona compresa fra Salorno e Mezzolombardo. 
L'immagine dei due imbuti non si definisce solo in senso 
geografico, ma anche in quello cronologico. Le correnti 
meridionali cominciano ad agire alla metà del i secolo a.C. 
in corrispondenza alla concessione dei diritti di cittadi- 
nanza alle città della Gallia cisalpina, all'arrivo dei ro- 
mani a Trento nel 24 a.C. e alla loro precoce afferma- 
zione nella vai di Non, per cui gli anauni non compaiono 
più nel famoso Tropaeiim di Augusto ^. Esse hanno da 
principio piuttosto un carattere occidentale e lombardo 
che orientale e veneto. Con l'andar del tempo, l'importanza 
del tipo veneto invece si viene accrescendo, e tale pro- 
cesso si continua anche ai nostri giorni ^. 

' Battisti, // problema... del ladino dolomitico, p. 306. 

^ Battisti, Popoli e lingue dell'Alto Adige, p. 15. 

' ToMASiNi, Profdo linguistico della regione tridentina {= ToMA- 

siNi), p. 82 sg. 



42 / dialetti delle regioni d'Italia 

Le pressioni dal settentrione si fanno sentire più tardi, e 
corrispondono in generale alla riforma della struttura del- 
l'Impero, operata intorno al 300 a.C. dall'imperatore Dio- 
cleziano. Per essa i grandi itinerari dall'Occidente al- 
l'Oriente e viceversa vengono valorizzati, così attraverso 
la Gallia cisalpina come attraverso strade transalpine. 
Queste ultime hanno irradiato una latinità gallica diversa 
da quella cisalpina, di carattere piuttosto culturale che 
etnico. A questo tipo di latinità risale la tradizione lin- 
guistica ladino-dolomitica insediata un tempo nelle valli 
e in particolare nella vai Venosta, e poi respinta sempre 
più nelle valli orientali, la Gardena, la Gàdera, l'alta vai di 
Fassa dove ancora oggi sopravvive''. La forza che suc- 
cessivamente, e sempre provenendo da settentrione, ha 
esercitato queste pressioni, è rappresentata invece dall'ele- 
m.ento bavarese, che ha accresciuto sempre più la sua in- 
fluenza fino a tutto il xvin secolo, per trovare l'equilibrio 
che è ancora, almeno nelle zone rurali, quello attuale^. 
Le due facce linguistiche della regione hanno avuto sem- 
pre paralleli di carattere storico: nei tempi più antichi cor- 
rispondevano alle due aree, la baiuvara (settentrionale) e 
la longobarda (meridionale) fino a tutto l'vrii secolo. In 
tempi più vicini, l'azione più importante è stata rappre- 
sentata dalla frontiera delle grandi diocesi, quella di 
Bressanone nella parte settentrionale, quella di Trento a 
mezzogiorno *. 

Le due pressioni, gallo-italica e veneta, da mezzogiorno, 
agiscono talvolta in modo uniforme. La assibilazione delle 
consonanti palatali si manifesta nel Trentino in senso 
stretto secondo i tipi di sento per « cento » e di sente 
per « gente ». Ma nella valle del Noce, a Fondo, come 
nella vai di Fiemme, persistono le forme più attardate 
di tipo settentrionale come gent « gente » ^. Nella Val- 
sugana si mantiene un tipo leggermente più arretrato 

* Battisti, Studi dì storia linguistica e nazionale del Trentino 
(= Battisti), p. 123 sgg.; Popoli e lingue dell'Alto Adige, p. 75 sgg. 
' Battisti, Popoli e lìngue dell'Alio Adige, capp. VII e Vili. 

* Battisti, p. 3; // problema... del ladino dolomitico, p. 310. 

' Battisti, Popoli e lingue dell'Alto Adige, p. 136 sg.; Tomasini, 
Le palatali nei dialetti del Trentino, p. 101. 



Trentino-Alto Adige 43 

zento per « cento » e diigno per « giugno » o denocio per 
« ginocchio » ^. Molto più vistosa e decisiva è la diffe- 
renza compatta che divide le forme meridionali palataliz- 
zate del tipo Clamar, giazzo, bianco (da gruppi originari 
CL, GL, bl), dalla presistente forma (identica ai tipi fran- 
cesi) di glats « ghiaccio » e Mane' « bianco », che si tro- 
vano nel bacino del Noce, a Fondo, da una parte, e nei 
dialetti dolomitici della Gardena e della Gàdera, immutati, 
dall'altra ^ 

Come esempi di differenze all'interno delle correnti prove- 
nienti dalla pianura, sono da isolare innanzi tutto i tipi 
francamente lombardi, anzi lombardo-orientali, che si sono 
mantenuti nelle Giudicarle e nelle aree vicine, senza mai 
oltrepassare il Sarca; tali la aspirazione della consonante 
sibilante del tipo hemper per semper « sempre », o la ca- 
duta della consonante nasale finale in vi per vin « vino ^°. 
Ma più interessanti sono i casi nei quali, a differenza del- 
l'area estrema sud-occidentale del Trentino, si possono tro- 
vare tracce lombarde, sopraffatte da influenze venete po- 
steriori. Tale è il caso delle vocali miste ò, ij, che si tro- 
vano ancora superstiti nel Trentino centrale, mentre a 
Rovereto ad esempio non esistono più ^^ Si ha così la 
triplice serie di « cuore », che appare a settentrione (a 
Fondo e in vai di Fassa) nella forma cuer, in una zona 
intermedia sotto antica influenza gallo-lombarda cor (a 
Mezzolombardo o a Predazzo) mentre a mezzogiorno si ha 
cor (a Rovereto come in Valsugana). Ancora più appari- 
scente è la sostituzione dei due strati per quanto riguarda 
il trattamento delle vocali finali: per esempio, tali i tipi 
che, da questo punto di vista, sono ancora lombardi, a 
Rovereto: bas « basso » (Valsugana, basso); car « carro » 
(Valsugana, carro); pari «parte» (Valsugana, parte) ^^. 
Ci sono poi i casi in cui l'elemento lombardo va d'accordo 

' Prati, L'italiano e il parlare della Valsugana, p. 20; Tomasini, Le 
palatali nei dialetti del Trentino, p. 71 sgg.; 87 sgg. 
' Battisti, Popoli e lingue dell'Alto Adige, pp. 130 sgg.; 143 sgg. 
'" Ascoli, Saggi ladini, p. 312 sgg.; Battisti, Popoli e lingue del- 
l'Alto Adige, p. 135 sgg. 

" Battisti, Popoli e lingue dell'Alto Adige, pp. 84 sg.; 137 sgg.; 
Critica della teoria ascoliana sul ladino in A.A.A. 57, 1963, p. 87. 
'^ Ascoli, Saggi ladini, p. 406 sgg.; Tomasini, / dialetti trentini, 
p. 97 sgg. 



44 I dialetti delle regioni d'Italia 

con quello dolomitico contro quello veneto. Il tipo undes 
per « undici », con caduta della vocale finale in parola 
sdrucciola, appare così, nel bacino del Noce come in vai 
di Fassa, per influenza settentrionale; in vai di Fiemme e 
in vai di Cembra, più esposte alle influenze trentine, nella 
forma iìndes, mentre a Rovereto, come in Valsugana, si ha 
il tipo veneto ùndese '^. Nella prima persona plurale 
del verbo abbiamo le serie di tipo occidentale a Pinzolo 
nell'alto bacino del Sarca sum, gum, dum, padùm, vulùm 
« siamo », « abbiamo », « diamo », « possiamo », « voglia- 
mo », mentre a Rovereto la caduta della vocale finale è 
lombarda ma la formazione verbale è veneta: sem, gavém, 
dem, podém, volém; invece a Cavalese si rientra nei tipi 
in o: som, aòm, dazòm, pudòm, vulòm, cui seguono a 
Vigo, in Val di Fassa, i tipi francamente settentrionali: 
son, aòn, dazòn, oudòn, vulòn ^^. 

Finalmente si hanno i casi tipici settentrionali, la palataliz- 
zazione di CA in CIA, la velarizzazione di l davanti a den- 
tale, il plurale segnalato da -s anziché da -i. In un'unica 
forma come quella del femminile « calda » si hanno gli 
esempi di due di questi fatti insieme: a Fondo si ha la 
palatalizzazione e velarizzazione, ciauda; a Rovereto come 
a Cavalese il tipo padano calda, senza nessuna di queste 
innovazioni; a Predazzo in cauda se ne ha una; più a 
settentrione, a Vigo di Fassa, si hanno di nuovo entrambi 
i fenomeni in ciauda ^^. 

Per quanto riguarda i plurali in -s, in vai Monastero, ai 
margini occidentali dell'Alto Adige, si ha milrs per « mu- 
ri »; a Mezzolombardo, come a Predazzo, si ha il tipo 
italiano muri sia pure con la vocale non italiana ù; a Ro- 
vereto il tipo totalmente italiano muri. A settentrione in 
vai Gàdera riappare il tipo anitaliano mur(t)s^^. 

Il vocabolario trentino non presenta in genere vere novità 
rispetto ai dialetti delle zone vicine: la regione, in quanto 

" Prati, L'italiano e il parlare della Valsugana, p. 18 sg. 

" Elwert, Die Mundart des Fassatals, p. 147 sgg. 

'' Elwert, Die Mundart des Fassatals, p. 61 sg.; 83 sg. 

" Ascoli, Saggi ladini, p. 356; Battisti, Popoli e lingue dell'Alto 

Adige, p. 155 sgg. 



Ìrentino-Alto Adige 45 

manca, eccetto che nella parte ladina, di una vera e pro- 
pria individualità linguistica, si associa anche dal punto 
di vista lessicale o alla zona lombarda (per es., nel tipo 
FIOCCARE « nevicare », in ampone « lampone », in migola 
« briciola ») i', o a quella veneta (così per toso e putel 
« ragazzo », anco « oggi », narancio « arancia ») ^*. Pos- 
siamo però rilevare, sia pur raramente, casi di peculiarità 
regionali in parole come canederli « gnocchi di pane » o 
smolz « strutto », prestiti dal tedesco (rispettivamente da 
Knódel e Schmalz '^), o come eros « roccia scoscesa » o 
barda che qui è « carretta » ^. Di particolare interesse per 
la sua conservatività è pistór « fornaio », mentre pontesel 
« loggia » mostra un facile ma interessante traslato ^^ Sono 
da notare nel significato di « serpe » termini derivati dal 
lat. vermis, con un'immagine che rimane isolata nella 
zona italiana, mentre duman col valore di « mattina », dif- 
fuso anche nelle zone limitrofe, si collega al doppio valore 
del ted. Morgen ^^. Citiamo ancora paroloto « calderaio », 
morlos « lucchetto », lorel « imbuto », orna, ornela « ma- 
stello del bucato » ^^ piof « aratro », da un'antica forma 
longobarda ^'*, boal « canalone di monte », uno dei termini 
legati al tipico ambiente alpino ^. 

La pressione settentrionale di carattere germanico sulla 
regione è antichissima. L'età decisiva può essere collocata 
al X secolo, quando da una parte gli ungari premono con- 
tro i bavaresi, dall'altra si costituisce uno Stato bavare- 
se, volto in buona parte a mezzogiorno^. Ma l'afferma- 
zione non ha raggiunto immediatamente l'estensione at- 
tuale, e la stessa Bolzano era nel Cinquecento di una ger- 
manicità ancora recente. Lo studio delle testimonianze 

" AIS carte 577, 611, 991. 

" AIS carte 43, 44, 346, 1272 

" Battisti, p. 210. 

'" AIS carte 423, 1225. 

^' AIS carte 234, 870. 

" AIS carte 452, 337. 

" AIS carte 202, 891, 1331, 1523. 

^* TOMASINI, p. 41. 

" Battisti, p. 40; cfr. in questo volume l'ampio esame del lessico 

regionale. 

" Battisti, p. 102 sgg. 



46 / dialetti delle regioni d'Italia 

toponomastiche e del loro adattamento al sistema ger- 
manico, anche quando sono di chiara origine neolatina, 
dà precisazioni interessanti per questa cronologia ^^. L'esten- 
sione del gennanesimo, collegandosi allo strato superiore 
della popolazione e alla necessità di mantenere contatti 
con i centri della sovranità posti in regione transalpina, 
ha fatto sì che il bavarese dell'Alto Adige sia sostanzial- 
mente identico col bavarese del Tirolo. Solo qualche lieve 
differenza, in corrispondenza della linea del Brennero, del- 
la Pusteria e della vai Venosta incrina questa unità ^*. 

Ed ecco alcuni esempi di dialetti italiani e ladini della 
regione, tratti dal volume di Giovanni Papanti / parlari 
italiani in Certaldo^^: 

Da Arco: Digo donca che al temp del prim Re de 
Zipro, quando Gotifrè Buliom l'aèa ciapà la Terra Santa, 
'na gran siora de Pranza la è naa vestia da pelegrim al 
Sepolcro; e po' tornaa endrio e vegnùa a Zipro, dèla zent 
da forca i ghe n'ha fatt de tute le sort. (A cura di F. A. 
De' Negri). 

Da Borgo Valsugana: Ve dirò donque, che quando gh'era 
il primo Re de Sipro, dopoché Goffredo di Buglione l'ha 
ciappà la Terra Santa, è sussesso che 'na gran siora de 
Guascogna la è andada 'n pellegrinaggio al Sepolcro; e 
vegnendo da volta la è arrivada a Sipro, e là la è stada mal- 
trattada da arquanti berecchini. (A cura di Maurizio Mo- 
rizzo). 

Da Cles: Ve dighi donc, che ai tempi del prim re de Zipro, 
dopo che Goffrè de Buglion l'èva ciapà la Terra Santa, 
è nat che 'na siora de Guascogna la s'è portada en pelle- 
grinaggi al Sepolcro, e en tei tornar endré la è chiapitada 
a Zipro, e io da arcanti balossi la è stada maltrattada vil- 
lanament. (A cura di alcuni trentini). 
Da Ortisei (vai Gardena): Dize dunque, ch'ai tempes 
del prim Re de Cipri, do che la Tierra Santa foa con- 
quisteda da Gotfrid de Buglion, iel suzzedù che na nobil 

" V. i numerosi volumi del Dizionario Toponomastico Atesino, do- 
vuti a C. Battisti e ai suoi collaboratori. La pubblicazione, comin- 
ciata nel 1936, non è ancora ultimata. 
^ Battisti, Popoli e lingue dell'Alto Adige, p. 73. 
^' Rispettivamente alle pp. 633 sg.; 635 sg.; 636 sg.; 654 sg.; 652 sg. 



Trentino-Alto Adige 47 

segneura dia Guascogna ie zita a dliezia (chiesa) al Santo 
Sepolcro. Rueda nel ritorn a Cipri icla unida meltratteda 
villanamenter da canaia de zent. (A cura di G. B. Rifesser). 
Da Badia (vai Goderà) : T' dirà dunque che al tamp d'I 
priim Re de Cipro, despò che Godifrè de Buglion ava 
conquiste la Terra Santa, elle soccedii, che na nobil si- 
gnura de Guascogna è ziiida teco na pellegrina al Santo 
Sepolcro, e tei de otta da ilio, roada a Cipro ella gniida 
villanamaintr strabacciada da valgiign orni scelerati. (A 
cura di Cipriano Pescosta). 

Accando a queste testimonianze che potremmo definire 
standardizzate figura bene un esempio di canti popolari 
trentini tratto dal volume di Pier Paolo Pasolini La poesia 
popolare italiana ^: 

« O nugoletta che va' per montagna 
Gnarenta '1 bene mio che no '1 se bagna 
E se '1 se bagna, màndeghe del vento 
che '1 vegna a ca' alegro e contento; 
e se '1 se bagna màndeghe de l'ora (aria), 
che '1 se possa sugar la camisola ». 



'" Milano, 1960, p. 83. 



FRIULI-VENEZIA GIULIA 



Il dato essenziale per la storia linguistica della regione è 
dato da una nozione etnica pressoché inafferrabile, quale 
quella dei carni: la popolazione gallica che è discesa dai 
monti nel v secolo a.C. rompendo la continuità fra i ve- 
neti della regione d'Este e i veneti delle regioni isontina e 
carinziana ^ Il cuneo, stabilito allora, ha definito non sol- 
tanto geograficamente la regione che corrisponde all'odier- 
no Friuli, ma ha lasciato un'impronta sul latino che vi si è 
stabilito. La latinità friulana va vista infatti come più 
estesa verso oriente di quel che non sia la friulanità 
odierna: Trieste e Muggia, e cioè praticamente l'intera 
provincia attuale di Trieste (e la Venezia Giulia in senso 
amministrativo) vi sono completamente comprese 2. La la- 
tinità sopravvissuta più a oriente non può essere presa 
in considerazione per un confronto, solo perché, a par- 
tire dalle invasioni barbariche, è stata sommersa, e non 
lascia più tracce dirette in un mondo che da secoli è or- 
mai slavo. La tradizione di questa latinità comincia nel 
181 a.C. con la fondazione della colonia « latina » di 
Aquileia. A questa colonia si affiancano poi, come città 
principali e focolai irradianti latinità, le città di Trieste 
(lat. Tergeste) e di Iidiiim Camicum presso Tolmezzo^. 

Nonostante questa netta delimitazione, il fattore della me- 
scolanza linguistica fra coloni latini e abitanti camici non 
è stata determinante. Se consideriamo come gallicismi di- 
retti o indiretti la presenza delle vocali miste ò e ù quali 



' Devoto, Protostoria del Friuli, p. 349 sg. 

^ Bartoli-Vidossi, Alle porte orientali d'Italia, p. 63; Pellegrini, 
Tra friulano e veneto a Trieste, p. 199 sg. 

' P. PaschinI, Storia del Friuli, Udine 1953-54% I, p. 20. Cfr. anche 
Devoto, Protostoria del Friuli, p. 350 sgg.; Pellegrini, L'indivi- 
dualità storico-linguistica della regione veneta, p. 8. 



Friuli-Venezia Giulia 49 

appaiono in Piemontese e Lombardia o il passaggio di a in À 
quale appare in Emilia, ebbene nessuno di questi caratteri 
appare nella latinità del Friuli: qui si dice dur per « du- 
ro » mentre a Milano si dice diir; uf per « uovo » di 
fronte al lombardo òf; lari per « ladro » di fronte al tipo 
emiliano lader. L'impronta definitiva la latinità friuliana 
l'ha poi ricevuta, non già dal basso attraverso l'azione di 
un sostrato, ma piuttosto dall'alto, attraverso un « super- 
strato », maturato negli ultimi secoli dell'impero lungo le 
strade transalpine, che, attraverso le valli svizzere del 
Reno e dell'Inn, irradiavano modelli di latino raffinato e 
insieme colorito di pronuncia gallica, non per forza nu- 
merica o tradizionalismo, ma per prestigio '*. Questa lati- 
nità gallica si distingueva dalla latinità genericamente ro- 
mana e italiana perché pronunciava con piena chiarezza 
4a s finale, e perché questa s l'aveva mantenuta, come 
segnale fondamentale ed essenziale del plurale. Se le s 
isolate sono note ancora in dialetti medievali e Dante 
stesso ricorda la forma veneziana con la desinenza in s 
verràs, la persistenza organica della desinenza del plurale 
fa sì che, ancora oggi, sulla linea del Livenza si possa par- 
lare di un confine dialettale vistosissimo, che non si inter- 
preta secondo la casuale contrapposizione di forme con- 
servatrici e fomie innovatrici. Il rapporto dei plurali murs, 
cians, nios rispetto ai rispettivi singolari mur, cian, niof si 
contrappone, come sistema elaborato su ispirazione gal- 
lica, agli analoghi rapporti per esempio di Portogruaro di 
muri a muro, cani a can, novi a novo, di ispirazione ita- 
liana 5. 

Se si considerano i gruppi di consonante occlusiva con l, 
ecco che mentre dall'Italia centrale irradia verso setten- 
trione una soluzione palatalizzata, valida così per l'Emilia 
come per la Lombardia e per il Veneto, dove anzi si ac- 
centua, la tenue frontiera del Livenza ci mostra all'im- 
provviso la vivacità « gallica » dei tipi con la l intatta: 
clama « chiama » friulano, di fronte al veneto dama; ^ 
glesie « chiesa » di fronte al tipo veneto cesa; ueli di fronte 

■* Pellegrini, Criteri per una classificazione del lessico ladino, 
p. 30 sg. 

' W. V. Wartburg, Die Ausgliederung der romanischen Sprach- 
raume, cit., p. 20 sgg. 



50 / dialetti delle regioni d'Italia 

a odo «occhio»; orela «orecchia» di fronte al veneto 
recia; zenoli di fronte a zenocio « ginocchio »; blanc di 
fronte a bianco; pian di fronte a pian; ciaf di fronte a 
clave « cliiave » ^. In forma ancora più energica, richiama 
alla Gallia la alterazione palatale delle consonanti del 
^ tipo CA che diventa ci A e ga che diventa già: tali gli 
(7 esempi di ciase rispetto a casa, gial rispetto a gallo o di 
dar che fronteggia le forme venete corrispondenti, sia di 
caro sia di carne ^. 

Meno evidentemente gallica, forse legata invece ad am- 
bienti adriatici antichissimi, è la forte dittongazione delle 
vocali anche in sillaba chiusa: il friulano biel si contrap- 
pone uniformemente al veneto bel, all'italiano bello, al 
francese bel; così le forme friulane tiare, pierdi, ues, 
puarte si contrappongono compattamente alla serie veneta 
italiana francese tera, terra, terre; perdar, perdere, perdre; 
oso, osso, os; porta, porta, porte *. In altri casi l'area friu- 
lana va d'accordo con le aree lontane della Lombardia 
o della Romagna per distinguersi dal solo Veneto; il 
quale figura allora come un'oasi di latinità meglio conser- 
vata, non raggiunta da innovazioni, galliche o meno. Si 
V tratta soprattutto della caduta della vocale finale, special- 
mente nelle parole sdrucciole, che contrappongono i tipi 
friulani laris « larice » a quelli veneti làrese, come éovin 
a sòvene^. 

Analogamente in parole bisillabe si ha la contrapposizione 
dei friulano ros al veneto roso « rosso » o friulano joc al 
veneto fogo. Quest'ultimo esempio mostra una conseguenza 
indiretta di questa situazione: il precoce indebolimento 
della vocale finale porta a un certo quale rafforzamento 
u della consonante che la precede, mentre in veneto, all'op- 
posto, la maggior resistenza della vocale finale favorisce 
la lenizione, alle volte totale, della consonante intervoca- 
lica. La differenza risulta chiara nei nomi locali: la solu- 
zione veneta sta nella lenizione del suffisso gallico -ako in 
-AGO, quella friulana invece in -acco, nel quale beninteso 

* Devoto, Per la protostoria della Venezia Euganea, p. 358 sgg. 

' Francescato, Dialettologia friulana ( = Francescato), pp. 45 sgg.; 
144 sgg. 

* Francescato, Studi linguìstici sul friulano, p. 14 sgg. 
' Cfr. AlS carta 570. 



Friuli-Venezia Giulia 51 

la vocale finale non è la originaria ma è una restituzione: 
Oriago (Venezia) da un'originario Aureliacus mostra la le- 
nizione, mentre Remenzacco (Udine) da un originario Re- 
miciacus mostra il rafforzamento della consonante e ^°. 

La frontiera veneto-friulana risalta anche attraverso diffe- 
renze lessicali:^ tali le forme friulane, che si contrappon- 
gono alle venete, cialà contro vardar « guardare », ciaj 
contro testa, /ejig/ó contro parlar, cret « roccia » contro 
pieròn, ont contro butiro « burro », uàrzine « aratro » 
contro varsor, cusjn contro darmàn « cugino », gusele 
contro ago. sedòn contro gucìaro « cucchiaio », doli « pren- 
dere » contro tor ". Differenze di derivazione sono: il friu- 
lano fradi di fronte al veneto fradel o ioront « rotondo » di 
fronte al veneto tondo '^. Negli avverbi e pronomi com- 
paiono il friulano viiei di fronte al veneto ancuo « oggi », 
ale di fronte a qualcosa, cumò dì fronte a adeso, trop di 
fronte a tanto, viinde dì fronte al veneto abastansa ^^. 
Ma più genericamente possiamo dire che il lessico friu- 
lano presenta numerose singolarità: dal tipico friit « bam- 
bino » di chiara e simpatica etimologia al famoso sorelì 
« sole » che si ricollega al frane, soleil nella derivazione da 
jsolìeuliim ^'*. « Serpe » è madrae, probabilmente parola di 
origine celtica; anche per « lumaca » la zona friulana pre- 
senta una singolarità, il tipo kai '^. Citiamo inoltre ciarneli 
« fronte », peeìotar « cencìaiolo », cialin « fuliggine », ar- 
diel «lardo», krodia «cotenna», razze «anatra»'^, ce- 
sendelì o cìsenderi « piccola lampada » '^; e i numerosi tipi 
designati oggetti agricoli, come tamisiu per « vaglio » o 
BALTEU per « covone », studiati recentemente da G. B. Pel- 
legrini in un lavoro dedicato al lessico delle zone ladine '^. 

All'interno del friulano le differenze sono numerose, spe- 

'" Devoto, Protostoria del Friuli, p. 350. 

" AIS carte 6, 93. 1627, 1207, 1434, 24, 1539, 982, 979. 

'= AIS carte 13, 1581. 

'^ AIS carte 596, 1599, 1533, 1254. 

'■• AIS carte 58, 360. 

'5 AIS carte 452, 459. 

" AIS carte 99, 204, 929, 1095, 1096, 1150. 

" Frey, Per la posizione lessicale dei dialetti veneti, p. 28 sgg. 

" Pellegrini, Criteri per una classificazione del lessico ladino. 



52 / dialetti delle regioni d'Italia 

cialmente nei dialetti di montagna, ma di poco rilievo. 
Tra le più importanti è la varietà delle terminazioni delle 
parole dell'antica declinazione in -A, che appaiono volta a 
volta come femena, femene, femeno per « donna » o anja, 
anje, anjo per « zia » '^. La dittongazione mostra varietà 
di sfumature del tipo neif, nìaf, niof per « neve » o crous, 
cruas, cruos per « croce », rispettivamente a Maniago Clau- 
zetto e Forni Avoltri '^; infine il passaggio delle palatali a 
sibilanti si trova solo in certe zone di pianura con la pro- 
nuncia se invece di ce per l'italiano « che » o sìnc « cin- 
que » di fronte al più diffuso cinc^^. 

Una varietà più decisa è quella dei comuni di Erto e Ci- 
molais, in cui la ascendenza lontana non è tanto friulana 
quanto dolomitica, e dove appaiono forme né friulane né 
venete come ces « chiavi » di fronte al friulano clas e al 
veneto davi; doven « giovane » contro i tipi gioviti, sove- 
ne; deda « zia » contro an/a, amia; he « testa » contro 
ciaf, testa, e così via ^^. Di maggior rilievo è la varietà 
friulana di Muggia alle porte meridionali di Trieste, che 
dà un quadro della fase friulana della storia linguistica 
triestina durata fino ai primi del xix secolo. I caratteri 
(tipici del dialetto di Muggia, detto muggesano o mugli- 
sano, sono: le varianti in -ar -er nelle parole in -ariu (per 
esempio mliar mijer per « migliaio »); la dittongazione in 
sillaba chiusa del tipo giies « osso », presente anche in 
guei « oggi », giierp giierba « orbo » « orba », tiera « ter- 
ra » ; la forte dittongazione delle eco chiuse in signour 

v,« signore » , jranseìs « francese » ; la conservazione dei grup- 
pi con L come Magia « Muggia ». clama, oglo, glezia, pla- 
sa, flanc; la palatalizzazione del gruppo ca in ciarbon, clan, 
giat, giamba, ciarija (veneto carega). Le forme di plurale 
indicano che siamo però in una regione di frontiera, fra 
una italianità orientale dittongatrice, metafonetica, e con 
plurali in I, e una italianità settentrionale con i plurali in 
s: tali muglisàìns, furlàins che mostrano insieme e la desi- 

vnenza in s e la metafonesi da una finale in i. Significativi 

" Francescato, p. 41 sgg.; 202. 

^ Francescato, p. 29 sgg.; 198 sg.; 405 sg. 

^' Francescato, p. 46 sgg.; 206 sgg. 

" Gartner, Die Mimdart von Erto, p. 199 sg.; Francescato, p. 

121 sg. Cfr. Francescato, Studi linguistici sul friulano, p. 65 sgg. 



V' 



Friuli-Venezia Giulia 53 

sono i plurali in i dei nomi femminili secondo il tipo 

Ed ecco quattro esempi di dialetti friulani e giuliani tratti 
dal volume di G. Papanti ^^•. 

Da San Daniele del Friuli: Jo i dìs dunche che ai 
timps del prin Re di Cipro, dopo la concuiste di Tiere 
Sante fate da Gofredo di Buglion, al sucedè che une zen- 
tildòne di Guascogne a fase vot di là pelegrlnànd al Se- 
pulcri, e tornand indaùr, rivede in Cipro, da une man di 
schavestràz a fò malementri remenàde. (A cura di Giu- 
seppe Buttazzoni). 

Da Ampezzo (Gamìa) : Jo i dis duncie, che ai timps del 
prin Re di Cipri, dopo fatte la conquiste de Tierre Sante 
da Gottifrè di Buglione, ale acciadùt che une gentildonne 
di Guascogna a je lade in orazion al Sepolcro: tornand 
di culà, e arrivade a Cipri, a fo da diviers uming sceleras 
villanementri oltraggiade. (A cura di Ernesto Manganelli). 
Da Gorizia: Jo disi duncia, che nei timps del prim Re di 
Cipro, dopo la conquista fatta della Tiara Santa da Gotti- 
frè di Baglion, le avvenut che una gentil femina di Gua- 
scogna le lada in pelegrinag al Sepulcri, e tornada di là, e 
arrivada in Cipro, le stada villanament oltragiada da al- 
cuns uomins sceleras. (A cura di Antonio Clementini). 
Da Muggia: Dich doncia che al tiemp del prin Re de Si- 
pro, dop el acquist che à fat della Tierra Santa el Gotifred 
de Buglion, xe vegnù che una lustrissima f emena de 
Guascogna xe zuda in tarrotorj al Sant Sepulcro, de dola 
turnada a Sipro, la xe stada da omin selerat svilanamentre 
ultragiada. (A cura di Giacomo Zaccaria). 

Dal patrimonio di poesia popolare della regione togliamo 
una delle famose villotte ^^: 

« Oh ce biel lusòr di lune 

oh ce biele stele in cil! 

Il sordi al tramonte 

Là, ch'a l'è il mio prin sospir ». 

" Ascoli, // dialetto tergestino, p. 459 sgg.; J. Cavalli, Reliquie 
maggesi, (Introduzione), A.G.I. 12, 1890, p. 261 sgg. 
^* I parlari italiani in Certaldo, pp. 527 sg.; 517; 610 sg.; 614 sg. 
" P. P. Pasolini, La poesia popolare italiana, cit., p. 96. 



EMILIA-ROMAGNA 



L'area dialettale emiliano-romagnola è più ampia della 
circoscrizione amministrativa corrispondente. Essa comin- 
cia a occidente già a Pavia e Voghera anziché a Piacenza; 
ripassa il corso del Po anche più a valle, per compren- 
dere Mantova. Nelle valli appenniniche non raggiunge 
sempre il crinale; nella valle del Taro, Bedonia fa ancora 
parte dell'area ligure '. Più a oriente, scende invece al di 
là della Cisa nella Lunigiana e raggiunge Carrara. Com- 
prende la parte transappenninica della provincia di Firenze 
nella zona di Marradi, infine e soprattutto, invade le 
Marche fino al corso dell'Esine, a una sessantina di chi- 
lometri dal confine amministrativo, e a una decina appena 
da Ancona ^. 

La frontiera dialettale è netta verso i dialetti marchigiani 
e ancor più verso i toscani; meno netta verso quelli li- 
guri, ancora meno verso i piemontesi e i lombardi, men- 
tre di nuovo si accentua rispetto a quelli veneti; si sposta 
in avanti nell'Appennino parmense dove una volta Bor- 
gotaro era territorio ligure, arretra nel territorio pave- 
se. Questo perché le regioni amministrative prevalgono su 
quelle storiche e l'influenza di Genova si fa sentire sul- 
l'Appennino meno di quella di Parma, e. a Pavia, Milano si 
fa sentire molto più che Piacenza o Bologna. 
Le frontiere più nette sono state determinate da un fatto 
storico grandioso, la colonizzazione gallica realizzata alla 
fine del v secolo a.C. ^. Essa ha lasciato un'impronta ca- 
ratteristica nel latino che vi è stato introdotto a partire dal 
III secolo a.C. Oltre l'Emilia-Romagna, l'Italia gallica com- 

' Cfr. Liguria p. 10. 

^ V. più avanti Toscana p. 65; Marche p. 73 sg. 
' G. A. Mansuelli, / Cisalpini, Milano 1962; Formazione delle civil- 
tà storiche nella pianura padana orientale. Studi Etruschi 33, 1965, 
pp. 3-47. 



Emilia-Romagna 55 

prende, come si è visto, Piemonte e Lombardia; ad essa, 
sul terreno linguistico, si è associata col tempo la Liguria, 
che pure non ha mai avuto una colonizzazione gallica. 
Molto meno l'iniluenza gallica si è latta sentire nel Ve- 
neto e nelle Marche, perché in queste, come nelle regioni 
vicine, i Galli hanno fatto soltanto incursioni, con la sola 
eccezione del territorio marchigiano di Senigallia, dialet- 
talmente anch'esso gallo-italico. 

Le frontiere dialettali hanno dunque una giustificazione 
storica lontana. Tuttavia questa non è unitaria. La fisio- 
nomia dialettale dell'Emilia-Romagna non si spiega solo 
con l'immagine di un edificio latino costruito su un suolo 
gallico. L'impronta gallica non è soltanto automatica né 
soltanto popolare. 

Quando, uscendo di Toscana, si constata che le vocali 
finali diverse da -a cadono, indipendentemente dal suono 
che le precede; e si dice perciò not al posto di notte, si 
potrebbe certo credere che in Emilia sia stata la forte 
accentazione gallica a sacrificare le vocali finali fin dal 
primo momento. Se non che, quando si passa il Po e si 
entra nella Venezia Euganea, ecco che la -e finale riap- 
pare nella forma note. 

La gallicità della Emilia-Romagna non è cioè in questo 
caso qualcosa di preesistente che ha deformato il latino 
non appena si è affermato nella regione, ma qualcosa di 
tardivo, una specie di cuneo, che ha rotto in età tarda l'an- 
tica continuità fra il latino di Roma e di Toscana e quello 
delle Venezie. Questo cuneo lo possiamo delimitare risa- 
lendo la via Emilia fino alla Lombardia, al Piemonte, alla 
Francia. Esso ci riporta non già alla reazione automatica 
di coloni gallici, ma al prestigio di un latino irradiante dalle 
scuole di Gailia nel tardo Impero, e pronunciato con ac- 
cento gallico non più istintivo, ma consapevole e comun- 
que autorevole''. 

Molto più caratteristico della Emilia-Romagna è l'altro 
carattere, il passaggio di a in À^ Esso non si trova in 

* G. Devoto, Storia della lingua di Roma, Bologna 1944^ p. 348. 
^ Cfr. Piemonte p. 3. Cfr. anche T. Bolelli, Contributo allo studio 
dell'elemento celtico nella fonetica romanza, A.R. 24, 1940, pp. 188- 
205. 



56 / dialetti delle regioni d'Italia 

Lombardia, ha un unico parallelo nella finale in -e dei 
verbi piemontesi della prima coniugazione, e in Emilia 
si inizia solo a oriente di Piacenza. A Fiorenzuola si dice 
ancora sai per « sale »; a Parma si dice sài, ma questo si 
distingue ancora da bel, a Bologna si pronuncia a uno 
stesso modo pel che deriva dal latino palum e capei, che 
corrisponde all'italiano cappello. 

Qui si tratta verosimilmente di un fatto spontaneo per il 
quale l'intensa gallicità della Romagna si è imposta sul 
latino in maniera più forte che in Piemonte, nella Lom- 
bardia e nella Emilia occidentale, e forse ha addirittura 
risalito la via Emilia da oriente verso occidente^. 
Circostanze esterne hanno poi favorito, come abbiamo già 
avuto occasione di notare, sia la persistenza delle fron- 
tiere esterne sia il formarsi di frontiere interne minori, al 
di là delle influenze della gallicità diretta o indiretta. La 
riforma amministrativa dell'Imperatore Diocleziano al prin- 
cipio del IV secolo a.C. ha accentuato il confine fra 
l'Italia continentale padana e quella peninsulare: la 
prima aperta alle grandi vie di comunicazione verso la 
Gallia e le regioni danubiane, la seconda tagliata fuori 
dalle grandi strade, con una capitale come Roma esauto- 
rata a vantaggio di Milano^. Più tardi ancora il dialogo 
che si stabilisce fra Bizantini e Longobardi costituisce un 
nuovo motivo di antitesi geografica e dialettale: la Roma- 
gna come retroterra immediato di Ravenna e dell'Esarcato 
è straniera e spesso nemica rispetto alla Toscana, gravi- 
tante intorno al Ducato longobardo di Lucca*. Quando, 
dissolte le vecchie potenze, l'età comunale apre la porta 
a commerci e scambi più attivi, le due opposte tradizioni 
dialettali si sono consolidate. Il fiorire degli studi giuridici 
a Bologna nel secolo xi-xii, l'interesse per gli studi gram- 
maticali intorno alla scuola di Guido Faba, i legami che si 
stabiliscono con Firenze alla vigilia del « Dolce Stil Nuo- 
vo » non sminuiscono in niente né la frontiera dialettale 
né il prestigio del dialetto bolognese quale si era configu- 
rato ai tempi e agli occhi di Dante. 



* ScHiJRR, La classificazione dei dialetti italiani, pp. 12; 18. 

' V. Lombardia p. 22. 

' ScHURR, La posizione linguistica della Romagna, p. 206 sg. 



Emilia-Romagna 57 

All'interno della Emilia-Romagna si era affermata poi una 
frontiera di qualche interesse, quella del fiume Panaro fra 
Modena e Bologna. La si osserva nella preistoria come 
limite orientale della civiltà delle terramare'. Riappare 
alla fine del Medioevo come limite occidentale dello Stato 
Pontificio, organizzato in modo unitario da Roma a Fer- 
rara. Riappare come limite approssimativo dei movimenti 
linguistici che all'interno della regione muovono dall'Emi- 
lia verso la Romagna o dalla Romagna verso l'Emilia. 
Tale la pronuncia della il o u francese. Il tipo di bilsa 
« buca » o liis « luce » è comune al Piemonte, alla Lom- 
bardia e si è esteso anche alla non gallica Liguria. In Emi- 
lia arriva oggi sino al Taro; più a oriente lo si ritrova nel- 
l'alto Appennino sul confine tra le province di Bologna e 
di Modena, nel territorio di Sestola. Questa distribuzione 
ci insegna tre cose: che anche la pronuncia ù corrisponde 
a un cuneo tardo, venuto a spezzare la continuità tra il 
tipo toscano luce e quello veneto luse; che la sua spinta, 
a differenza di quanto è accaduto per le vocali finali di 
parola, non è arrivata sino al capolinea della via Emilia 
sull'Adriatico; che tuttavia è arrivato più avanti di quel 
che ora appare perché l'esempio di Sestola, isolato fra le 
montagne, ci obbliga a credere che il territorio intermedio 
fra l'Enza e il Panaro è stato « riconquistato » dalla u ro- 
magnola e toscana, in età più vicina a noi ^^. 
Anche altre vocali subiscono in Emilia-Romagna sorti as- 
sai divergenti rispetto a quelle toscane. Il trattamento nor- 
male delle o aperte latine in sillaba aperta è quello della 
dittongazione: da un latino novum viene l'italiano nuovo. 
In Emilia-Romagna questa fase è superata, la dittonga- 
zione originaria non è più riconoscibile. Solo nella parte 
estrema dell'Emilia, ad ovest del Taro, si ha il tipo nóf: 
così nóf rispetto a nuovo, così òf rispetto a uovo. Nel 
resto della regione il dittongo si riassorbe invece in una o 
chiusa, di aspetto meno gallico '^ In connessione con que- 
sto si ha il diverso svolgimento della o chiusa latina. 

' Cfr. G. Saflung, Le terramare delle Provincie di Modena, Reggio 

Emilia, Parma, Piacenza, Lund, 1939. 

'* Bertoni, p. 65; Wartburg, Die Aiisgliederung der romanìschen 

Sprachraum, cit., p. 45 sgg.; Rohlfs I, p. 57. 

" Rohlfs I, p. 143 sgg. 



J. 



58 / dialetti delle regioni d'Italia 

Nella regione occidentale abbiamo lo stesso trattamento 
del toscano e quindi fior come in fiore. Nelle aree orien- 
tali lo svolgimento normale consiste in una forte ditton- 
gazione del tipo fiaur; così nvaud per « nipote », di fronte 
alle forme occidentali nvod '-^. Infine la e aperta latina, 
che si dittonga regolarmente nel toscano ie, per esempio 
in dieci, in Emilia-Romagna riassorbe il dittongo in una 
vocale unica: che in occidente è del tipo e, per esempio 
dés, con la e chiusa, e nella regione orientale si chiude 
ulteriormente e dà luogo a dis '^. 

L'accento non colpisce solo le vocali finali. Anche quelle 
anteriori alla sillaba accentata subiscono i suoi effetti di- 
struttivi in una misura superiore allo stesso piemontese 
e molto superiore rispetto al lombardo e al ligure. Questa 
efficacia è particolarmente visibile nella regione orientale, 
dove si trova stmana per « settimana », pcà per « peccato », 
sbdal per « ospedale », mdor per « mietitore », pcón per 
« boccone », e dove il nome locale di Ferrara è Frara '"*. 
Quando nelle sillabe anteriori all'accento le consonanti 
sono non mute ma continue, l'azione dell'accento viene 
facilitata e la eliminazione delle vocali prive d'accento 
appare anche nella Emilia propriamente detta, non soltanto 
in Romagna. In questi casi il fatto che una consonante 
continua sia priva dell'appoggio di una vocale fa sì che 
essa stessa « emani » una specie di surrogato di vocale o 
vocale suppletiva '^. Questo spiega il procedimento per il 
quale a Parma la base latino-volgare paragonabile all'ita- 
liano reggitore perda le due vocali antecedenti alla accen- 
tata, diventi un ipotetico *rg'dor, e questa forma di tran- 
sizione riappaia munita di una nuova vocale iniziale, ema- 
nata dalla r, nel ben noto arsdor (che significa quello che 
in Toscana è il capoccia). 

Anche i gruppi consonantici risultanti dalla caduta delle 
vocali possono riuscire sgraditi: a Modena co(g)noscere 
diventa prima cnosser poi tgnosser ^^. 

'^ Rohlfs I, p. 93. 

" Rohlfs I, p. 116 sg.; Schurr, Romagnolische Dialeklstudien II, 

pp. 140 sgg.; 165 sg. 

'" Rohlfs I, p. 160 sg. 

'^ Rohlfs I, p. 471 sg. 

" Bertoni, p. 77. 



Emilia-Romagna 59 

Un'ultima ma indiretta azione dell'accento è data da un 
procedimento diffuso in tutta Italia salvo che in Toscana, 
ed è la metafonia o « compenso qualitativo ». Come si è 
già detto ", si tratta dell'azione che vocali in posizione fina- 
le, destinate a indebolirsi o a scomparire, esercitano sulla 
vocale precedente secondo regole che variano da regione a 
regione. 

Mentre in Toscana il singolare questo e il plurale questi 
sono agevolmente distinguibili perché le vocali finali sono 
pronunciate con chiarezza e la vocale interna rimane im- 
mune da qualsiasi disturbo, a Modena il singolare è quest, 
il plurale è quist. La vocale i finale, segnalatrice del plu- 
rale, è scomparsa. Ma prima di scomparire ha influenzato 
la vocale interna, rendendola più vicina se non identica a 
se stessa. In base allo stesso principio si è avuto a Bolo- 
gna l'opposizione di un singolare a^nèl, plurale agni, di 
martèl e marti, di fronte alle normali coppie toscane agnel- 
lo-agnelli, martello-martelli '^ 

Per quello che riguarda le consonanti, i fatti importanti, 
già apparsi in qualcuno degli esempi citati sopra, sono rap- 
presentati dai processi di « lenizione », « assimilazione » e 
« assibilazione ». La lenizione, cioè il passaggio delle con- 
sonanti intervocaliche sorde in sonore, e delle sonore in 
spiranti, in casi estremi si spinge fino all'annullamento 
delle consonanti sonore. Le forme emiliane sono dunque 
java per « fava » ma anche rciva per « rapa », anddcla per 
« andata », ortiga per « ortica » ^^. 

Per quanto riguarda l'assimilazione, la Emilia-Romagna si 
mantiene sul piano della Toscana e del Veneto quando si 
tratta di avvicinare e identificare gruppi di consonanti che 
in Piem.onte. Lombardia e Liguria sono invece difi^erenzia- 
ti: il toscano fatto si confronta con il veneto fato e l'emi- 
liano fat si inserisce nella stessa serie, opponendosi invece 
al tipo lombardo fac', piemontese fait, ligure fdtu ^. L'emi- 
liano si limita ad applicare la regola della semplificazione 
delle consonanti doppie come in capa per italiano cappa, 

" Cfr. Liguria p. 15; Lombardia p. 23 sg. 

" Mainoldi, Manuale dell'odierno dialetto bolognese (= Mainoldi), 

P. 27. 

" Coco, // dialetto di Bologna (= Coco), pp. 80 sg.; 76 sg.; 70 sg. 

'" Coco, p. 71 sg. 



60 / dialetti delle regioni d'Italia 

e a far cadere la vocale finale secondo la regola enunciata 
sopra. 

Per quanto riguarda l'assibilazione, si tratta della spinta 
ulteriore che in Emilia-Romagna, e, come si è visto, in 
genere nell'Italia settentrionale, riceve una alterazione nata 
ancora in età romana nell'Umbria e accettata dalla Toscana. 
La novità centro-meridionale consisteva nell'aver creato 
una nuova categoria di suoni, per cui accanto alla serie 
CARO c'era la serie cento che non si confondeva con 
nessun'altra delle serie esistenti. La novità della assibila- 
zione sta in questo: la nuova serie non si mantiene auto- 
noma ma si avvia ad allinearsi nella serie delle conso- 
nanti « sibilanti »: mentre in italiano cento appartiene a 
una serie diversa non solo da quella di canto ma anche di 
santo, nell'Italia settentrionale si ha la tendenza ad av- 
vicinare le antiche palatali alle sibilanti, senza confon- 
derle in Emilia, arrivando invece alla confusione a Ge- 
nova e a Venezia 2'. 

Dal punto di vista della morfologia, i dialetti emiliani mo- 
strano due forme caratteristiche. L'una appartiene alla 
morfologia del nome e consiste nei plurali femminili in i, 
per esempio amighi « amiche ». Ma questi plurali si con- 
servano solo laddove occorre distinguere un plurale fem- 
minile da un plurale maschile parallelo, per esempio di 
fronte a amìg che è forma tanto singolare che plurale del 
maschile « amico ». Là dove il maschile corrispondente 
non esiste, ecco che il plurale femminile in i viene meno: 
il plurale di furmìga « formica » è fiirmìg, senza desi- 



nenza 



22 



L'altra forma caratteristica appartiene alla morfologia del 
verbo ed è quella interrogativa col pronome enclitico. Ab- 
biamo così alla 2^ pers. plur. il tipo cantàv « cantate voi? », 
che conserva ancora il pronome personale latino vos, ri- 
dotto alla più semplice espressione^. 
Comune a tutto il mondo gallo-italico (e gallico) è la sva- 
lutazione del pronome di prima persona, per cui invece 

^' Rohlfs I, p. 202 sg.; Coco, p. 74. 
" Mainoldi, p. 27 sg. 
" Mainoldi, p. 41. 



Emilia-Romagna 61 

di partire da una base latina ego dico « io dico », si parte 
da una base rinforzata nie ego dico: a Parma mi a dig, a 
Reggio me a deg^*. 

Dante ha sentito molto bene le differenze fra i parlari 
emiliani e persino, all'interno di Bologna, fra quelli di 
Strada Maggiore e quelli di Borgo San Felice ^^. Soprattutto 
ha sottolineato il pregio del dialetto bolognese nel senso 
che armonizzava la « mollezza » degli imolesi e in genere 
dei romagnoli, e la gutturalità dei modenesi e dei ferra- 
resi. Oggi questi apprezzamenti sono difficili da valutare. 
A un orecchio moderno i dialetti emiliani sembrano « mol- 
li » piuttosto nei territori di Piacenza e Parma, mentre a 
partire da Reggio verso oriente appaiono più aspri o vi- 
gorosi, anche se non proprio gutturali. 
Per quanto riguarda l'impronta regionale emiliana nella 
pronuncia italiana, al di fuori della cadenza più o meno 
sensibile, si hanno due precisi caratteri fonetici: l'inca- 
pacità di pronunciare i tipi qui e lasciare. La corrente pro- 
nuncia emiliana dei primi è evi, dei secondi è lassiare'^^. 

Nel lessico dialettale emiliano si hanno le stesse correnti, 
le stesse influenze e le stesse frontiere, che volta a volta 
hanno delimitato i fatti fonetici. Come parole tipicamente 
emiliane si possono ricordare brisa per « briciola », anche 
nel senso di negazione e cioè equivalente all'italiano mica; 
nomio per « suocero », il tipo levatore per « lievito », a 
Parma alvador; il tipo remola per « crusca » ^. Differenze 
all'interno dell'Emilia si hanno nella contrapposizione dei 
tipi MENTO e bazla; di arrotino e moleta; di fabbro con- 
tro FERRARO; di FALEGNAME COntrO MARANGONE^. 

La contrapposizione si ha in genere tra la parte occi- 
dentale e quella orientale della regione, senza che si possa 
stabilire un confine preciso: in molti casi la zona bolo- 
gnese si associa lessicalmente piuttosto con la Romagna 
che con l'Emilia. Notiamo così l'opposizione di cuna a 

CUNULA, di POMO a MELA, di MOLA a MACINA, di RATTO a 

" Rohlfs II, p. 131 sg. 

" De vulgari eloquentia I, 9, 5; 14, 2-4; 15, 2-6. 

^' Sulla contrapposizione di i e s cfr. anche Mainoldi, p. 21. 

" AIS carte 991. 663, 31, 235, 257. 

=« AIS carte 115, 203, 213, 219. 



62 / dialetti delle regioni d'Italia 

PONTico, di kuadrèl « mattone » a preda ^. Si tratta però 
di casi da valutare differentemente inserendoli in un con- 
testo più ampio: cuna è il tipo che predomina nell'Italia 
settentrionale di fronte al diminutivo cunula, che è to- 
scano (e italiano) nella forma assimilata culla; il confine 
tra POMO e mela separa una parola settentrionale da una 
centro-meridionale, mentre nel caso di pontico abbiamo a 
che fare con un termine — probabilmente di origine bi- 
zantina ^ — isolato nell'ambito dialettale italiano. Un 
caso ancora diverso si ha nella contrapposizione tra la 
forma resga « sega », diffusa nella zona occidentale, e la 
forma sega che è della parte orientale^': le connessioni 
della prima ci portano al Piemonte e alla Lombardia, quel- 
le della seconda al Veneto e alla Toscana;' ma, come ab- 
biamo già notato ^^, questa disposizione geografica si ri- 
pete frequentemente, distinguendo lessicalmente la zona 
padana occidentale e quella orientale. 
Qualche volta l'Emilia si isola in modo unitario dalle re- 
gioni contermini: alle forme prima ricordate aggiungiamo 
lacia « spago » ^^ dlìser « scegliere », scadaiir. « prurito » ^. 

Diamo come al solito esempi di dialetto emiliano-roma- 
gnolo (con qualche pretesa letteraria), traendoli dalla rac- 
colta di Giovanni Papanti ^^: 

Da Parma: A dig donca che in ti temp del prim Re d' 
Cipro, dop l'acquist dia Tera Santa fat da Gotifrè d' 
Buglion, a success che na gentildona d' Guascogna l'andì 
in pelegrinagg' al Sepolcher, e tornand indrè, arivada a 
Cipro, la fu insultada malament da d'jomi scelerà; e le 
lamentandsen senza nsuna consolazion, la pensi d'andar 
a ricorer dal Re. (A cura di Italo Pizzi). 
Da Budrio: A dèggh dònca, che al teimp dèi prèmm Rè 
d' Zipri, dopp la conquésta d' Tèra Santa fata da Gufrèid 



» ATS carte 61, 1266, 253, 444, 860. 

^ G. BoNFANTE, Tracce linguistiche bizantine in Romagna, Byzaniion 

22, 1952, pp. 243-252. 

" AIS carta 860. 

" Cfr. Veneto p. 36. 

" AIS carta 243. 

" Mainoldi, p. 70 sg. 

'' / parlari italiani in Certaldo, pp. 344; 136; 225 sg. 



Einilia-Romagna 63 

ed Bugliòli, al suzzdè che una gran sgnòura d' Guascogna 
l'andè in pelegrinag al Sant Sepoulcar, e turnand indrì da 
là, arrivand a Zipri, la fu scarnié da zért umaz capàz ed 
tùtt al mond. (A cura di Quirico Filopanti). 
Da Forlì: A degh donca, che in ti temp de prem Re d' 
Cipri, dop e cunquest fat d' Terra Santa da Gufred Bu- 
glion, l'accade che una sintildona d' Guascogna in peli- 
grinag l'andò a e Sepolcar, da e quel turneda, in Cipri 
arriveda, da alcun sceleré oman vilanament la fò ultra- 
gieda, d' che l'i, senza alcuna consulazion dulendas, pinsò 
d'andesan a riciamè a e Re. (A cura di Giuseppe Manuzzi). 

E per terminare con una poesia moderna leggiamo l'ini- 
zio di E' stradon di Aldo Spallicci ^: 

La seva de' spen bianch int e' stradon 

La j a ciapè e' culor dia porbia e 'd sora 

Al ram in fior a 'n specca piò cma alora 

Prèst, quant eh ' u j' era pròpri e' su verd bon. 

(La siepe di spini bianchi nello stradone 
ha preso il colore della polvere e di sopra 
il ramo in fiore non spicca più come allora, 
presto, quando aveva proprio il suo verde buono). 



" M. Dell'Arco e P. P. Pasolini, Poesia dialettale del novecento, 
cit., p. 276. 



TOSCANA 



Come il quadro della preistoria toscana mostra sì un suc- 
cedersi di correnti e di legami con altre regioni d'Italia, 
ma mai un brusco svolgimento della storia culturale della 
regione; come la sua etnia, dalla fase tirrenica alla etru- 
sca, è praticamente incontaminata fino all'età storica, così 
questa omogeneità e linearità si ripete per quanto riguarda 
lo svolgimento della latinità di Toscana. Il latino di To- 
scana è quello che meno ha risentito di processi di mesco- 
lanza linguistica. Se si tiene conto di un fattore materiale 
come la conservazione delle epigrafi antiche, ecco che, nel- 
l'Etruria centrale e meridionale, la proporzione delle iscri- 
zioni etrusche arrivate a noi schiaccia il numero di quelle 
latine. Solo nella Toscana settentrionale il numero delle 
testimonianze epigrafiche è minore e quelle latine mo- 
strano una leggera prevalenza. Le due tradizioni lingui- 
stiche solo nella Etruria settentrionale si erano avviate 
verso una reciproca fusione ^ 

La prima affermazione romana in direzione dell'Etruria si 
è avuta nel iv secolo a.C. con la precoce fondazione delle 
colonie di Sutri (383 a.C.) e Nepi, oggi nel Lazio. Ma col 
III secolo la espansione romana segue tutt'altra direzione, 
quella della odierna via Flaminia. L'Etruria accoglie qual- 
che rara colonia. Cosa (273) e Heba (dopo il 168), al 
confine ligure Luni (177) e Lucca ^. La maggior parte 
delle città rimase nella condizione di alleate, e le auto- 
nomie politica linguistica e culturale si associano insieme 
per dare anche in questa età alla Toscana quella figura di 
area appartata, che aveva già conosciuto nella preistoria. 
Al distacco dallo strato linguistico precedente si accom- 
pagna, dopo il conferimento della cittadinanza e la fine 



' Devoto, L'Italia dialettale, p. 118 sg. 

^ Beloch, Rómische Geschichte, cit., p. 608 sg. 



Toscana 65 

delle autonomie, ancora nel i secolo a.C, anche una certa 
lentezza nello stringer legami con la metropoli romana 
che, attraverso il crescente urbanesimo, si legava invece 
con regioni più meridionali e in particolare con la Cam- 
pania. Finalmente quando, dopo il sacco di Alarico, Roma 
ai primi del v secolo d.C. viene ricolonizzata, ecco che i 
coloni di origine prevalentemente meridionale danno al la- 
tino di Roma quella impronta meridionale che conserverà 
sino al tempo dei papi medicei, e che in parte ha conser- 
vato fino ai giorni nostri ^. 

La Toscana, che riprende la figura di regione appartata 
fra l'Appennino tosco-emiliano e il corso del Tevere, con- 
sente allora una classificazione in aree minori, vista non 
sotto l'aspetto di caratteri autonomi attivi, ma piutto- 
sto secondo le influenze esterne che in parte riescono ad 
aflermarsi contro il suo intrinseco isolamento. Queste sub- 
regioni sono quattro. Quella orientale si trova ad occi- 
dente del Tevere e va, a debita distanza dal fiume, da 
Arezzo sino a Chiusi. Essa ha contatti o subisce influenze 
comuni ai dialetti dell'Umbria nord-occidentale "*. La se- 
conda subregione è quella meridionale soprattutto a mez- 
zogiorno del monte Amiata: essa ha subito alcuni degli 
influssi meridionali che si erano imposti nel Lazio ^. La 
terza è l'occidentale, livornese pisana lucchese, e mostra 
legami liguri ^. Immediatamente a settentrione, essa si 
continua nell'area ancora toscana della Versilia fino a 
Massa, mentre da Carrara in poi, per tutta la Lunigiana, 
si ha un territorio linguisticamente emiliano. La quarta 
subregione è quella (centrale) che comprende il toscano 
più puro e insieme più bello, e cioè Siena e Firenze, fra 
le quali attribuiremo la bellezza piuttosto a Siena e la 
purezza a Firenze; proprio Firenze è l'area che è stata 
meno raggiunta da caratteri non genuinamente toscani. A 
questo isolamento di Firenze hanno condotto non tanto 
fattori geografici quanto circostanze storiche e principal- 
mente queste due: la prima organizzazione di Stato, dopo 

' Merlo, La:io sannita ed Etniria latina, p. 304 sg. 

^ Schiaffine in E. I., p. 101. 

' Cfr. LoNGO, // dialetto di Piiigliauo. p. 19 sg. 

' Di impronta ligure sembra il passaggio di -oh ad -oro nei pro- 

parossitoni (Pieri, Fonetica del dialetto lucchese, p. 117). 



rj^^^ 



66 f^"^ I dialetti delle regioni d'Italia 

la caduta dell'Impero Romano, che si è imperniata sul du- 
cato longobardo di Lucca, il quale ha irradiato per tutta 

gran parte della Toscana singoli elementi linguistici set- 
tentrionali '', e, più tardi, la grande via dei pellegrinaggi 
che, discendendo per la Garfagnana, attraverso Lucca Em- 
poli Siena, stabiliva un itinerario di grande importanza. 
L'uno e l'altro fattore avevano come risultato di lasciar 
da parte Firenze. 

1 caratteri fondamentali dei dialetti toscani sono quattro: 
V a) sono i soli in Italia a ignorare e ad aver ignorato la 

|r^ metafonia (o compenso qualitativo) di qualsiasi tipo; estra- 
nei ai dialetti toscani sono rapporti come capello-ca pilli 
sotto l'influenza di una i finale che si indeboliva; b) le con- 
sonanti occlusive sorde in posizione intervocalica tendono 
a spirantizzarsi (in certi casi a dileguare) *; e) la finale del 
tlatino volgare -ariu è resa con -aio contro i tipi aro o 
-ERO delle altre regioni ^; d) il gruppo RV è reso con rb 
/(come Lv con lb): per esempio il latino nervus diventa 
nerbo, il latino Uva diventa Elba ^". A sua volta il dialetto 
fiorentino ha ulteriori caratteri particolari: a) il passag- 
gio a una articolazione velare della t intervocalica in 
posizione postonica: così andaho per «andato»; b) il 
mantenimento " del colorito leu davanti ai gruppi di n 
più consonante gutturale come in mungo, lingua, sottratti ^ 
al passaggio in mango lengua, normale in tutte le altre 
aree; e) il passaggio di -ar- non accentato in -er- come nei 

w futuri loderò, amerò ^^; d) il mantenimento delle con- 
sonanti semplici dopo l'accento in parole sdrucciole, che 
nelle altre aree tendono invece al raddoppiamento, per 
j esempio Africa, sabato di fronte a Affrica, sabbato '^. No- 

' Devoto, Protostoria del fiorentino, p. 367 sgg. 
' Sulla tormentata questione della « gorgia » toscana, v. i due stu- 
di — contrastanti nelle conclusioni — di A. Castellani e G. Contini 
in Actes du IX' Congrès de Linginstiqiie Romane. 
' Rohlfs I, 400 sg.; Ili, 392 sgg. 
'" Rohlfs I, p. 373 sgg. 

" Devoto, L'Italia dialettale, p. 100; A. Castellani, Sulla forma- 
zione del tipo linguistico italiano, S.L.I. 2, 1961, p. 24 sgg. 
'- Rohlfs I, p. 173 sgg. 

'^ Il raddoppiamento è tipico del senese secondo Schiaffini (in E. I., 
p. 101). 



Toscana 67 

nostante questo isolamento, i primi testi scritti fiorentini, 
quali sono stati illustrati soprattutto per merito di Alfredo 
Schiaffini e Arrigo Castellani '*, sono lontani da una sta- 
bilità morfologica e mostrano frequenti influenze esterne 
quasi fossero stati dominati, i primi scribi, da un com- 
plesso di inferiorità verso i centri vicini: metteno, disseno 
provengono dalle aree occidentali al posto dei normali 
mettono, dissero. Anche le fomie fiorentina Dio, mio, bue 
presuppongono modelli toscano-meridionali nei quali le 
forme dittongate dieo, mieo, bueo erano accentate sul pri- 
mo elemento del dittongo: dieo, mìeo, bùeo ^^. 

Nel gruppo occidentale hanno risalto le forme con r sem- 
plice invece che doppia come in tera per « terra », un 
fenomeno che non è però sconosciuto nel resto della To- 
scana); le ss sorde al posto delle zz nei tipi terasso,\/ 
carossa, piassa; così le s stanno al posto delle z corri- 
spondenti nei casi di orso per « orzo », calsa, alsare, can- ^ 
sone ^^. Il fatto che questa pronuncia delle affricate fosse 
collegata con regioni sia pure vicine ma estranee alla To- 
scana, ha determinato correzioni ingiustificate come polzo, 
penzare. Analoga correzione ingiustificata è data per il 
lucchese dai tipi fornaglio per « fornaio »'^. Altre forme 
anomale rispetto al fiorentino si trovano nei testi me- 
dievali dell'area in questione. Dante rimprovera ai pisani 
nel De vulgari eloquentia la sostituzione della z con s (di 
cui si è detto) e la desinenza della terza plurale del pas- 
sato remoto in -onno (che è però caratteristica di tutta la 
regione) ^*: « Bene andonno li fanti da Fiorensa per Pi- 
sa » *'. Il toscano occidentale infine si è sovrapposto, al 



'* A. Schiaffini, Testi fiorentini del Dugento e dei primi del Tre- 
cento, Firenze 1926; A. Castellani, Nuovi testi fiorentini del Du- 
gento, Firenze 1962. 
" Rohlfs I, p. Ili. 

" Pieri, Fonetica del dialetto lucchese, pp. 118, 117; Fonetica del 
dialetto pisano, p. 147. 

" Pieri, Fonetica del dialetto lucchese, p. 116. 
" Rohlfs II, p. 313 sg. 

" Per la valutazione dei dialetti toscani cfr. il capitolo 13 (1-2) del 
I libro. 



68 / dialetti delle regioni d'Italia 

tempo della espansione marinara di Pisa, in Corsica e ha 
dato un'impronta sua al còrso detto « cismontano » ^°. 

Nell'area meridionale compaiono, soprattutto nei testi an- 
tichi, le forme « non fiorentine » del tipo fameglia e 
jongo^^. Accanto ad essi si hanno esempi di passaggio di 
-er- atono ad -ar- {vendaré), di palatalizzazione davanti ad 
I del tipo di anegli per « anelli %, di contrazione dei dit- 
tonghi per cui si scrive insime, Orvito^. Alterazioni iso- 
late — che hanno anch'esse riscontro in quasi tutta la 
Toscana — sono gombito, cèndare per « gomito », « cene- 
re » ^. Esse possono essere una presa di posizione contro 
una presunta assimilazione laziale del tipo di quanno, ri- 
spetto al corretto quando. Ai senesi che si comportano 
ancora « meridionalmente », Dante rimprovera perciò la 
frase « onche renegata avesse io Siena »: la forma fioren- 
tina sarebbe stata unche. 

Caratteri tipici della area orientale sono: a) la pronuncia 
palatalizzata di a come in baco, caso, mano, paglido ^^; 
b) la metatesi di tipo emiliano in annette invece di ri- 
mette, arfucilldre invece di rifocillare^; e) il tardivo ar- 
rivo della dittongazione fiorentina provato dal fatto che 
essa colpisce anche puoco, cuosa, che in fiorentino ap- 
paiono invece intatti, in quanto il passaggio di AU a o 
posteriore all'affermazione del dittongo uo da o aperta ^. 
Dante non critica solo pisani e senesi, ma se la prende 
con i toscani tutti, accomunando ai fatti di lingua anche 
giudizi di costume. Nel rinfacciare ai fiorentini la frase 
« manichiamo introcque. che noi non facciamo altro » in- 
siste piuttosto sulla neghittosità dell'atteggiamento che sul- 

^^ F. Coco, L'italiano antico nei parlari di Corsica, Bologna 1958, 

p. 11 sgg. V. anche G. Rohlfs, Fra Toscana e Corsica, ora in 

Lingua e dialetti d'Italia, cit., pp. 177-186. 

^' Rohlfs I, p. 71. 

" Bertoni, p. 130 sgg.; Parodi, Dialetti toscani, pp. 596, 594, 619 sg. 

" Rohlfs I, p. 334. 

-* Bertoni, p. 132 sg.; Parodi, Dialetti toscani, p. 618. 

" A. Schiaffini, Influenze dei dialetti meridionali sul toscano e 

sulla lingua letteraria, I. D. 4, 1928, p. 104. 

^^ Rohlfs I, p. 102; cfr. Castellani, Sulla formazione del tipo 

linguistico italiano, cit., p. 38 sgg. 



Toscana 69 

la qualità del verbo manicare per « mangiare ». Ma, an- 
che al di fuori dei casi concreti, il giudizio di insieme è 
severo con « ... i Toscani, i quali fatti stolti per loro dis- 
sennatezza mostrano di arrogarsi l'onore del volgare illu- 
stre. Ed in ciò non solo folleggia la pretesa della plebe... 
e poiché i Toscani più degli altri sono in cotesta ubriaca- 
tura furiosi, appare degna e utile cosa in qualche parte 
spogliare ad uno del loro vanto i volgari municipali dei 
Toscani ». 

La difficoltà nella distinzione tra lingua e dialetto è par- 
ticolarmente notevole nel caso del lessico. Fonetica e mor- 
fologia sono state infatti incanalate da secoli in schemi 
normativi più o meno rigidi: contravvenire a questi di- 
cendo, secondo il tipo vernacolare del fiorentino odierno, 
/ ffoho o le' la mi disse ^^, equivale a mettersi esplicitamente 
fuori della lingua nazionale. Ma nel campo del lessico una 
tale distinzione non è sempre facile: fattoio per « fran- 
toio » e midolla per « mollica » ^^ sono parole riportate 
dai vocabolari italiani, insieme al rustico redo « vitello 
piccolo » (dal lat. herede) che è entrato anche nella poe- 
sia del Pascoli e del D'Annunzio. Si tratta, come nel primo 
caso, di termini che hanno una tradizione scritta antica, 
anche se sono rimasti soverchiati nell'uso letterario da 
un'altra parola; oppure di voci tecniche o espressive che 
possono venir usate anche in lingua o perché insostitui- 
bili (tipico il caso di coreggiato, accettato anche con la 
notevole degeminazione contadina) o perché designano con 
maggiore evidenza e semplicità l'oggetto (così per gota in 
confronto al prezioso guancia) ^^, anche senza che si vo- 
glia chiaramente indulgere a una coloritura regionale, che 
porrebbe il toscano alla stessa stregua degli altri dialetti. 
L'isolamento della parola nel contesto dialettale italiano 
non ha molto valore in un rapporto come questo; la lingua 
ha accettato, come fondamentali, termini toscani che riman- 
gono isolati o quasi nell'ambito dialettale italiano: così 
topo, così poggio, maiale, chiocciola, ramarro ^ (per il 

" Rohlfs II, pp. 102; 142. 

2» AIS carte 1349, 989, 1046. 

» AIS carte 1473, 113. 

^'' AIS carte 444, 422, 246, 459, 450. 



70 / dialetti delle regioni d'Italia 

quale l'origine etmsca, nonostante la fragilità della sup- 
posizione^', appare sempre attraente); ma al di fuori del 
rapporto dialetto-lingua, nella proiezione dei tipi lessicali 
in uso in territorio italiano, questa singolarità può essere 
significativa. 

Il lessico toscano va dunque considerato, come ogni altro 
lessico dialettale, per la ricchezza degli spunti che il suo 
studio può fornire: notiamo allora la contrapposizione del- 
l'orientale pecchia (da apiculà) all'occidentale ape (spesso 
lapa o apia^^) o l'uso traslato di barba per «radice», di 
toppa per « serratura », di spera, ormai antiquato, per 
« specchio »^^. Ma sono esempi isolati e cristallizzati di un 
lessico toscano « non-italiano » che sentiamo ancora vitale 
soprattutto nelle campagne. 

Ed ecco, dal volume di G. Papanti, / parlari italiani a 
Certaldo, cinque esempi di dialetti parlati in Toscana, ma 
progressivamente sempre più divergenti e lontani dal mo- 
dello fiorentino ^^i 

Da Firenze (lingua della plebe) : V'ache donch'a sapere, 
come quarmente ai ttempo di pprimo re di Cipro, chand' i' 
Ggoffredo di Buglione ebbe agguantacha la Terra Santa, e' 
s'abbattè che una signorone di Guascogna la volle ì ppel- 
legrinando a i ssanto Sepolcro; e n'ì ttornare, come la fu 
a Ciprio, certi mascalzoni gnene dissano e gnene feciano di 
chelle nere. (A cura di Pietro Fanfani). 
Da Pietrasanta (Lucca) : Dico dunqua, che ne' tempi del 
primo Rèe di Cipri, doppo la conquista di Tera Santa fatta 
da Goffredo di BuUione, accadèe che una garbata donna di 
Guascogna pelegrinando andòe al Sepolcro, di duve ritor- 
nando a Cipri, da certi scelerati omini villanescamente 
fue oltraggiata. (A cura di Vincenzo Santini). 
Da Pitigliano (Grosseto) : Dicio donque che quanno ci 
adéra i 'primmu Rene di Cipriu, doppu che Grufedo di 
Boglione s'impatronì di Terra Santa, una gran donna di 
Gascògna agnede in pellegrinaggiu a i' Sepulgru, e nel 
rivenire di dimmellà, quanno arrivone a Cipriu, da certi 

'' G. Roiti.rs, Romanìsche Philologie, Heidelbeg 1952, II, p. 17 sg. 

" Non evidente in AIS carta 1152 

" MS carte 558, 885. 675. 

^^ RispcUivamente alle pp. 215; 252; 242 sg.; 86; 275 sg. 



Toscana 71 

birboni fune sforzata. (A cura di Giuseppe Bruscalupi). 
Da Arezzo (dialetto del contado) : Dico dónqua, c'al 
tempo che regnaeva '1 primi Réie de Cipri, quande che 
Guttifreie de Buglione avv'arquisto qui Liuóghi Santi, se 
dède '1 chaeso, che 'na signuora de Guascogna vette pili- 
grinando al Sipolcro de Ghiesù Cristo. E 'n tul mentre 
c'artornè a chaesa, giónta che fue a Cipri, s'embattètte 'n 
tur una branchaeta de mèlviventi che la 'ncarconno d'ugni 
suorta de vitupèrio. (A cura di Luigi Goracci). 
Da Pontremoli: Donch a digh che ai teumpi dal prim 
Reu d' Cipri, dop che Gotifred d'Buglion j'avè pia Tera 
Santa, a sucèss che na siora com' a va d' Guascogna l'andè 
pulugrinand al Sepulcar, e antal tornar andré, arivà eia 
fu a Cipri, na mandga du sbarassin iss misson a scarognar- 
la. (A cura di G. Giumelli). 

Dai Cento sonetti pisani di R. Fucini togliamo pochi ver- 
si ^- dedicati al santo protettore della città, che la tradi- 
zione vuole ladro convertito: 

Levato quer viziaccio di rubare 
San Ranieri è 'n gran santo di 've boni, 
Quando dianzi l'ho visto 'n sull'altare, 
Lo 'redi? m'è vienuto e' luccì'oni. 

E aggiungiamo una strofa in fiorentino plebeo di V. Ca- 
maiti ^, il quale vuol esaltare la lingua toscana di fronte 
a quegli « Italiani » che non riescono a piacergli: 

Gli arebbano un decatti a un rifiatare 
questi buzzurri sparsi per i' mmondo. 
Dice son Italiani... e in fondo in fondo 
sarà... Defatti un c'è di mezzo i'mmare. 



" R. Fucini, Cento sonetti, Firenze 1872, Sonetto XII, vv. 1-4. 
" V. Camaiti, Dizionario etimologico del linguaggio fiorentino, Fi- 
renze 1934, p. 30. 



MARCHE 



Dal punto di vista dialettale, le Marche sono assai lon- 
tane dall'unità. Già la colonizzazione latina si era svolta 
secondo itinerari diversi che facevano capo ad ambienti 
diversi. L'asse della latinità era stato la via Flaminia che 
penetra in territorio marchigiano attraverso il passo di 
Scheggia. Essa porta un tipo di latinità « umbra » che si 
scontra e in buona parte si immerge in ambiente gallo- 
italico. Un secondo itinerario si stacca dal precedente e 
penetra nelle Marche attraverso il passo di Fossato e Fa- 
briano. Qui la tradizione umbro-latina resiste meglio, e 
solo avvicinandosi alla costa adriatica sente le ultime in- 
fluenze gallo-italiche fra Iesi e le porte di Ancona. L'iti- 
nerario principale è quello che si dirama dal precedente 
a Foligno e per Colfìorito Camerino Treia raggiunge 
Osimo e Ancona, ancora più lievemente toccato da echi 
gallo-italici. L'ultimo itinerario è quello della via Salaria, 
da Roma ad Ascoli. Esso risente di influenze umbro-sa- 
bine che, nel tratto finale, si accompagnano a modelli sa- 
bellici, oggi abruzzesi e in generale adriatici ^ 
Un secondo carattere della latinità marchigiana è dato dalla 
grande sproporzione fra gli estesi territori annessi e quelli 
ristretti, alleati già nella prima metà del ni secolo. Due 
perni della latinità sono le colonie di diritto latino di Ri- 
mini (268) e Fermo (264). Si allineano i territori preco- 
cemente annessi di Pesaro, Fano, Senigallia, Iesi, Cupra- 
montana, Cingoli, Osimo, Potenza Picena, Cupra Marit- 
tima, Tolentino, Treia. Di città alleate fino al tempo della 
guerra sociale non si ebbero che Ancona e Numana sul 
mare, Camerino Ascoli Matelica Urbino e poche altre 
nell'interno -. In queste condizioni la mescolanza con la 



' Pais, Storia interna di Roma, cit, p. 148. 

^ Beloch, Romische Geschichte, cit., pp. 557 sgg.; 601 sgg.; 605 sgg. 



Marche 73 

popolazione preesistente è stata largamente favorita. Le 
iscrizioni latine di Pesaro mostrano una chiara influenza 
umbra (non gallica) ^. La situazione che corrisponde oggi 
in fondo a questi presupposti è la seguente^: 

a) Il territorio della provincia di Pesaro e la parte più 
settentrionale e costiera di quella di Ancona appartiene 
all'area gallo-italica, e i dialetti rispettivi si collegano di- 
rettamente con quelli romagnoli. 

b) Il resto della provincia di Ancona e quella di Mace- 
rata costituiscono il nucleo dei dialetti marchigiani, di- 
retta prosecuzione di quelli dell'Umbria, e cioè di quella 
latinità sorta dalla stretta immedesimazione della tradizio- 
ne latina con quella degli antichi umbri. 

e) Una piccola parte di questo territorio conserva un tipo 
più arcaico, nel quale la -u finale si mantiene tale senza 
confondersi con -o e sia pure senza corrispondere costan- 
temente alle due uscite in latino. A Camerino si dice lu 
munnii (lat. mundus) ma omo (lat. homo)-, però anche 
lo ferro (lat. ferriim) ^. Insieme con Camerino, le località 
di Montefalcone Amandola Force rappresentano il limite 
settentrionale di questa distinzione. 

d) Nella provincia di Ascoli Piceno, la tradizione umbro- 
latina, libera da influenze gallo-italiche, è stata però pro- 
gressivamente limitata da influenze abruzzesi e in ge- 
nerale adriatiche che, all'opposto della tradizione primi- 
tiva, alterano l'equilibrio interno delle vocali. 

Infine tracce di influenze marinare specialmente venete 
si hanno in sporadiche forme dialettali dei porti, per 
esempio a Senigallia e ad Ancona. Tali forme sono tut- 
tavia ormai prossime a scomparire. Per quanto poi riguar- 
da i dialetti marchigiani di tipo gallo-italico importa met- 
tere in rilievo il progressivo declino dei loro caratteri che 
finiscono per dissolversi nel marchigiano puro fra l'Esino 

' Devoto, Storia della lingua di Roma, cìt., p. 197 sg. 
* Sulla classificazione dei dialetti marchigiani v. la chiara introdu- 
zione al lavoro del Parrino, Per una carta dei dialetti delle Marche 
(= Parrino) 
' Rohlfs I, p. 185. Cfr. Umbria p. 82 sg. 



74 / dialetti delle regioni d'Italia 

e il Potenza, di mano in mano che si procede lungo la 
costa. Mancano già in Romagna caratteri vistosi come la 
ij e la ò dei dialetti dell'Emilia occidentale^. Ma cede 
anche la e per a del tipo cher, peder, meder all'altezza di 
Fano e Senigallia^. Forme come dise del senigalliese del 
porto o in so « in giù » dell'anconetano del porto sono 
probabilmente venetismi. Sopravvivono invece ancora nel 
territorio di Ancona forme con la caduta della vocale pro- 
tonica come stimana per « settimana »; con la metatesi 
della consonante liquida protonica, arpia «ripigliare», 
arcurdà « ricordare »; con la caduta di vocale postonica 
come povr « povero » ciir « con-i » pranz « pranzo »; con 
la lenizione della consonante gutturale sorda, segondu « se- 
condo », diga « dica », figu « fico », e della -s- intervocalica, 
mese « mese » peso « peso »; con lo scempiamento di tutte 
le consonanti doppie ^. La lenizione risale all'interno fino 
a Iesi. La mancanza del tipo granire, quanno, gamma 
« gamba », sammuco, callo « caldo », può essere interpre- 
tata come dovuta a influenza gallo-italica, ma anche come 
forma conservatrice (sia pure senza connessione geografi- 
ca), quale la -u finale. 

Il secondo tipo marchigiano è rappresentato dal dialetto 
di Arcevia, in provincia di Ancona tra Fabriano (terzo ti- 
po) e Pergola (gallo-italico) ^. Proprio per la sua ristrettezza 
esso rappresenta in un certo senso un resto non gallo- 
italicizzato della via Flaminia e per un altro il cuneo 
che dall'Umbria si inserisce, distinguendosi non solo per 
quello che non ha di gallo-italico ma per quello che ha 
di umbro. Alle innovazioni vere e proprie che danno 
da sole un'autonomia a questo secondo tipo marchigiano, 
appartiene così la metafonia, della quale si presentano qui 
alcuni schemi: 

a) ì, È ... ù dà E ... o ma ì, È ... i dà i ... e regolarmente: 
sing. pelo plur. pije « peli ». Così pegno pigne, capello 
capije, vetro vitre, metto mitte « io metto tu metti ». 



* Cfr. Emilia-Romagna p. 57. 

' Parrino, p. 17. 

' Crocioni in E. I., p. 232; Parrino, p. 23 sgg. 

' Crocioni, // dialetto di Arcevia, p. 1 sgg. 



Marche 75 

b) È ... o, A si mantiene, ma con È ... ì, ù si ha il dittongo: 
meto ma lu miete, tengo ma egli tiene, mièdeco (da medica). 

e) ò ... o, A si mantiene, ma nella serie ó ... ì, ù si ha il 
dittongo: bona buono, posso puoe, vojo vuoe. 

d) Finalmente la serie ò ... e, o, a (e ò ... ù) rimane in equi- 
librio, quella ò ... ì dà luogo al passaggio da o in u: sing., 
ordene plur. urdene, sing. monte plur. munte. 

Secondo carattere della zona è l'assimilazione progressiva, 
sconosciuta più a nord ^°: callo per «caldo», sollo per 
«soldo»; granne, quanno, spenne, fonno per «grande», 
« quando », « spende », « fondo »; così pure palomma, 
gamma, sammuco, cammià per « palomba », « gamba », 
« sambuco », « cambiare ». Che ci troviamo qui in un'area 
estrema e per così dire polemica di questo fenomeno è 
mostrato dagli eccessi di zelo delle forme troppo corrette 
come flamba per « fiamma » e nsomba per « insomma ». 
In analogia con questo passaggio, si ha la sonorizzazione del 
secondo elemento nel gruppo -nc- che diventa -ng-: per es. 
biango, stango, mango per « bianco », « stanco », « manco ». 
Maggior varietà si ha per i suoni g-, j- iniziali e le loro 
combinazioni. Ad Ancona si hanno le soluzioni toscane 
già, gìoentù per « già », « gioventù ». A Macerata e Fermo 
un rafforzamento del tipo gghiò, gghioenotti, per « giù », 
« giovanotti », ad Ascoli un indebolimento del tipo jonta, 
jente, jovene per « giunta », « gente », « giovane » ". Nei 
gruppi del tipo lj e gl si ha indebolimento del primo ele- 
mento così in paja « paglia », come in jotto, Janna « ghiot- 
to », « ghianda ». Soprattutto notevole è la lenizione che 
talvolta potrebbe sembrare eco di quella settentrionale, 
sia parziale (per es. a Iesi amigo e dide « dita ») sia to- 
tale (p. es. a Fabriano bottia « bottega », a Cingoli magnau). 
Ma molto più autonoma appare a San Severino in gastigào 
per « castigato », a Grottammare neò per necò « uccise », 
ad Ascoli fatià per « faticare », La lenizione iniziale com- 
pare a San Benedetto in forme come la abbia « gabbia », 
la atta « gatta », la rotta « grotta » ^^. 

" Bertoni, p. 143 sg.; Parrino, p. 27. 

" Crocioni in E. I. p. 232; cfr. però Parrino, p. 11. 

" Così ad Ascoli Piceno: cfr. Parrino, p. 31 sg. 



76 / dialetti delle regioni d'Italia 

Dialetti marchigiani genuini sono quelli che mantengono la 
-u finale, dal territorio di Camerino e Amandola in giù. 
Predominano nella provincia di Macerata, e nella parte 
settentrionale di quella di Ascoli ^^. Rappresentano la tra- 
dizione latina della valle del Chienti discesa attraverso 
il territorio dei Camerti al tempo della fondazione della 
colonia di Fermo, poi salvata forse perché il diaframma 
di città alleate, per es. di Camerino, ha rallentato il li- 
vellamento col retroterra transappenninico umbro-setten- 
trionale e toscano, come abbiamo precedentemente ac- 
cennato. Il quarto tipo è il dominio del caos vocalico, 
proprio della costa adriatica dal Tronto a Brindisi. AI 
di fuori della metafonia, appaiono qui nella loro gra- 
vità tre fatti. I primi richiamano condizioni settentrionali 
senza avere con esse collegamento diretto, così quelca 
« qualche », gatte « gatto » con a palatalizzato. Ancor più 
impressiona l'apertura delle i e u lunghe come in acsè 
« così », virtò « virtù ». Meno somiglianti al settentrione, 
ma sensibili, sono passaggi come quelli di e chiusa in A 
a Campofìlone, per es. male per « mela », di e aperta in a 
a Porto San Giorgio, per es. prago per « prego », di o in 
e: fiere per « fiore » a Pedaso e Cupra Marittima. La 
seconda parte, più vistosa, è costituita da dittongazioni e 
frangimenti violenti. Tali la e chiusa che passa in ai a 
Montalto (maila per « mela »), in ci a Force (soite per 
« sete »), in ei a Monteprandone ireite per « rete », neive 
per « neve » ^'*); la i che diventa ai a San Benedetto {daice 
per « dice »). A Grottammare '^ non si hanno solo dit- 
tongazioni violente come quella di i in ei (deice per 
« dice »). Singolare è la situazione di questo centro dove 
si direbbe che il sistema vocalico si è assestato su basi 
polemiche rispetto alle aree vicine. In contrasto con il 
normale bove si dice a Grottammare bave; in contrasto col 
normale mare, vi si dice more. Questa terza serie rimane 
perciò la più difficile da spiegare. 



" Pellegrini in Le Marche, p. 200 sg.; Parrino, pp. 15; 26; 29. 
" Pellegrini in Le Marche, p. 202 sgg. 

" Rohlfs I, pp. 30; 80; 210. Per il vocalismo della zona meridionale 
V. anche Mastrangelo Latini, Caratteristiche fonetiche dei parlari 
della bassa valle del Tronto, p. 6 sgg. 



Marche 77 

Fra i tratti morfologici possiamo ricordare come mar- 
chigiani generici le desinenze verbali in -ma come pa- 
tema, vulima, gli infiniti in -a come cora, veda per « cor- 
rere » « vedere », le preposizioni nti, nte, ntro, derivate 
da intus, me da medium (per es. me lu petti « medio 
lo petto ») e sa « con » da ipsa ^^. Costrutti sintattici da 
ricordare sono omo dice come impersonale e l'uso della 
terza singolare come terza plurale. 

Anche nel campo lessicale la situazione linguistica delle 
Marche appare complessa e composita. Nel suo studio F. 
Parrino isola termini interessanti delle quattro zone, che 
egli esemplifica nei dialetti dei quattro capoluoghi •^; ne 
trascriviamo alcuni scegliendo per Pesaro bagé « maiale », 
carnacièr « macellaio », butrigò per « precipizio »; per 
Ancona impalichì « appisolarsi » (che ha connessioni nella 
Toscana orientale '^), strofu « cencio », piotu « lento »; per 
Macerata cartina « podere », sarvai « imbuto », màsciulu 
« mansueto », pritu « intero », smusinà « rimestare »; per 
Ascoli Piceno furia « molto », fracchia « fango », rua 
« via » (da ruga; la voce ha in realtà connessioni in dia- 
letti di tutt'Italia). Ma sono anche da notare quei casi 
in cui la differenziazione tra dialetti settentrionali e dia- 
letti meridionali porta a connessioni immediate con le 
regioni vicine; così il tipo fabbro dei primi, che si le- 
ga alle forme toscane e romagnole, mentre ferraro dei 
secondi ha riscontro nel vicino Abruzzo; così per for- 
MENTO di fronte a levito ". Tipiche voci centrali, comuni 
cioè anche all'Umbria e al Lazio sono poi nottola per 
« pipistrello », RAGAN0 per « ramarro », lama per « fra- 
na » ^°: ma forse il caso lessicale piìi interessante è dato 
dalla sopravvivenza del latino ninguere « nevicare » (an- 
che dell'Umbria e dell'Abruzzo settentrionale) ^^ un pre- 
zioso relitto di fronte a cui risaltano l'innovazione seman- 



'* Crocioni in E. I., p. 232; Pellegrini in Le Marche, p. 203. 

" Rispettivamente alle pp. 22; 25; 31; 35 sg. 

" Cfr. la nota di C. Merlo (a commento del Lessico del dialetto di 

Sansepolcro di C. Zanchi Alberti) in I. D. 13, 1937, p. 222. 

" AlS carte 213. 235. 

^ AIS carte 448, 450. 427. 

" AIS carta 377; cfr. anche Pellegrini in Le Marche, p. 203. 



78 / dialetti delle regioni d'Italia 

tica di BEDOLLO « pioppo » (anche romagnolo: dal lat. be- 
tulla) -2 e il germanismo lecca « scrofa », probabile deri- 
vazione da una forma longobarda^. 

Dante nel De vulgari eloquentia^'^ così parla dei dialetti 
marchigiani, mettendoli per bruttezza subito dopo il ro- 
manesco: « Dopo questo strappiam via gli abitanti della 
Marca d'Ancona, che dicono chignamente scate, sciate » 
(e cioè « come state, siatelo » probabilmente in risposta 
a una domanda « come state? »). 

Oggi secondo gli esempi della consueta raccolta del Papanti 
(/ parlari italiani in Certaldo), tre dialetti caratteristici ^ 
si confrontano così: 

Da Sant'Agata Feltria (Pesaro) : Donca av dirò che in ti 
temp de prim Re d' Cipri, dop la cunquista fatta dia 
Terra Santa da Guttifrè d' Bujon, è success ch'una garbeta 
donna d' Guascogna la s' n' andò in pelligrinag' me 
Sepolcri, turnand'indria, arriveta a Cipri, la fu vilanament 
ultragieda da di sceleret. (A cura di Crescentino Giannini). 
Da Camerino (Macerata; dialetto rustico) : Dunque dico 
che a tempu de lu Re de Cipru, dopo l'agguistu che fobbe 
fattu de la Terra Santa da Goffrè de Vujone, successe 
che na signora de Vascogna 'm pellegrinagghiu jette 
me lu Seppurgru, e da ittèllo stornenno, come fobbe 
arriata a Cipru, leccote che da certi virbacciuni fobbe 
mardrattata forte. (A cura di Aristide Conti). 
E infine da Ripatransone (Ascoli Piceno) : Dicieve eh 
e-ttiemp de lu prime Rre de Cipr, quann Guffrède de 
Buglione s'ere-mpetrunitu de le Terre Sante, ne signore 
de Guescogne jètt e-mpellegrinag là lu Sant Sepolcr, 
revenenne, loch-e Cipr fu mulestate da certi birbecciìi. 
(A cura di Cesare Cellini). 



'^ AìS carta 585. 

" B. Migliorini, Lefa e lecca, L. N. 12, 1951, p. 43. 
" De vulgari eloqiientia I, 11, 3. Cfr. G. Crocioni, Dante e il dia- 
letto marchigiano, Rend. Ist. March. 2, 1927, pp. 5-15; Vidossi, L'Ita- 
lia dialettale fino a Dante, p. L. 
" Rispettivamente alle pp. 353 sg.; 253 sg.; 103 sg. 



Marche 79 

Concludiamo con pochi versi nel dialetto di Fossombrone 
che testimoniano l'attaccamento a una parlata locale e il 
rimpianto per una perduta genuinità ^^: 

Donca, avem dett ch'el nostr beli dialett 

Va considerèt lingua per cont sua 

Ma en s' pò di daér (davvero), pr'essa sinceri, 

Ch' sta lingua en n'è 'n po' imbastardita. 



" Adele Rondini, Fosombroii spareta, Fossombrone 1970, p. 63. 



UMBRIA 



L'Umbria è una regione tipica in cui il latino si è forte- 
mente mescolato con la tradizione linguistica preesistente. 
Da questa, che non era radicalmente estranea, ha eredi- 
tato parecchi caratteri e tendenze, senza snaturarsi troppo. 
A differenza da quella della Toscana, sostanzialmente im- 
mune da mescolanze; delle IVIarche, compresse fra una 
tradizione gallo-italica e una illirico-abruzzese; del Lazio, 
esposto precocemente, per ragioni demografiche, a in- 
fluenze meridionali, la tradizione umbro-latina nell'Um- 
bria è omogenea. Ma l'Umbria è regione in buona parte 
priva di frontiere naturali e la tradizione umbro-latina, se 
anche intrinsecamente stabile, sì è svolta entro limiti geo- 
grafici oscillanti. Se si pensa che l'Umbria dell'età augu- 
stea (VI Regione) raggiungeva l'Adriatico a nord di An- 
cona, ma si arrestava alle rive orientali del Tevere, 
rimanendone così fuori Perugia (assegnata alla VII Re- 
gione, quella stessa della Etruria) ^ si ha la misura della 
mutevolezza esterna del quadro nel quale la tradizione 
umbro-latina si è svolta: ora compressa ora espansa, così 
verso oriente come verso occidente, ma mai eccessiva- 
mente limitata e ridotta. 

L'asse, così storico come linguistico, dell'Umbria è de- 
terminato dall'itinerario della via Flaminia che l'attraver- 
sava da Otricoli (poco lontano da Orte) fino al passo di 
Scheggia^, sia pure con un percorso non identico a quello 
attuale. Lungo quest'asse si trovano i territori delle due 
colonie fondamentali (di diritto latino) di Narni e Spo- 
leto, fondate rispettivamente nel 298 e nel 241 a.C.^, Per 
trovare un'altra colonia, sempre lungo quest'asse, verso 
settentrione, bisogna raggiungere, al di là dell'odierno ter- 

' H. NrssEN, Italische Landeskimde, Berlino 1902, p. 389 sg. 

^ Pais, Storia interna di Roma, cit., p. 147 sg. 

' Belocii, Ròmische Geschichte, pp. 560 sgg.; 604. 



Umbria 81 

ritorio marchigiano, nientemeno che quella di Rimini, 
fondata nel 268 a.C. Città alleate nella striscia occiden- 
tale di quella Umbria, così diversa dalla nostra, sono Orte, 
Otricoli (lat. Ocriculum), Amelia (lat. Amerio}, Todi, Gub- 
bio, Città di Castello (lat. Tifernum Tiberimim); in quella 
orientale Terni (lat. Interamna Nahartis). Immediatamente 
a oriente, invece che territori alleati, vi erano quelli di 
città annesse, quali quelli di Rieti (oggi nel Lazio), Norcia, 
Bevagna (lat. Mevania), Foligno, Assisi. 
La latinità irradiava teoricamente dalla fascia a oriente 
verso quella a occidente per ragioni demografiche; ma non 
solo perché premeva, bensì perché, come sempre si ve- 
rificava nelle città alleate, era attratta dalla moda, dal 
desiderio di adeguarsi a schemi e costumanze romane, che 
per loro conto poi risalivano la via Flaminia da sud a nord. 
Accanto a questa caratteristica di centralità geografica è 
da mettere in rilievo il fatto che, pur essendo attraver- 
sata da tutte le correnti di innovazione irradianti da Roma, 
l'Umbria ne rimaneva spesso immune, quasi tutte queste 
novità « scivolassero » sul primo strato di latinità acqui- 
sita, senza ulteriormente rinnovarlo: come appare nel caso 
del trattamento delle vocali finali. Da un punto di vista 
intrinseco, la latinità dell'Umbria si inserisce in quella 
degli altri dialetti centro-meridionali, distinguendosi chia- 
ramente da quelli toscani. 

All'interno di questa classificazione sono però da sotto- 
lineare tre casi particolari. Il primo è quello della con- 
tinuità con i territori marchigiani di Camerino Montetal- 
cone e Amandola, nelle province di Macerata e di Ascoli 
Piceno, per quanto riguarda la distinzione delle vocali fi- 
nali -u e -o 1 ^ 
Il secondo è dato dalla impronta umbra persistente nel 
territorio aquilano ^, non tanto per una effettiva irradia- 
zione dall'Umbria quanto per l'efficacia dell'altra antica 
strada romana, la via Salaria, nel mantenere stretti vin- 
coli con Roma contro le tendenze centrifughe illirico- 
abruzzesi. Il terzo sta nella forte penetrazione nell'Um- 



* Cfr. Marche p. 76. 
^ Cfr. Abruzzo p. 97. 



82 / dialetti delle regioni d'Italia 

bria nord-occidentale di elementi toscani, inquinati però, 
come erano quelli aretini, da elementi gallo-italici. Si è 
formato così un contrasto che investe lo stesso territorio 
di Perugia, in cui da una parte il contado si richiama 
a modelli aretini e chianaioli, con connessioni sottolineate 
già da Graziadio Ascoli quasi cent'anni or sono ^; mentre 
in città il dialetto ha subito una abbastanza evidente at- 
tenuazione, tale da apparire a Francesco D'Ovidio più 
come una « lingua di provincia » che come un dialetto 
vero e proprio'. 

In questo quadro è naturale che, ancor prima di parlare 
delle vocali, appaia il grande carattere centro-meridionale 
del passaggio di nd a nn e di mb a mm, in tutta la sua 
significanza antitoscana: tali i tipi monno per « mondo », 
peccanno per « peccando », projonno per « profondo » *. 
Centri come Perugia o Todi, sono, certo, immuni oggi da 
questa pronuncia, che si accentua nell'Umbria meridionale 
e orientale piuttosto che in quella settentrionale e occi- 
dentale. Che si tratti di una estensione di modelli toscani 
è provato dal fatto che in un testo perugino antico si 
trova la formula noie sempre enfiambava (ci infiammava 
sempre) ^. Non si sarebbe inventata la grafia infiambare se 
non si fosse creduto che fiamma fosse un'assimilazione 
regionale di un presunto flamba che ci si sentiva in dovere 
di restituire in un testo scritto. 

La citata distinzione delle vocali -o e -u in fine di parola 
appare in una zona che dal territorio delle Marche discende 
per Assisi e Foligno ulteriormente verso sud. Come, in 
latino, si distingue fra odo e corpus, fra dicendo e capilliim, 
secondo un rapporto che le forme italiane corrispondenti 
otto, corpo, dicendo, capello hanno eliminato, a Trevi 
si dice oto ma corpii, a Foligno dicenno ma capillu ^°. Tut- 
tavia non si tratta di una conservazione integrale, perché 
una certa diversa ripartizione si è verificata rispetto al 
latino; gli -u si sono conservati, per esempio a Norcia, 



* Saggi aretini, p. 445 sg. 

' Sull'« italianità » del perugino cfr. anche Catanelli, Raccolta di 

voci perugine, p. 4. 

' Ugolini, Rapporto sui dialetti dell'Umbria (= Ugolini), p. 480 sg. 

' Ascoli, Saggi aretini, p. 447. 

'" Rohlfs I, p. 185; Ugolini, p. 479 sg. Cfr. Marche pp. 73; 76. 



Umbria 83 

nei temi latini in -us come ad esempio in piettii (lat. 
pectus) ma non in quelli che terminavano in -um, per 
cui nella stessa Norcia si dice fero (lat. fernim). 
Di nuovo in contrasto col toscano, questa volta non già 
per conservazione ma per innovazione, è il caso della 
-E finale, che subentra al posto della regolare -i. Questo 
corrisponde a quanto avviene in una zona marchigiana un 
po' più settentrionale di quella ricordata sopra, e precisa- 
mente quella di Arcevia '^ e, attraverso tutta l'Umbria, 
in esempi analoghi del Lazio nord-occidentale, nel terri- 
torio di Acquapendente'-: tali cane per «cani», augnate 
per « cognati », amice per « amici », parente per « pa- 
renti ». Questa innovazione, come ha mostrato Alfredo 
Schiaffini, si trova già in testi perugini medievali ^^. At- 
testata nei territori occidentali, da Assisi attraverso Todi 
fino a Orvieto, essa manca in quelli sud-orientali, di Spo- 
leto e di Terni. 

Carattere fondamentale dei dialetti centro-meridionali è 
la metafonia, pure essa antitoscana. Essa, come si è detto, 
va considerata come una forma di compenso qualitativo 
che si manifesta in conseguenza del previsto indebolimento 
delle vocali finali. Nell'Umbria si hanno solo le manifesta- 
zioni meno intense, che si fondano sull'azione delle -i finali 
ed eventualmente anche delle -ù. Nella zona di Amelia 
e di Todi si hanno così forme blande in cui i plurali vìrdi 
e niri si contrappongono ai singolari verde e nero ''*. E 
cioè, sotto l'influenza delle -ì finali, la e chiusa accentata 
si è chiusa ulteriormente in i, mentre davanti a una finale 
-E ed -o (da -ù) è rimasta nell'alveo regolare, immutata. Con 
la E aperta invece che chiusa la metafonia è meno evidente 
ma agisce ugualmente: tale il caso di pède (singolare) e di 
pèdi (plurale) in cui la e rim.ane aperta perché la -E 
finale non la disturba, mentre al contrario si chiude nel 
plurale sotto l'influenza metafonetica della -i 



" Crocioni, // dialetto d'Arcevia, pp. 9; 29; 34. 

" Bertoni, p. 141. 

" Schiaffini, Influenze dei dialetti meridionali sul toscano..., cit., 

p. 89 sgg. 

" Reinhard, Umbrische Studien (= Reinhard), pp. 205 sgg.; 1 sgg.; 

Grassi, Raffronto fra l'indagine... per l'AIS e gli elementi raccolti... 

dall'ALI, p. 408 sgg. 



84 / dialetti delle regioni d'Italia 

Parallele alle vicende della f, sono quella della o. Con la 
o chiusa si hanno in una zona che va da Nocera Umbra 
a Spoleto e a Norcia i plurali metafonetici mattuni di 
fronte a mattone, i maschili metafonetici tunnu « tondo », 
russa « rosso » di fronte ai femminili tonna, rossa ''. Qui 
si ha l'azione metafonctica non solo da -t ma anche da 
-ù finale, mentre manca da -e e da -A. Il fenomeno paral- 
lelo, più moderato, si trova anche con la o aperta come 
già con la e: il maschile hónu con la o chiusa metafo- 
nctica, determinata dalla finale -ù, si oppone al femmi- 
nile bòna con la o aperta intatta. 

Di grande importanza sono gli esempi di pressioni set- 
tentrionali, di natura gallo-italica, che confermano ancora 
una volta come l'Umbria in antico era regione di tran- 
sito, aperta a influenze tanto settentrionali quanto me- 
ridionali. Gli esempi caratteristici sono tre. TI primo sta 
nella pronuncia palatale della A accentata che diventa una E 
sia pure apertissima '^, in contatto con i fenomeni ana- 
loghi del territorio aretino in Toscana e del territorio 
transappenninico marchigiano e romagnolo '^. Tipi come 
cantato per « cantato », Ièna per « lana », meno per « ma- 
no », nèso per « naso », sèle per « sale », discesi dal set- 
tentrione, si conservano tuttora sino a ima linea che con- 
giunse il Trasimeno e il passo di Scheggia attraverso i 
territori di Perugia GuaUlo Gubbio. TI secondo esempio 
ò quello della dittongazione della e chiusa secondo un 
modello che arriva, luncro il versante settentrionale del- 
l'Appennino, sino in Piemonte; tali teìla per « tela », 
mcìse per « mese », che raqrfiunfono — o rafPiiunpevano — 
i territori di Gubbio e di Fossato '^ Ti terzo esempio ò dato 
dalla lenizione di consonanti come in podesse per « po- 
tesse » che si trova a Città di Castello, vicino alla frontiera 
settentrionale, in direzione del territorio aretino ". 
Come esempi minori di particolarità consonantiche son da 
ricordare le alterazioni in senso palatale di l e n davanti 



" Rfinitard. pp. 219 sgg.; 25 srr. 

'* RpRTONT. p. 131 scRR.; Rfinmari). p. 189 Kpc: Ur.niiNi. p. 471 sgg. 

" Cfr. Emilia-RomfiRnn p. 56; Toscana p. 68; Mnrchc p. 74. 

" RiiNiiAKi), p. 203 spR.; Mancaimi.i.a, // dialetto di Gubbio..., 

p. 292. 

" RiANCiii, // dialetto e l'etnografìa di Città di Castello, p. 35. 



Umbria 85 

a vocale finale -i: (ali, sempre a C'iUh di Castello, le 
forme haroyjii e p(ii!,iii per « baroni » e « pani » o ba- 
cagli e lenzuogli per « baccelli » e « len/.iioli » '"'. 

Nella morfc)l()};ia son da ricordare im cerio numero di 
forme nominali tratte da nominativi latini anzicbé dai 
casi oblicpii: orbo dal latino arbor di fronte all'italiano 
albero, ncpo (lat. ncpos) di fronte all'italiano nipote, pale 
(lat. palar) dì fronte all'italiano padre ^\ Un vistoso set- 
tentrionalismo ò dato dal tipo di prcposi/.ione di liiopo 
int- tratta dal Ialino ìndis d'accordo con le forme emiliano- 
romagnole inl-cl, e contro il tipo toscano nel trailo dal 
latino in^^. Il fallo morfoloj^ico più importante ò tuttavia 
connesso con la distinzione fra due diversi trattamenti 
della -i"j finale ricordali sopra. Come fra i sostantivi si 
è rilevala ima differenza fra il tipo pìeilii risalente a una 
finale -us del latino pectiis, e il lipo fero risalente a ima 
finale latina -um del latino ferruin, così dal pronome di- 
mostrativo che appare al caso accusativo come illnm al 
mascbile e illnd al neutro, si sono ricavate due forme di 
articolo ni (maschile), lo (neutro), che si conservano in 
un'area marjiinale orientale come quella ili Norcia e in 
quella, o|^}M non piìi apparlencnie all'Umbria, di Rieti ^^ 

Che l'Umbria coslilnisca soprallullo una via di transito 
dove si incontrano correnti linpuistichc di diversa prove- 
nienza, è dimostralo anche dal lessico nel quale cofiliamo n 
fatica la carallerizzazione dialellale. Parole definibili come 
«umbre», frcciuenli nei tcsli medievali (li'n'inja, paroffìa, 
porpello)^ sono uscite dall'uso; rimangono invece i ter- 
mini iacononici cofozzo « nuca », alt ilare « arrivare », alla- 
mare « abbattere » ^^ Il lodino panala « vasello di terra- 
cotta » ò solo una parola locale le/^ala a un uso popolare^*. 

'* Bianchi, Il dialetto e rclnof.ralid di Città di ('asl/'llo, p. 28 sp;k.; 

lJ(;oi,iNi, p. 474. 

" Roiii.i's [I, p. 6. 

^ V. Ufioi.iNi. p. 476, clic mcllc in irl.i/ioii'.' (|ii(,'slii foimn con In 

preposizione peiuRinn ta. 

" Rolli, l's II, p. 108 SKK. Clr. Ahiii/zo p. ')8; C'iimpiiniii p. 116; 

Rasilicfila \i. n2. 

" U(;oi.iNi, p. 485 Kg. 

" F. Acino in F,. N. 14. 1951. pp. 21; "51; l'i. l')')4. pp. I l'i 116. 

" F. Mancini, in L. N. 17, 1956, p. 81. 



86 / dialetti delle regioni d'Italia 

Ma assai più spesso i tipi lessicali trovano connessioni 
nelle zone vicine: così prace « porzione di terreno » 
— probabilmente da un greco bizantino amprakion — 
« di area fra aretino perugino e romagnolo » ^, così sor- 
NACARE « russare », genericamente centrale, melangola 
« arancio », diffuso anche nel Lazio settentrionale, ruga 
« bruco » collegato al Veneto dal tramite romagnolo e 
infine bigiancola « altalena » che ha echi popolari in gran 
parte della Toscana -^. 

Come esempi di dialetti umbri valgono testi presi dalla 
solita raccolta del Papanti, / parlari italiani a Certaldo^'^: 
Da Norcia: Te ico dunque che a ri tiempi de ru primu Re 
de Cipri doppo che Goffredo de Buglione pijò la Tera 
Santa, 'na riccona de Guascogna se ne ette in pelleri- 
naggio a ru Santu Sepporgro; e quanno revenne e che fo 
arrivata a Cipri, certi vassalluni la 'nsurdorno (insulta- 
rono). (A cura di Pietro Colantoni). 
Da Città di Castello: Dico donca ch'ai tempi del primu 
Re de Cipru, doppu la presa de Terra Santa che feci 
Gufredo de' Buglione, socesse che 'na signora de Guasco- 
gna gì 'n peligrinaggiu al Sepulcru. e 'n tu l'arni, gionta 
a Cipru, gni fu fattu 'n grande scornu da certi vilèni 
omini scelerèti. (A cura di Eugenio Manucci). 

Dalla raccolta di Pier Paolo Pasolini La poesia popolare 
italiana ecco alcuni versi della Passione: 

« Giuanne avete visto lo mi' fìjo? » 

« Sì che l'ho visto e ce so' stato con esso 

e su, la croce me l'honno già messo » 

« E tu, Giuanne, nun l'habbi aiutato, 

che t'era commo 'n fratello 'ncarnato? » 

« Io, matre Maria, nun ho poduto, 

perché i giudei me l'honno 'nchiodato. 

Alora gimo via, matre Maria, 

che si è vivo l'arimenarimo (lo ricondurremo) 

e si è morto lo sepelirimo ». 

" Ugolini, p. 489. 

^' AIS carte 654, 1272, 481, 748. 

" Rispettivamente alle pp. 534 sg.; 532 sg. 



LAZIO 



A differenza di tutte le altre regioni, il Lazio è stato la 
culla di quella tradizione linguistica che, attraverso molte 
vicende, si continua tuttora viva e vitale in tutta l'Italia. 
Ma, mentre l'affermazione politica cui quella linguistica 
segue è irradiata solo dalla sua capitale, Roma, alla lin- 
gua è rimasto il nome di « latina » che risale a una si- 
tuazione più antica dell'affermazione di Roma. Mentre 
nella storia politica esiste un periodo in cui Roma e Lazio 
sono termini antitetici, dal punto di vista linguistico il 
termine latino è esclusivo. Questa fissità di denominazione 
ha portata storica ma non è la storia. La vicenda del la- 
tino, nella regione che gli ha dato il nome, non è stata né 
rettilinea né omogenea. Essa si distingue in tre fasi. 
La prima, che si conclude con la fondazione di Roma, 
mostra la regione ormai resa « protolatina » dalle fron- 
tiere meridionali del Lazio fino ai Colli Albani, per opera 
della diffusione e affermazione della civiltà del Ferro detta 
delle tombe a fossa ^ Si tratta di un caso particolare di 
quel grande movimento irradiato dalla Puglia, che ha por- 
tato i siculi in Sicilia, gli enotri in Lucania e Calabria, 
gli opici in Campania, gli ausoni e i protolatini fra la Cam- 
pana e il Lazio. Per questa via ha raggiunto il Lazio il 
nocciolo del vocabolario più arcaico della lingua latina, le 
sue strutture fondamentali e un fatto fonetico caratteri- 
stico, la corrispondenza del t al theta del greco come 
appare ad esempio in rutilus di fronte al greco erythrós. 
Al di là della frontiera del Tevere si mantiene ancora 
la tradizione linguistica tirrenica e poi etnisca. 
Su questa linea dei Colli Albani, che si sposta poi ben 
presto a Roma, si hanno incontri che conducono a eventi 

' G. Devoto, Protolatini e Tirreni, Studi Etruschi 16, 1942, pp. 409- 
417; Protolatini e Protoitalici, Studi Etruschi 21, 1950-51, pp. 175- 
184. 



88 / dialetti delle regioni d'Italia 

decisivi non solo sul piano linguistico, ma anche su 
quello culturale. Le correnti protovillanoviane, discese dal 
Nord, hanno portato sul piano culturale il rito funebre 
della incinerazione che mette radici definitive in Roma ^. 
Su quello linguistico portano elementi lessicali, che cor- 
rispondono a una tradizione indeuropea più recente e un 
carattere fonetico della più grande importanza, le con- 
sonanti sonore al posto delle aspirate all'interno della pa- 
rola: DH all'iniziale si sviluppa in f ifumus), all'interno 
in D (medius) ^. L'incontro diventa triplice se si tiene conto 
di saltuari elementi linguistici sabini in forme come Rujus, 
forfex, bos, che con gli f interni o il b- iniziale (al posto 
del normale v-), rispecchiano quella componente sabina 
che ci è nota attraverso la tradizione costituzionale e po- 
litica di Roma'*. 

Si verificano così le condizioni perché si realizzi la se- 
conda fase, la quale alla tendenza unitaria primitiva op- 
pone da una parte in Roma una tendenza uniformatrice 
ma, al di fuori di Roma, un seguito di affermazioni par- 
ticolaristiche. Nel VII secolo si ha a Palestrina, nel cuore 
del Lazio, la Fibula Prenestina che mostra, accanto a ca- 
ratteri latini, la forma fhefhaked per fecit che è di tipo 
osco-umbro e non latino^. Esistono così un Lazio etrusco, 
un Lazio romano, un Lazio osco-umbro. Il monumento 
più autorevole di questa seconda fase è il Cippo del Foro 
romano, in parte rimasto ribelle ai nostri sforzi di inter- 
pretazione *. 

Un fatto politico, la caduta della monarchia, si rivela 
disastroso non solo per la storia politica, economica e cul- 
turale di Roma ma anche per quella linguistica, e deter- 
mina così la terza fase. Il potere dei re si estendeva al 
di là delle frontiere dialettali interne del Lazio e, pro- 
prio per la sua estensione, costituiva un fattore di stabi- 
lità linguistica per la lingua di Roma, che entrava in con- 



' Devoto, Gli antichi Italici, Firenze 1967', p. 66 sgg. 

' F. Stolz - F. Schmalz - M. Leumann - J. B. Hofmann, Latei- 

nische Grammatik, Monaco 1926-1928', p. 132 sgg. 

* Devoto, Storia della lingua di Roma, cit., p. 80 sgg. 

' Corpus Inscriptionum Latinarum V, 3. Cfr. Devoto, La roma- 
nizzazione dell'Italia mediana, cit., p. 288 sg. 

* Devoto, Storia della lingua di Roma, cit., p. 71. 



Lazio 89 

tatto costante con dialetti della regione o con lingue stra- 
niere. Dopo la cacciata dei re, Roma perde autorità fuori del 
suo territorio e il « suo » latino si svolge rapidamente 
per strade sue, che lo diflferenziano dai dialetti del Lazio 
e lo rendono pressoché incomprensibile da una generazione 
all'altra^. La iscrizione del vaso di Dueno, dei primi 
del V secolo, appartiene ancora al latino « incomprensi- 
bile » per noi *. La cosiddetta apofonia latina cambia le 
vocali interne delle parole, e, di fronte a un facio con a 
nella sillaba radicale, si hanno forme di verbi composti 
come confido, confectus ^. L'impotenza politica fa sì che 
un antico territorio latino come la attuale regione pontina 
venga alla metà del v secolo occupato dai volsci e perciò 
passi da territorio latino a territorio linguisticamente um- 
bro. Che i volsci abbiano messo radici è mostrato dalla 
iscrizione della cosiddetta Tabula Veliterna o di Velletri, 
del III secolo a.C, quando Roma già domina su tutta la 
Penisola italiana, e che è scritta in lingua volsca ^°. Il 
latino è cambiato di più fra il 500 a.C. e il 350 a.C. che dal 
350 a.C. al 1000 d.C. Nel vaso di Dueno si legge la parola 
iovesat che nel latino classico diventa iurat per rimanere 
pressoché immutata fino all'italiano giura. Soltanto dopo 
il 338 a.C, con lo scioglimento della lega latina, si hanno 
le condizioni perché il latino di Roma cominci a ricon- 
quistare il territorio che un tempo era stato suo, per poi 
estenderlo in modo ben più decisivo, fino agli estremi 
limiti del mondo occidentale. La latinizzazione « recente » 
e definitiva del Lazio sembra a prima vista non esistere 
come problema, perché « latino » e « Lazio » sembrano 
inscindibili. È stato spiegato sopra perché non è così. 
Mentre la tradizione etrusca non ha lasciato tracce dirette 
nei dialetti del Lazio settentrionale, perché si è estinta 
senza mescolarsi, nel Lazio centrale e meridionale non 
solo la tradizione sabina da una parte ma quella volsca 
dall'altra hanno lasciato tracce profonde e si sono mesco- 
late profondamente con gli elementi romani che espor- 

' Devoto, Storia della lingua di Roma, cit., p. 97 sgg. 

' Corpus Inserì ptionum Latìnarum, I^ 4.. 

' Stolz - Schmalz - Leumann - HoFMA^fN, Lateiniscìie Grammatik, 

p. 80 sgg. 

'" Devoto, Storia della lingua di Roma, cit., p. 77. 



90 / dialetti delle regioni d'Italia 

lavano strutture linguistiche cittadine. Roma stessa poi 
è stata profondamente intluenzata, prima dalle tradizioni 
importate dagli inurbati vicini, poi da quelli meno vicini 
quali gli oriundi della Campania, infine da processi di ri- 
colonizzazione vera e propria come ad esempio quello 
successivo al sacco di Alarico '^ Anche in questo caso il 
grosso dei nuovi abitanti fu di origine meridionale. 

L'opposizione con la Toscana diventa così assai visibile. 
Di fronte a una Toscana appartata che custodisce un la- 
tino « cittadino-di-Roma » nelle migliori condizioni, il La- 
zio si svolge sì in un senso abbastanza unitario, ma paga 
questo vantaggio attraverso lo snaturamento della sua 
tradizione ^^. L'impronta essenziale è data al Lazio dal- 
l'applicazione coerente della metafonia meridionale de- 
terminata dalla presenza delle vocali finali -i, -ù, sia per 
quanto riguarda la dittongazione delle e e delle o aperte, 
sia per quanto riguarda l'oscuramento ulteriore delle E 
chiuse e delle o chiuse ^^. L'energia con cui la metafonia 
agisce è mostrata dal fatto che essa colpisce le vocali 
tanto in sillaba aperta quanto in sillaba chiusa. Tale 
l'esempio classico del singolare dente (con finale in -e), 
di fronte a un plurale dienti (con finale in -i) o di un fem- 
minile vecchia (finale -a) di fronte a un maschile viecchiu 
(finale -u). Questa prima forma di metafonia si trova in 
un testo romanesco del xiv secolo, la Vita di Cola di 
Rienzo ^^•. non in testi più recenti perché Roma, a partire 
dal XV secolo, ha ricominciato a subire influssi toscani, 
intrinsecamente antimetafonetici, quasi stesse elaborando 
un suo volgare illustre ^^. 

L'altra metafonia, quella di e e o chiusi, si rileva dagli 
esempi classici del tipo vidi per « vedi », vinti per « venti », 
vui per « voi », munno per « mondo ». Ma a Roma questa 



" Devoto, Per la storia delle regioni d'Italia, p. 227 sg.; Profdo 

di storia linguistica italiana, Firenze 1964\ p. 14. 

'^ Cfr. Toscana p. 65; e v. l'articolo di C. Merlo lì citato alla nota 3. 

" Merlo, Vicende storiche della lingua di Roma, p. 131 sgg. 

" Merlo, Vicende storiche della lingua di Roma, p. 178 sgg. 

'^ Migliorini, Dialetto e lingua nazionale a Roma, p. 110 sgg. Ora 

vedi anche G. Ernst, Die Toskanisierung des ròmischen Dialekts 

im 15. und 16. Jahrhundert, Tubinga 1970. 



Lazio 91 

è attestata solo dalla Vita di Cola, mentre è precocemente 
scomparsa negli altri testi romaneschi antichi ^^. La dif- 
ferenza tra Roma e il Lazio si accentua poi per quanto 
riguarda la sorte ulteriore delle forme dittongate, le quali, 
in una prima fascia dominata principalmente dai Colli Al- 
bani, si limitano a chiudere la pronuncia delle vocali 
ECO del dittongo, mentre in una fascia più esterna, che 
va da Subiaco a Castro dei Volsci, sopprimono il dit- 
tongo e, tra singolare e plurale, tra femminile e maschile, 
lasciano una differenza solo di apertura: tale dente (con e 
aperta) e denti (con e chiusa), vecchia (con vocale aperta) 
e vecchiu (con vocale chiusa) '^. A queste tre aree (Roma, 
regione albana, regione degli equi e dei volsci) si ag- 
giunge a Castro dei Volsci una ulteriore forma di sviluppo 
metafonetico. comune anche alla regione abruzzese confi- 
nante, per cui anche la a interna, sotto la influenza di una 
-I finale, si cambia in -e: tali gli esempi di singolare 
frate di fronte a un plurale frete, di una forma verbale 
come cliente per « tu canti » '^. Infine ad Arpino, ancora 
più nell'interno e più vicino alla frontiera abruzzese, si ha 
addirittura una forma dittongata da a, in piede « tu par- 
li » ^^. Per quanto riguarda la dittongazione della o aperta, 
è importante ricordare la soluzione dissimetrica di o in uè, 
attestata in testi romaneschi anteriori al xvi secolo, ma 
presente anche nella forma mueccu presso il Belli col 
valore di « baiocco » e tuttora in uso a Terracina ^°. Una 
importante attenuazione delle singolarità dialettali roma- 
nesche è data invece dalla accettazione del tipo fiorentino 
lingua, di fronte a quello normale lengua. 
Per quello che riguarda le consonanti, siamo sempre nel 
quadro dell'Italia centro-meridionale, in cui non sorpren- 
dono i tipi quanno per « quando », annà per « andare » 
(da nd), o gamma « gamba » (da mb); né la diversa arti- 



" Rohlfs I, pp. 127; 153 sg.; Merlo, Vicende storiche della lin- 
gua di Roma, p. 186. 
" Bertoni, p. 135 sg. 

" ViGNOLi, // vernacolo di Castro dei Volsci, p. 126 sg. 
" Bertoni, p. 136 sg. 

^^ Bertoni, p. 136 sg.; Rohlfs I, p. 123. Cfr. anche F. A. Ugolini, 
Contributi allo studio dell'antico romanesco, A. R. 16, 1932, 
p. 40 sgg. 



92 / dialetti delle regioni d'Italia 

colazione della consonante labiale sonora con vocca « boc- 
ca » o vraccio « braccio », né le assimilazioni del tipo di 
callo per « caldo » o, in testi antichi, di Ranallo per « Ri- 
naldo » ^^ Oscillanti sono le soluzioni della l davanti a 
consonante: palatalizzata in antichi testi, per esempio in 
colpo « colpo », molto « molto »; oppure rinforzata in r 
come in sarvo « salvo » o sipurcru « sepolcro » (Velletri) o 
velarizzata in autu « alto » (Subiaco) o in fauce « falce » 
(Sora) 22. Caratteristica infine in certe aree del Lazio è 
la soluzione palatalizzata di lu in ju; così per esempio 
juna « luna » a Cervara ^. 

Nella morfologia sono da ricordare i pronomi personali 
atoni me te, per esempio dimme « dimmi », te dico « ti 
dico » 2''. Nel gerundio le forme in -enno si sovrappon- 
gono anche a quelle che partono da un latino -andò, però 
solo nel territorio estraneo a Roma ^. 

Come abbiamo avuto occasione di rilevare ^^ il Lazio, le- 
gato all'Umbria e alle Marche per tanti caratteri fonetici 
e morfologici, si associa spesso alle regioni vicine per 
fatti lessicali che possiamo definire « centrali ». Ai ter- 
mini già citati a proposito delle Marche e dell'Umbria 
possiamo aggiungere bardasso « ragazzo » ^, cupella « pic- 
colo recipiente » (lat. cupa), vago « chicco, acino » (lat. 
baca), pedalini «calzini», ferraiolo «mantello», zappo 
« montone » ^. Tipico per l'ambiente in cui è nato — il 
ghetto giudeo di Roma — sembra invece sìsema « nervo- 
sismo », di discussa etimologia 2^. Alcune di queste parole 
come pènneca (pennichella) « sonnellino », abbacchio 

" Bertoni, p. 143 sg. 

" Rohlfs I, p. 243. Cfr. Crocioni, // dialetto di Velletri, p. 252; 
Merlo, Fonologia del dialetto di Sora, p. 200 sgg. 
" Merlo, Fonologia del dialetto della Cervara..., p. 71. 
" Rohlfs II, p. 151. 
" Rohlfs II, p. 366 
^« Cfr. Marche p. 77; Umbria p. 86. 
" Il tipo non risulta evidente in AIS carte 45 e 46. 
2' AIS carte 1559, 1570, 1086. 

^ R. Giacomelli, Dialett. gìudaico-romanesco... sisema « nervosi- 
smo, stizza, collera repressa-» A. R. 21, 1937, pp. 347-349; L. Spi- 
tzer. Romanesco sisema « stizza, preoccupazione... » A. R. 22, 1938, 
p. 136. 



Lazio 93 

« agnello » e mena « picchiare » ^ sono ormai entrate 
nel patrimonio linguistico italiano, conservando una forte 
coloritura dialettale, che nel sentimento comune le asso- 
cia alla capitale anche se la loro area è più vasta. Una 
connotazione meno emotiva, puramente folcloristica, si 
ha invece in ciocia, che designa il tipico calzare dei pa- 
stori del Lazio -^'. Però, nonostante la ricchezza del voca- 
bolario romanesco, plebeo e fortemente espressivo — min 
c'è una lingua come la romana / pe' di' le cose con tanto 
divario / che pare un magazzino de dogana ^^ — è piut- 
tosto la zona appenninica a offrirci una serie interessante 
di termini come morgio « sasso » o turturu « bastone », 
come meddemà e messera « stamani » e « stasera » o 
prisdema « dopodomani »; e soprattutto preziosi relitti di 
forme latine scarsamente rappresentate nelle lingue ro- 
manze, come cetto « presto » (lat. cito) e pete « chiedere » 
(lat. petere) ^^ 

In complesso la tradizione dialettale nel Lazio è stata 
dunque esposta più che quella di altre regioni a influenze 
vicine e lontane. Un che di squilibrato ha sempre accom- 
pagnato più propriamente il romanesco. Questa irrego- 
larità può avere contribuito a impressionare sfavorevol- 
mente Dante, quando passava in rivista i volgari italiani 
in vista del suo ideale di definire un volgare illustre. 
Il giudizio di Dante ^'' è durissimo, perché ai suoi occhi 
il volgare di Roma non merita nemmeno di essere consi- 
derato un dialetto, la sua natura essendo piuttosto quella 
di un « tristiloquio ». È certo che l'influenza della Corte 
dei papi medicei, a partire dal xvi secolo, ha contribuito 
ad attenuare le punte più vistose, anche nel parlato. 

Dal volume di G. Papanti ^^ citiamo qui alcuni campioni di 

dialetti laziali: 

Da San Lorenzo Nuovo {Viterbo): Avete dunque da 

^ AIS carte 1071 e 729. 

" G. Alessio, Ciocia, L. N. 10, 1949. p. 17. 

'^ G. Belli, Sonetti, nro 617, w. 9-11. 

" G. Rohlfs, Die Oiieìlen des unteritalienischen Wortschatzes, Z. 

R. Ph. 46, 1926, p. 164. 

'* De vulgari eloquentia I, 11, 2; cfr. ViDOSSi, L'Italia dialettale 

fino a Dante, p. XLIX sg. 



94 / dialetti delle regioni d'Italia 

sape, che nelle tempe der primo Rè de Cipro, doppo che 
Goffredo de Bujone vense la Terra Santa, fu che una 
donna perbene della Guascogna agnede 'n pellegrinag- 
gio al Siporcro; nerrivinì qua, quanno fu rivata 'n Cipro, 
certe birbaccione, da quelle che adèrano, si misono a 'nsur- 
talla. (A cura di Aurelio Aurelj). 

Da Rieti: Ico dunqua che a lu tempu de lu primu Re 
e Cipru, doppo de aè fattu lu acquistu e Tera Santa 
Goffridu e Bujone, se 'ncuntróne che 'na signora e Guasco- 
gna jè 'n pellegrinaju a lu Sepurcru, e quanno se ne reenne, 
jonta 'n Cipru, da certi ommeni birbuni receè illanie e 
ispetti. 

Da Formia {Latina)'. 'Nsomma i vado condicenne, ch'agli 
tiempe de gliu primu Re de Cipre, quanno Gotafrede de 
Buglione aveva già pigliate Gerusalemme colla Terra San- 
ta, arrivai chistu fatto. 'Na bona e bella segnora de Gua- 
scogne se ne jette 'mpellegrinagge agliu Sante Sepolcre 
de Criste, e mentre se ne tornava a la casa soja, quanno 
fuie arrivate a Cipre, ricevette 'nu gruosso affrunte da cert' 
uomene scellerate. (A cura di Giovanni Sorreca). 
Dalla Campagna Romana: 'Na vota, quanno Cutifré de 
Bugliono s'eva empussessato de la Tera Santa, e a 'no 
palese chiamatu Cipria rignava gli primu Princepe, 'na 
signóra de bona nascita de Guascogna, vozze ì a visita 
gli Santu Sebolucro. Se metti an miaggio e cammina 
cammina, va an Geisalemmo. Doppo visto chello che gli 
antressava co la pace séa se remettì per la via ch'era 
fatta e arriva a Cipria, quann'éccote certi malannaci senza 
niciuna crianza l'afferrarno e gli fraudarno la bona 'nfama. 
(A cura di Andrea Vitali). 

Terminiamo questa volta con una strofa tratta da un'opera 
recentissima. La pastasciutta di Aldo Fabrizi ^, il quale dà 
consigli alle giovani spose: 

Si nun volete più che lo sposetto 
se squaji co' na scusa, doppo cena, 
empiteje la panza, a panza piena 
vie solo voja de ficcasse a letto. 

^ / parlari italiani in Certaldo, pp. 403 sg.; 537; 471 sg.; 401 sg. 

401 sg. 

** A. Fabrizi, La pastasciutta. Verona 1970, p. 40. 



ABRUZZO - MOLISE 



L'avvicinamento al mondo linguistico romano si è realiz- 
zato in modo assai diverso nell'Abruzzo, di tradizione 
sabellica, e nel Molise, di tradizione sannitica. L'Abruzzo, 
lungo l'asse di quella che è stata poi la via Claudia Va- 
leria, è stato in prima linea zona di transito verso la 
Puglia ^ presupposta, più ancora che documentata, dalla 
fondazione, intorno al 315 a.C, della colonia di Lucerà, 
subito al di là della frontiera sud-orientale del Molise; 
direttamente la colonizzazione è attestata dalle due co- 
lonie di Carseóli (oggi Carsòli) all'estremo limite occiden- 
tale dell'Abruzzo, sull'attuale via da Roma a Pescara, e 
di Alba Fucente nel bacino del Fucino, fra gli anni 303 
e 298 a.C. Nel primo decennio del in secolo l'accerchia- 
mento culturale si accentua con la conquista di Amiterno 
a settentrione dell'Aquila. Ad essa corrisponde, nel 291, 
la fondazione della colonia di Venosa in Puglia che 
accresce ancora la funzione dell'Abruzzo come via di tran- 
sito, mentre nel 289 si ha la colonia di Atri sulla fron- 
tiera settentrionale verso il Piceno ^. Nel Sannio, invece, 
le affermazioni romane tardano; solo nel 272 si hanno 
le annessioni dei territori intorno ad Alfedena (oggi ai 
limiti meridionali della provincia dell'Aquila) e nel 263 
la colonia di Isernia ^ Il Molise non funge mai da tran- 
sito per l'influenza romana verso la Puglia se non nella 
striscia costiera adriatica. Non solo l'Abruzzo sabellico 
è pronto a mescolarsi linguisticamente e culturalmente con 
i romani, mentre il Molise sannita resiste; anche le tra- 
dizioni linguistiche delle due regioni sono di natura di- 
versa. Sono varie, particolaristiche, campanilistiche nel- 
l'Abruzzo, che conserva differenze ancora visibili in età ro- 

' Pais, Storia interna di Roma, cit., p. 147 sgg. 

^ Beloch, Ròmische Geschichte, cit., pp. 422; 550 sgg.; 596 sg. 

' Beloch, Ròmische Geschichte, cit., pp. 472, 539. 



96 / dialetti delle regioni d'Italia 

mana tra i dialetti sabellici, marsi, peligni, marrucini, vesti- 
rli '*. Unitaria è la tradizione linguistica nel Molise, ivi com- 
preso il territorio dei Freniani (corrispondente alla parte 
meridionale della provincia di Chieti): essa si estende, nel- 
la forma di una lingua letteraria superiore ai dialetti locali, 
fino alle odierne regioni della Campania, Lucania, Cala- 
bria. In questo, le tradizioni linguistiche sono lo specchio 
fedele di atteggiamenti politici: il particolarismo lingui- 
stico abruzzese-sabellico rispecchia la scarsa capacità or- 
ganizzativa e la non volontà o l'incapacità a reggere di 
fronte ai romani; l'organicità linguistica osco-sannitica ri- 
specchia la organicità della federazione sannitica, il vivo 
senso nazionale, la volontà e capacità di resistenza ri- 
spetto a Roma. 

Una volta che, con la guerra sociale e il conferimento 
del diritto di cittadinanza alle due regioni, il latino diventa 
lingua d'uso per tutti, gli echi di queste difìerenze origi- 
narie di ambiente vengono meno. Il latino abruzzese- 
molisano diventa un caso particolare del grande gruppo 
centro-meridionale, compreso fra l'Esino, il Tevere e il 
mar d'Africa. Nell'ambito di questo grande gruppo esso 
gravita, però, piuttosto verso il tipo campano che verso 
quello (di estrazione umbro-sabina) laziale-umbro-marchi- 
giano; giustificando così l'immagine di un latino sannitico 
che dal Molise sannita si è esteso verso settentrione nel 
territorio sabellico. 

Tuttavia l'impronta dialettale definitiva viene, anziché da 
questi antefatti lontani, da vicende medievali, per le quali 
la grande via da Nord a Sud, lungo la valle dell'Aterno 
e l'altopiano delle Cinquemiglia, prevale su quella tra- 
sversale, corrispondente all'antica via romana, la Claudia 
Valeria. L'impronta linguistica così ricevuta conduce per- 
ciò a una contrapposizione non più fra Abruzzo e Molise 
ma fra il territorio aquilano, aperto verso la Sabina e cioè 
verso il Lazio nord-orientale e l'Umbria (e corrispondente 
a meno della metà settentrionale della odierna provincia 
dell'Aquila), e tutto il resto ^ Volendo usare una termi- 



^ Devoto, Gli antichi Italici, cit., p. 109 sgg. 

' GiAMMARCO, Grammatica delle parlate d'Abruzzo e Molise, 

(= GlAMMARCO), p. 10 Sgg. 



Abruzzo-Molise 97 

nologia antica, la contrapposizione avviene fra un aquilano 
« sabino » e un abruzzese-molisano « sannita ». La fron- 
tiera meridionale media del tipo aquilano nella valle del- 
l'Aterno corrisponde ai centri odierni di Paganica e Castel 
del Monte. Non è detto che sia stato così per tutti i fe- 
nomeni né in tutti i tempi, né che nel Medioevo non si 
siano avute punte « sannitiche » anche a settentrione e a 
occidente di questa linea. 

Nell'area aquilano-sabina, a differenza di tutto il restante 
territorio, le vocali finali sono pronunciate chiare, distin- 
guendo la serie di lenona, carezza, vecchia da auelle di 
scurii, romanu e di amore, dolore^. Solo qualche irre- 
golarità come lupe per « lupo » o jume per « fumo » 
fa pensare che un tempo la pronuncia abruzzese-moli- 
sana dell'unica vocale indistinta (e) avesse raggiunto con 
qualche elemento di punta il territorio aquilano. In tutto 
il restante territorio, così in anello costiero come in quello 
interno, a partire da anello di Sulmona, la pronuncia della 
vocale indistinta è generalizzata '^. 

Per quanto riguarda la metafonia. il territorio aquilano 
la conosce, come anello attiguo laziale-umbro-marchigiano; 
ma. per quanto riguarda la vocale a, ignora l'azione me- 
tafonetica che invece si fa sentire in tutto il restante terri- 
torio abruzzese-molisano. Tipi di plurali aauilano-sabini 
come cani, cavalli, mani, frati, senza metafonia e con la 
chiara pronuncia delle vocali finali, si oppongono vio- 
lentemente ai tipi abruzzesi e molisani (o sabello-sanni- 
tici) con la k interna metafonizzata e le vocali finali oscu- 
rate: tali chené « cani », frefe « frati », mene « mani » a 
Chieti. Guardiagrele, Orsogna. Vasto, o addirittura mine, 
frite per « mani » « frati » nel territorio di Teramo *. In 
particolare a Bellante (Teramo) esempi come chin « cani », 
ghill « galli », ip « api », ghitt « gatti » mostrano contem- 
poraneamente e la caduta totale della vocale finale e la ^ 
violenta deformazione della a interna, che arriva a con- 



' Rohlfs I, p. 185. 

' GlAMMARCO, p. 40 Sgg. 

* Bertoni, p. 162; Giammarco, pp. 15; 32 sg.; 73. 



98 / dialetti delle regioni d'Italia 

fondersi con il risultato delle antiche e aperte come ad 
esempio in pit « piedi » '. 

Analogamente l'area aquilana ignora la dittongazione delle 
antiche i e u lunghe latine, variamente alterate nel resto 
del territorio abruzzese-molisano, rispetto al quale l'aqui- 
lano serba così un certo carattere di composta toscanità. 
Sempre d'accordo con l'area laziale-umbro-marchigiana va 
l'area aquilana in quanto conserva la distinzione fra la 
sorte di -o e di -u in posizione finale come in otto, quanno, 
omo che, contrariamente a quanto avviene da una parte 
in Toscana e dall'altra nel resto delle regioni meridio- 
nali, si distinguono da ovu, cantii, durmitii ecc. ^°. Final- 
mente l'articolo si presenta nella valle dell'Aterno nella 
forma ju al singolare maschile, // al plurale maschile, 
ma lo al neutro, distinguendosi dal resto del territorio 
abiTJZzese-molisano '^ Già nell'antico aquilano, quando si 
aveva ancora la forma non palatalizzata lu (invece di /«), 
si distinguevano i neutri (collettivi) lo male, lo chiaro 
dai maschili del tipo lu patre '^. 

Staccato dal territorio aquilano-sabino, il resto del terri- 
torio abruzzese-molisano distingue le seguenti aree: una 
costiera fra Chieti e Teramo, una interna dall'Aterno al 
Sangro, una terza della Maiella, che si estende sulle sue 
falde orientali fino a San Vito, Guardiagrele, Vasto, e com- 
prende tutto il Molise. Per quanto riguarda i caratteri 
generali che si oppongono al tipo aquilano-sabino, l'inde- 
bolimento generale della vocale finale subisce una restri- 
zione nel caso di uno stretto legame sintattico. Questo de- 
termina una specie di unità di accento a vantaggio della 
seconda parola o, in termini tecnici, un fatto di proclisia ^^: 
coppie come « una bella donna » o « una bella luce » 
appaiono nella forma na bbellA femmené oppure na fem- 
menA bbellè, rispettivamente na bbellA lucè o na luciA 
bbellè, come di fronte a un'unica parola. 



' Rohlfs I, p. 44 sg.; Giammarco, Situazione linguistica dell'Abruz- 
zo e del Molise, p. 120. 
'" Cfr. Marche p. 76; Umbria p. 81 sgg. 
" Cfr. Umbria p. 85; Campania p. 116; Basilicata p. 132. 
'^ E. Monaci, Crestomazia italiana dei primi secoli. Città di Castello 
1912, p. 595. 
" Giammarco, p. 45. 



Abruzzo-Molise 99 

Nel quadro del grande procedimento della metafonia, 
l 'Abruzzo-Molise estra-aquilano, oltre alla caratteristica ge- 
nerale di colpire anche la vocale a e a quella, di carattere 
settentrionale, di distinguere l'influenza dalla -i finale da 
quella della -ù finale ^^, presenta queste varietà: a) un 
tipo settentrionale che non conduce alla dittongazione delle 
E e o aperte; b) un tipo abruzzese meridionale e molisano 
che introduce la dittongazione metafonica fino a lÉ uó 
con la pronuncia chiusa del secondo elemento. 
Nel settore settentrionale, il processo metafonetico (al di 
fuori della a di cui si è parlato sopra) mostra l'azione 
della -i finale sulle vocali interne eco chiuse latine, se- 
condo la formula classica per cui i plurali di « mese » 
« piede » sono a Teramo come a Lanciano mise, pire, 
e quelli di « gioco » e « bove » sono juchè, vuvè ^^. Vice- 
versa il fatto caratteristico è, sul piano negativo, l'as- 
senza della dittongazione nello svolgimento delle vocali 
E e o aperte originarie; sul piano positivo, caratteristica 
si presenta l'affermazione della differenza fra sillaba li- 
bera e complicata a danno di quella fra e aperta e chiusa, 
fra o aperta e chiusa '^. 

In conseguenza della comune posizione in sillaba libera 
non c'è più differenza fra le e di mese, nere, rete, risalenti 
a una e chiusa latino-volgare e quella di maceria a Chieti, 
proveniente da una e aperta. In conseguenza della posizio- 
ne in sillaba chiusa non c'è più differenza fra la É di serva 
« selva », péggé, méjjé, tétte « tetto » di Lanciano, risa- 
lenti a E chiusa latina, e le É di vécchjè, spécchjé, 
férrè « ferro » di Lanciano e Teramo, risalenti a E aperte 
latine. In conseguenza della comune posizione in sillaba 
libera non c'è differenza fra le forme con vocale aperta ò 
di Introdacqua ròte, bbòvè, sòcerè da una o aperta la- 
tina '^, e quelle di Teramo e Chieti crocè, flòre che con- 
tinuano invece una o chiusa. E finalmente non c'è diffe- 
renza, a Lanciano, a causa della comune posizione in sil- 
laba chiusa, nella serie di o chiuse, che continuano o chiuse 
latine in pèndè, fónde, e o aperte latine in ójjè, fójjè. 

'* GiAMMARCO, pp. 32 sg.; 73 sgg. 

'' Savini, La grammatica e il lessico del dialetto teramano, p. 57. 

'* GiAMMARCO, p. 38 sgg. 

'■^ GiAMMARCO, p. 40. 



100 / dialetti delle regioni d'Italia 

Il tratto caratteristico della seconda zona è la presenza 
della dittongazione, la quale appare di solito nei tipi ié 
uó, con la seconda vocale di pronuncia chiusa (raramente 
ìe, ùo) '*. Conseguenza di questa presenza del dittongo 
nell'ultima zona è il minor peso della differenza fra sil- 
laba aperta e chiusa: tali le dittongazioni a Introdacqua 
al principio del territorio meridionale, in cui si hanno 
le serie miédeché, piede, siérè « siero » in sillaba aperta 
con la stessa risoluzione di viécchjé, ciérvè, piéttè « petto » 
in sillaba chiusa '^. 

Nonostante la vistosità della azione metafonetica, il ca- 
rattere principale dei dialetti abruzzesi è il caotico svi- 
luppo vocalico che si presenta in tre fasi. La prima fase 
è quella della alterazione palatale della a, ora lim^itata come 
a Scanno dalla presenza di una articolazione consonantica 
palatale vicina, per cui si ha magne « mangiare » ma 
chiama « chiamare »; ora come a Bucchianico dove il 
fattore metafonetico esercita una azione protettiva: quan- 
do la finale è diversa da A, si ha il passaggio di a in a 
per esempio male « male »; m.a quando la finale era in 
origine -a, anche l'interna si salva: strade. Risulta da 
questo che si tratta di fatti anteriori alla diffusione della 
metafonia ^°. 

La seconda fase si svolge senza un legame con la meta- 
fonia, e può essere contemporanea o anche posteriore. 
Ogni centro abruzzese-molisano sarebbe istruttivo. Scelgo 
qui Agnone, con i forti frangimenti delle vocali, che mo- 
stra ad esempio, da e aperta latina, poidé « piede », moilè 
« miele »; da e chiusa latina ciairè « cera », ciaìné « ce- 
nere », craitè « creta », maisé « mese »; da o aperta la- 
tina leuchè « luogo », seunè « suono », cheiisè « cosa »; 
da o chiusa latina craiicé « croce », fiauré « fiore », craunè 
« corona » ^^ 

La terza fase è rappresentata da frangimenti vistosi che 
sono sicuramente posteriori alla metafonia: a Vasto amei- 
chè « amico » mostra ei da i chiusa latina come ceicè 



" ZiccARDi, // dialetto d'Agnone, p. 410 sgg. Cfr. Devoto, L'Italia 
dialettale, p. 102 sgg. 
" GlAMMARCO, p. 39. 

'" Bertoni, p. 159 sg.; Rohlfs I, 14. 

^' ZiccARDi, // dialetto d'Agnone, pp. 409 sg.; 412 sg. 



Abruzzo-Molise 101 

« ceci » mostra ei da una i mctafonetica abruzzese; miurè 
« muro » mostra lu da u chiusa latina come fiurè « fiori » 
da u metafonetico abruzzese (lat. flores). Agnone si trova 
su questo stesso piano con le serie di faroiné « farina », 
proimè « primo » da i chiusa, come di liup'é « lupo », ve- 
niutè « venuto » da u chiusa ^. Uno svolgimento del tutto 
particolare è infine la influenza di una vocale u sulla vo- 
cale di parola seguente: così a Vasto cheurè « cuore » 
ma lu cueurè, mele « miele » ma lu muelè, e in territori 
adiacenti cane ma lu quanè, cafauné « cafone » ma lu 
quafaunè ^. 

I problemi delle consonanti sono meno interessanti di quel- 
li delle vocali. Le consonanti sonore sono al centro del- 
l'interesse per la loro doppia vicenda, volta ora al raffor- 
zamento ora alla lenizione; di fronte a un tipo bbarbè si 
ha quello varvè, invece del latino-italiano barba ^'^. Per 
la consonante dentale abbiamo a Campobasso il passaggio 
a liquida, noto nel napoletano: tali i casi di ricere « dire », 
rà « dare », chiure « chiudere », care « cadere », vere « ve- 
dere ». Di fronte a questi, i passaggi a sorda di ritè « ride », 
nule « nudo » ^. Per la gutturale si hanno le alterazioni 
di vanne per « gonna » a Introdacqua (Sulmona), la ri- 
duzione parziale di g- a h- a Sulmona in halle, halliné 
per « gallo », « gallina », infine la lenizione totale, sempre 
a Introdacqua, di ut è nel caso di « gota » ^. 
Per le consonanti in gruppo non occorre soffermarsi su 
quelle che rientrano in un trattamento reperibile in tutte 
le regioni del Mezzogiorno, come quannè per « quando », 
manna per « mandare » o prenne per « prendere », che 
mostrano il tradizionale trattamento umbro-sannitico ". 
Parallelo a questo è il trattamento di MB, Mv che diventano 
MM, per esempio cummattè « combattere »; oppure di NT 
che passa a nd, per esempio monde, pendè, cendè, « monte », 



" Battisti, Lo studio del dialetto di Vasto..., p. 8; Ziccardi, // 
dialetto d'Agnone, pp. 408; 412. Cfr. anche Puglia p. 122. 
" GlAMMARCO, p. 38 

" Gtammarco, p. 40 sg. 

" D'Ovidio, // dialetto di Campobasso, p. 175 sg.; Giammarco, 

p. 47 sg. 

" Giammarco, p. 49 sg. 

" Cfr. Marche p. 75; Umbria p. 82; Lazio p. 91. 



102 I dialetti delle regioni d'Italia 

« ponte », « cento ». Così vengé « vincere », con ng' da 
NC'; tembè « tempo » con mb da mp. Su questa scia si han- 
no i trattamenti geograficamente più limitati di calle « cal- 
do » a Chieti, con assimilazione totale, e le lenizioni par- 
ziali di foldè « folto », aldè « alto », ngoldè « incolto » a 
Lanciano e Agnone^. 

Il fatto più caratteristico è dato invece dalla conserva- 
zione dei gruppi di consonante più l, che, in una zona ab- 
bastanza vasta dell'abruzzese orientale, si conservano im- 
muni dalla palatalizzazione sia meridionale {chiù « più »), 
sia centrale (più), sia ligure {ciii), con corrispondenze 
puramente casuali con i tipi francesi e ladini. Così ab- 
biamo ad Atri piane « piano », plandinè « piantina », 
plecà « piegare »; a Penne fleumè « fiume »; a Teramo 
piazze; a Falena piòvere « piovere » ^. Accanto a questa 
conseiTazione caratteristica, che non trova spiegazione se 
non nell'isolamento dell'Abruzzo orientale rispetto alle cor- 
renti napoletane e laziali, si ha addirittura il rafforza- 
mento attraverso la sostituzione della l con la r, che 
è noto anche in un'altra regione appartata, la Sardegna^: 
tale il caso di Lanciano che allinea la serie di jrumè, 
jrammè per « fiume », « fiamma ». 

Nell'ambito della morfologia, il problema più impor- 
tante è quello del neutro, rispetto al quale la ripar- 
tizione dialettale è diversa dai tipi incontrati sinora. 
Il neutro manca nella fascia adriatica che comprende, da 
nord a sud, il teramano, il pescarese, il chietino, il lan- 
cianese, il vastese. La fascia interna lo mantiene colle- 
gando il Molise, attraverso il Fucino e la conca di Sulmona, 
con l'Aquilano. Si distingue solo dal tipo dell'aquilano, 
perché quest'ultimo ha l'articolo neutro di forma lo, men- 
tre il molisano ha rhe, le, e la zona intermedia le^^. Ancora 
una volta, un fatto circoscritto di alta conservazione si 
trova all'interno della regione, per esempio ad Anversa 
e a Pescasseroli, in cui si ha traccia di un articolo deri- 

" GiAMMARCO, pp. 63 sg.; 59. 

^ GiAMMARCO, p. 60 Sgg. 

^o Cfr. Sardegna p. 160. 

" GiAMMARCO, p. 79; cfr. anche Situazione linguistica dell'Abruzzo 

e del Molise, p. 125. 



Abruzzo-Molise 103 

vato dal latino ipse, come in Sardegna, anziché da ille 
come nel resto dell'Abruzzo e d'Italia ^^. 
Per quanto riguarda la declinazione, è inutile insistere 
sul fatto del monopolio dei segnali del plurale affidato 
alla metafonia. Resti particolarmente vistosi di declina- 
zione tradizionale sono gli esempi di Agnone delle coppie 
seguenti: èiimé «uomo», iiómenè «uomini»; seurè «so- 
rella », surìurè « sorelle ». In generale, nel territorio abruz- 
zese-meridionale e molisano, hanno avuto particolare for- 
tuna i plurali neutri in -ora, quali appaiono nelle forme 
tettare « tetti », pràtéré « prati » e dètèrè « dita » ^^. 
Per quanto riguarda il verbo, emerge, sempre per ragioni ^ 
metafonetiche, la singolarità della seconda persona singo- 
lare del presente indicativo, sia nella forma aquilana a 
finali chiare peso, pisi, pesa, sìa in quella abruzzese-moli- 
sana a vocali oscurate pese, pisè, pese (da « pesare »); 
dormo, durmi, dorme nell'Aquilano e rispettivamente dor- 
me, durmè, dorme nella zona costiera e dorme, duormè, 
dorme nell'abruzzese della Maiella e nel molisano ^. Così 
in altri tempi del verbo. Per quanto riguarda il condizio- 
nale, sono importanti le tracce di una formazione fon- 
data sul piuccheperfetto latino anziché sulla associazione 
dell'infinito latino col perfetto come in toscano o con 
l'imperfetto come in gran parte del mezzogiorno^^; tali 
le forme di Agnone putoirè « potrei », « potrebbe » o di 
Introdacqua facerenè « farebbero ». Caratteri importanti 
dell'abruzzese settentrionale sono l'uso della terza per- 
sona singolare per il plurale, e, negli stessi limiti, il co- 
strutto impersonale n'ome dice per « si dice » che cor- 
risponde però a una forma latina homo dicit^^. Sono da 
aggiungere i costrutti con il pronome personale enclitico 



" Si tratta dì una questione controversa: 11 Giammarco, pp. 54, 78, 
interpreta il su di Scanno come una forma palatalizzata di lu. Cfr. 
anche Merlo, Appunti sul dialetto di Scanno, p. 417 sg.; e V. Pi- 
sani, Continuatori italiani di ipse, Paideia 8, 1953, pp. 361-364. 
" Bertoni, p. 157 sgg.; Rohlfs II, p. 39 sgg.; Giammarco, p. 76. 
Cfr. Puglia p. 125; Basilicata p. 132. 
^* Giammarco, p. 96 sgg. 

" Rohlfs II, p. 347 sgg.; Giammarco, p. 105. V. più avanti Cam- 
pania p. 116; Calabria p. 139; Sicilia p. 145 sg. 
" Bertoni, p. 188 sgg. Cfr. Marche p. 77. 



104 / dialetti delle regioni d'Italia 

secondo i tipi fraterne, sòremè, pàtrefè, màtretè « mio fra- 
tello », « mia sorella », « tuo padre », « tua madre » ^'. 

Come tutte le regioni montuose l'Abruzzo conserva sui 
rilievi e nelle vallate particolarismi lessicali di notevole 
interesse: così cìerre « pelo » a Introdacqua, bbarà « or- 
cio da acqua » a S. Omero, destinné « lontano » (avv.) a 
Celano. Si hanno naturalmente casi di parole di ambito 
più vasto, riscontrabili in diverse località: così ciavarra 
« pecora giovane », descenza « malanno », attummà 
« riempire », boffa « ciuffo d'erba ». Ma, come era da 
aspettarsi, parole « regionali » in una regione così poco 
unitaria sembrano piuttosto rare. Tra gli abruzzesismi che 
tendono a penetrare nell'italiano regionale sono da notare 
ventarla « 20 anni », rèlla « stalluccio per maiali », lustrerà 
« luce diffusa », celiare « cantina » (dal lat. cellarìum: 
cfr. ted. Keller) ^. 

L'AIS ci documenta invece contatti con le Marche meri- 
dionali per pone' « tegolo », streccia « pettine » e cima 
« cresta »; con la zona pugliese e campana per il molisano 
zurru «becco»; ci mostra un interessante confine all'in- 
terno della regione tra il tipo italiano settentrionale e 
centrale comprare e il tipo meridionale (e nord-occidenta- 
le) ACCATTARE 3^. 

In cuturnè « calzino, stivaletto » si coglie un notevole 
fenomeno conservativo nei confronti di una parola la- 
tina, che in italiano è solo della lingua aulica o tecnica; 
curcè « capro » ''^ e escupinè « cornamusa » ^^ sono invece 
di etimologia oscura. 

Fatti lessicali interessanti, di diffusione generalmente me- 
ridionale, si notano nell'ambito delle forme del suolo ''^; 
spiccano tra questi il tipo pentima, frequente anche in Sar- 

" Sul possessivo enclitico, diffuso in gran parte dell'Italia meridio- 
nale e non in Sicilia, cfr. Franceschi, Postille alla Historische 
Grammaiik, di G. Rohlfs, p. 154. 
" GlAMMARCO, p. 156. 
" AIS carte 865, 673, 1127, 1080, 822. 

"" H. ScHUCHARDT, Abruzz. curce u.s.w., Z.R.Ph. 29, 1905, pp. 449- 
450. 

^' Per la questione cfr. L. Spitzer in Z.R.Ph. 46, 1926, pp. 764-765. 
■•^ E. GlAMMARCO, Lessico dei termini geografici dialettali del- 
l'Abruzzo e del Molise, Roma 1960. 



Abruzzo-Molise 105 

degna ^^, e soprattutto il tipo pesco, peschio « macigno » 
(ma pese' è comune in Abruzzo anche come « chiavi- 
stello » ^) che caratterizza particolarmente la toponoma- 
stica (cfr. Peseomaggiore, prov. dell'Aquila; Peseolancìano 
prov. di Isernia) ''^. 

Ricordiamo infine la « squisita » denominazione *^ della far- 
falla (più precisamente della farfalla della seta) che è in 
alcuni paesi eellette, con una trasposizione dal più co- 
mune significato di « uccellino », indicativa della ricchezza 
e della fantasia che si riscontra comunemente — al di 
fuori di ogni schematizzazione — nelle parlate popolari. 

Ecco alcuni esempi di testi dialettali dal volume del Ra- 
panti ''■': 

Dall'Aquila: Ghi dunque ico che a tempu degliu primu 
Re de Cipru, doppo che Cutifrè de Buglione se pigliò 
la Terra Santa, successe che 'na bella signora de Guasco- 
gna jette in pillicrinaggiu agliu Santu Seppulcru, da doe 
revenenno, come arriò a Cipru, certi birbuni la 'njuriettero 
co male parole. (A cura di Giulio Dragonetti). 
Da Castelli (Teramo) : Secche dóunq, te vùojie arcuntà 
ch'alli tiemp de lu preme Ró de Céprie, poch' dapù che 
s'avije pijete la Terrasànt' Huffréde de Bujiòne, ce fu 
'na signor' de la Huascàugn' che jò a lu Seppóulcr' 'mpelle- 
grenàgg, e all'armene', quand'arrevòse a Céprie, cierti bir- 
béune la maltrattóse. (A cura di Giovanni Barnabei). 
Da Bucchianico (Chieti) : Dunche deiche, che quénne era 
veive lu preime Rraje di Cipre, dapù che Guffraide Bu- 
gliaune caccese li Turche da la Terra Sente, 'na signéura 
grénne di Vascogne jese 'mpilligrinégge a lu Suppulcre, 
e mentre arveneve, ionte a Cipre, fu 'nsultate da certe 
scillarite. (A cura di Leonardo de Leonardis). 
Da Agnone (Campobasso) : Ecche equa. A rre tiempe de 
ru proime Rre de Cipre, doppe r' acquishte, che ffaccette 



" Rohlfs, Die Quellen des italienischen Wortschatzes, cit., p. 163. 
" AIS carta 885. 

*' C. Battisti, // tipo « Pescopagano » nella toponomastica del- 
l'Italia centro-meridionale e il nome di « Paestum », I.D. 24, 1961, 
pp. 134-156. 
** Bertoni, p. 52. 
" I parlari italiani in Certaldo, pp. 64 sg.; 59 sg.; 52 sg.; 303 sg. 



106 / dialetti delle regioni d'Italia 

de Ggerusalemme Guffroide de Bbuglieune, succedette 
ca na segneura de Guascogna, ch'oiva jeuta pe ppellegroina 
a ru Sante Sepulcre, aU'armenoje, quand' arrevette a Cipre, 
fo da cierte scelleriete d'uommene maltrattàda de na 
bbrutta manoira. (A cura di Vincenzo Labanca). 
Meritano inoltre di essere citati due esempi di canti po- 
polari da Gessopalena e da Bagnoli del Trigno ^: 

Sone chetarna nu', fa bbona voce. 
Le corde d'ore te vuojje cumbrà 
Le corde d'ore, e le taste d'argende 
'na penna de pahone pe' ssunà. 

Bbella, chell'altra notte te 'nzunnaje (ti sognai) 
pare (pareva) ch'a lu mie late te teneve. 
Me revutaje, ia non fu le vere! 
Pianze 'na nott'e 'na ggiurnata 'ndiere. 



** P. P. Pasolini, La poesia popolare italiana, cit., pp. 145; 149. 



CAMPANIA 



Se la nozione di « area dialettale campana » come è oggi 
costituita tende piuttosto ad armonizzarsi con le regioni 
vicine, la Campania ha invece un rilievo unico nella 
storia del passaggio dal latino volgare all'italiano. Fu nel 
territorio campano che, prima ancora dell'inserimento nel 
mondo culturale e linguistico romano, si ebbero i primi 
spunti per un arricchimento del sistema delle vocali, come 
mostra un segno speciale nell'alfabeto, che gli Oschi ave- 
vano preso dagli Etruschi: questo segno lo arricchiva di 
una / aperta, già vicina alla nostra e stretta '. E fu attra- 
verso il territorio campano che, durante l'età imperiale, 
si diffusero i nuovi tipi vocalici verso la Sicilia per 
via di mare, verso la Puglia attraverso la via Appia, e, 
in minori proporzioni, in direzione della Calabria. Le 
novità romane di lontana ispirazione osco-sannitica e resti 
osco-sannitici sopravviventi si sono incrociati sul suolo 
campano attraverso un procedimento che rimase, in Ita- 
lia, unico. 

E difatti la colonizzazione romana fu intensa a partire 
dal II secolo con la fondazione delle colonie di Volturno, 
Literno, Pozzuoli, più giù di Salerno 2, così come precoce 
era stato il prestigio romano; al quale i campani fecero 
ricorso, appena passata la metà del iv secolo, per difen- 
dersi dalle pressioni rinnovate dei sanniti dai monti. Ma, 
se anche la colonizzazione si intensificò nel i secolo con 
Cesare, Antonio e Ottaviano, aggiungendosi agli effetti 
del conferimento della cittadinanza e all'abbandono della 
lingua osca come lingua ufficiale, pure la reazione dell'am- 
biente tradizionale fu intensa e, all'opposto di quanto av- 
venne in Etruria, il latino fu pronunciato secondo carat- 



' Devoto, Gli antichi Italici, cit., p. 135 sg. 

^ Beloch, Romische Geschichte, cit., pp. 537 sgg.; 548 sg.; 585 sgg. 



108 / dialetti delle regioni d'Italia 

teri, tendenze e tradizioni locali. Questo fu favorito dalla 
politica del senato romano, avversa a qualsiasi imposi- 
zione linguistica. Livio ^ racconta anzi che nel 180 a.C. 
una delegazione cumana si recò a chiedere l'autorizza- 
zione del senato per usare la lingua latina come lingua 
ufficiale nel mercato. Con questa politica linguistica li- 
berale si rimovevano gli ostacoli psicologici fra le due lin- 
gue e si favorivano la diffusione del latino e la spontaneità 
disinvolta della sua pronuncia. 

Gli spunti di alterazione introdotti nella pronuncia delle 
vocali latine, diffusi fino a Roma attraverso il costante 
apporto demografico della Campania, cominciano con le 
vocali introdotte nell'alfabeto etrusco, la i aperta e la u 
aperta. Mentre questa seconda finisce per sostituire sem- 
plicemente la o, caduta in disuso nell'alfabeto etrusco, 
l'introduzione di una vocale intermedia fra la e e la i 
ha per risultato: a) che di fronte al sistema latino di cin- 
que vocali, il sistema campano ne ha avute invece sei; 
b) che rispetto alla vocale centrale A, mentre si ha il 
comportamento simmetrico della ser'e palatale e, i e della 
serie velare o, u in latino, si ha il comportamento dissim- 
metrico campano, con tre vocali nella serie palatale e due 
soltanto nella serie velare '*. 

I grammatici romani dell'età imperiale riconoscono che 
questa alterazione si è affermata anche a Roma. Ci dicono 
che, fra il iii e il iv secolo, in latino si sentiva la differenza 
fra una e aperta e una e chiusa, tra una o aperta e una o 
chiusa, quindi con una disposizione di nuovo simmetrica 
di sette vocali. Finalmente un grammatico del v secolo, 
Consenzio, ci dà notizia di una doppia i, mentre nessuno 
parla di una doppia u 5. Mentre, attraverso le testimonianze 
campane dirette, arriviamo ad un sistema di sei vocali, 
attraverso i grammatici arriviamo a ricostruirne indiretta- 
mente uno di sette prima, uno di otto poi. Tuttavia il pro- 
cesso non si limita ai dati degli alfabeti e alle testimonianze 

' Devoto, Gli antichi Italici, cit., p. 272. 

* G. Devoto, // sistema protoromanzo delle vocali, ora in Scritti 

minori I, cit., p. 329 sgg.; V. Pisani, // sostrato osco-umbro in Atti 

V Convegno Studi Umbri, cit., p. 160 sgg. 

' Devoto, Storia della lingua di Roma, cit., p. 298. 



Campania 109 

dei grammatici. Le attestazioni successive della maggior 
parte delle lingue romanze ci obbligano ad ammettere una 
differenza anche all'interno della u, e quindi una base di 
partenza di nove vocali. 

Tutte queste vicende si sono fatte sentire in Campania: 
ora come fenomeni passeggeri, ora come assestamenti 
definitivi. Lungo la frontiera meridionale, nel territorio 
lucano e calabrese settentrionale, il sistema primitivo di 
cinque vocali è rimasto, come in Sardegna, fino ai nostri 
giorni ^. In questa direzione la Campania è stata l'ultima 
area raggiunta dalle innovazioni ulteriori, zona di arresto, 
non di transito. 

Viceversa il sistema simmetrico di sette vocali, elaborato 
in Roma su spunti campani a partire dal ii secolo d.C, 
si è affermato in Sicilia e nella Calabria meridionale. Ma 
poiché la Calabria settentrionale si è irrigidita resistendo 
a oltranza su una base di cinque vocali, ecco che il sistema 
di sette deve essere arrivato in Sicilia (e nella Calabria 
meridionale) per via di mare, essendone la Campania in- 
dispensabile area di transito ^. Una traccia di questa fase 
è rimasta nel Cilento meridionale; dove si dice nivi per 
« neve », pila per « pelo », Ugna per « legna », e cioè si 
ignora la distinzione fra i aperta e i chiusa, che ha de- 
terminato invece nel toscano il passaggio della prima a E ^; 
la caratterizzazione « siciliana » di questo vocalismo è 
assicurata dai tipi catìna (lat. catena), vuci (lat. vocem). 
Così nella stessa regione si dice vucca per « bocca », 
cioè si ignora la distinzione fra u aperta e chiusa, che 
sola spiega il passaggio della prima ad o in Toscana e in 
genere in Italia. In un'altra direzione infine il sistema di 
sette vocali deve essere passato, sia pure senza lasciar trac- 
cia: lungo la via Appia fino alla penisola salentina, dove 
ancor oggi sopravvive. 

Il sistema dissimmetrico di otto vocali, quello riconosciuto 
dai grammatici solo nel v secolo, si è costituito in realtà 
molto prima, perché dall'Italia ha raggiunto la penisola 
balcanica e la Dacia, l'odierna Romenia. Anche per esso 



* V. Lucania p. 129; Calabria p. 135; 138. 

^ Sicilia p. 144 sg. 

' Rohlfs, Mundarten und Griechentum des Cilento, p. 427 sgg. 



110 / dialetti delle regioni d'Italia 

la Via Appia è stata essenziale. Resti sono rimasti in 
località appartate della Lucania meridionale, per esempio a 
Gallicchio, Sant'Arcangelo, Teana, dove si dice sole « so- 
le », ma mmucche « in bocca » ^. 

La serie simmetrica di nove vocali si è fermata in tutta 
la Campania. A Napoli si dice tela, vena, neve, ponde, 
torre, mosca come nelle parole toscane tela, vena, neve, 
ponte, torre, mosca, che derivano insieme da e chiusa e da 
I aperta, da o chiusa e da u aperta delle forme latine con- 
fluite insieme ^°. L'interesse della posizione campana sta 
nel fatto che essa è una posizione di avanguardia per un 
fenomeno che ha trovato ostacoli presso i luoghi di origine; 
mentre a settentrione e occidente si è diffuso senza resi- 
stenza fino alle Alpi, ai Pirenei, all'Atlantico. 
Zona di confine per quel che riguarda le vocali accentate, 
la Campania è zona di confine anche per il trattamento 
delle vocali finali, che sono particolarmente indebolite 
in opposizione non solo alla Calabria, ma anche al Lazio. 
Si è già parlato della vocale indistinta É, caratteristica 
dell'alto Mezzogiorno, che sostituisce a uno stesso modo 
tutte le finali salvo -a, e talvolta anche l'-A '^ Il Cilento 
segue anche qui una via particolare: di fronte ai tipi cam- 
pani sole « sole » neve « neve », esso mostra le finali chia- 
re suli, nivi. Di fronte alle forme campane mure, rosse, 
piettè, il Cilento conserva ancora vocali chiare, -u (siccu) 
nella parte meridionale, -o (sicco) in quella settentrio- 
nale '^. Sotto questa spinta si possono poi verificare casi 
di caduta completa della vocale finale, specialm.ente dopo 
due consonanti; per esempio a Ischia uoss per « osso », 
cuorp per « corpo » '^ 

Ma il fenomeno più caratteristico che inserisce i dialetti 
campani nel grande gruppo dei dialetti centro-meridionali 
in opposizione al toscano, è la metafonia o « compenso- 
qualitativo », di cui abbiamo già trattato ^'*. La regola fon- 

' Rohlfs I, p. 8 sg. 

'" Devoto. // sistema proloromanzo delle vocali, cit., p. 335 sg. 

" Cfr. Abruzzo p. 98. 

'^ Rohlfs, Mimdarten und Griechentum des Cilento, pp. 429; 435. 

" Le stesse forme a Monte di Procida: cfr. AIS carte 90 e 87 al 

punto 720. 

'^ Cfr. Marche p. 74 sg.; Umbria p. 83 sg.; Lazio p. 90 sg.; Abruzzo 

p. 99 sgg. 



Campania 111 

damentale della metafonia napoletana è la seguente: quan- 
do una parola termina con -ì o ù, prima ancora che 
questa vocale si indebolisca, « stringe » in tutto o in 
parte la pronuncia della vocale precedente, della e chiusa 
in I e della e aperta in ie, della o chiusa in u e della o 
aperta in uo. 

Abbiamo così capille da capillu, ma vena da vena; 
e il plurale mise « mesi », il singolare mese « mese »; 
il femminile secca « secca », il maschile sicché « secco »; 
pisc' « pesci », ma pese' « pesce »; nere « nera », ma 
niré « nero »; chella « quella » ma chillè « quello »; fiiornè 
«forno»; vacca «bocca»; fiioché «fuoco»; vove «bo- 
ve »; nocchie « occhio »; nora « nuora »; itomene « uomi- 
ni » ma omé « uomo ». 

Accanto a questa disposizione generale della metafonia 
si hanno i casi più « spinti », sia perché derivano da finali 
diverse, sia perché si estendono anche alla vocale -a. Esem- 
pi caratteristici sono i seguenti: la -i finale risulta da 
un precoce passaggio della desinenza -ae del nominativo 
plurale latino. A Omignano (Cilento settentrionale) il plu- 
rale puorti « le porte » si oppone al singolare porta. 
A Napoli questa metafonia avviene solo con le vocali chiu- 
se. Nelle aperte essa manca e vecchie vale tanto « vecchia », 
quanto « vecchie » ^^. Nelle chiuse invece si ha l'ulteriore 
« stringimento » di e in i come in sirvè « le selve » di 
fronte al singolare serva e di o in u come viitté « le 
botti » di fronte a votta « la botte ». 

Sotto l'influenza di una finale -dì (da lat. dies) si ha a 
Acerno (prov. Salerno) la dittongazione metafonetica in 
juoveri « giovedì ». Sotto l'influenza di una finale -ti (da 
lat. -Tis) si ha a Napoli avite « avete ». Ma nella Campania 
settentrionale (a Gallo), la differenza fra il singolare e il 
plurale e cioè fra -i (da -is) e -ti (da -tis) permane: vinnè 
« tu vendi », vennetè « voi vendette » ^*. 
11 fenomeno opposto della « apertura » delle vocali si ve- 
rifica invece talvolta quando queste si trovano prima della 
sillaba accentata. Di fronte a figlia accentata c'è fcgliola 
davanti all'accento, di fronte a sciame « fiume », sciomara 



'5 Rohlfs I, p. 16 sg.; II, pp. 48; 106 sg. 
" Rohlfs I. d. 18. 



" Rohlfs I, p. 18 



112 / dialetti delle regioni d'Italia 

« fiumara » prima dell'accento, di fronte a ora « ora », 
alorgiu con o passato ad a prima della vocale accentata ". 
Solo analogica è l'azione su a, nella quale non si tratta 
di introdurre una impossibile pronunzia « più stretta » ma 
una specie di deviazione dal suo equilibrio tra le due 
serie palatale e velare. Così a Ischia si ha àséna « asina » 
ma eséné « asino », e bbracc' « le braccia » ma recc' « il 
braccio ». A Precida si ha mertérì per « martedì ». A 
Monte di Procida, presso Pozzuoli, giaddè « gialla » di fron- 
te a geddè « giallo », jangè « bianca » di fronte a jengè 
« bianco » . A Pozzuoli si ha cainatè « cognata » di fron- 
te a cainetè « cognato » ^^, 

Altri svolgimenti estremi, non necessariamente legati con 
la metafonia, ricordano le gravi alterazioni delle vocali 
abruzzesi. Tali a Pozzuoli i tipi metafonetici solvè, póilè 
per « sego », « pelo » con e chiuso dittongato in òi, di 
fronte a malìe « mela » vàlvère « bere », dove la meta- 
fonia non agisce. L'opposizione pesce pesci sotto l'azione 
combinata della metafonia e della dittongazione, dà palscé 
singolare, pólscè plurale, cui corrispondono a Ischia pas- 
saggi analoghi anche in sillaba chiusa come salcchè « sec- 
ca » *'. Sempre nella stessa area tra Pozzuoli e le isole 
fronteggianti, si ha au da o chiusa: così vaucè «voce», 
naucè « noce », nèpautè « nipote », hauré « fiore » (ma 
vedi seulé « solo » di fronte a sauté « sola ») ^. 
La presenza della metafonia, se non è un tratto saliente 
dei dialetti campani, è però un tratto decisivo antito- 
scano. Tuttavia non esaurisce l'antitesi del trattamento 
delle vocali fra Campania e Toscana. Questa consiste 
nella differenza fra sillaba aperta e chiusa che in Toscana 
agisce, limitando la introduzione della dittongazione della 
o aperta in uo, della e aperta in ie alle sillabe aperte. 
Forme napoletane come omè senza dittongo di fronte al 
toscano dittongato in sillaba aperta uo-mo o come plettè 
di fronte al toscano non dittongato in sillaba chiusa pet-to 
presuppongono una doppia fonte di divergenza: la pre- 
senza della metafonia e la indifferenza sillabica campana 

" Bertoni, in E. I., p. 582. 
" Rohlfs I, p. 42. 
" Rohlfs I, pp. 84 e 85. 
^^ Rohlfs, I, pp. 98 e 99. 



Campania 113 

di fronte all'assenza della metafonia e all'azione deter- 
minante della struttura sillabica in Toscana. 
Per quanto riguarda le consonanti semplici il fatto più ca- 
ratteristico è l'avvicinamento delle consonanti B e v, d e 
R (l), g e j. 11 B- iniziale passa alla forma lenita v-, per esem- 
pio vagno, varva, vàtterè, véverè « bere », vocca, vùjaro 
« bufalo ». Ma accanto alla forma lenita si ha quella raf- 
forzata, rappresentata da bb-, e presente sia per ragioni 
di fonetica sintattica (come dopo l'articolo femminile plu- 
rale derivato da un lat. ìllas) ^^ sia perché proveniente dalla 
lingua letteraria e pronunciata con eccesso di zelo; tali 
bbiitirrè « burro », bbottonè, bbiellè « bello », bbuoné, 
bbenè. Un ulteriore rafforzamento è dato dalla introdu- 
zione di un presunto prefisso a(b) nel napoletano abbasca 
« affanno » dallo sp. basca o nel verbo abbalestrare. L'an- 
titesi della pronuncia lenita di varva per « barba » e 
per « mento », ha condotto alla distinzione di due parole, 
varva « mento » e bbarba « barba ». La stessa situazione 
si presenta nel gruppo br- normalmente passato a vr- in 
vraccio, vraca « braca », vrasa « bragia », v ruolo « brodo ». 
Esempi di fonetica sintattica sono che bbuoiè « che vuoi », 
e bbecchiè « le vecchie », abbecino « da vicino », tutte 
forme napoletane ^. 

11 passaggio parallelo delle consonanti dentali a liquide si 
lega a antefatti umbro-sabini dell'antichità, che si sono 
spinti a poco a poco verso mezzogiorno per la via dei 
monti ^. A Gallo nella Campania settentrionale si dice 
ancora o dite « il dito », a Napoli o ritè, a Ischia u Ut. 
Così a Napoli o rendè « il dente », ruménèca « domenica », 
rurècè « dodici ». Così parallelamente a Ischia nu lendè 
« un dente », là « dare », loi « due », pelè « piede » ^'*. Nel- 
le parole provenienti dalla lingua letteraria si ha il raf- 
forzamento anche con vocale; napoletano addosa « dose », 
addèdeca « dedica ». Analogamente agisce la fonetica sin- 
tattica; a Napoli singolare o ritè, e dditè al plurale; a 
Ischia u Ut « un dito », e ddaitè « le dita ». 



^' Rohlfs II, p. 107 sg. 

" Bertoni, p. 156 sg.; Rohlfs I, pp. 194 sgg.; 227 sgg.; 242 sg. 

" Devoto, L'Italia dialettale, p. 117 sgg. 

^* Rohlfs I, pp. 203 sgg.; 294 sgg. 



114 / dialetti delle regioni d'Italia 

Innovazioni che interessano più direttamente la Campania 
sono: 

a) le tre soluzioni di -ll-, l'una secondo il sostrato 
« ligure » (apuano-siciliano) di -dd- o del semplice -dd- sia 
in provincia di Salerno, sia in certe zone dell'isola di 
Ischia dove si trova cuodd'é per « collo » ^; la seconda 
più conservatrice, al centro, corrisponde a Napoli che 
mantiene chìllè « quello »; l'altra al nord con un princi- 
pio di palatalizzazione che fa pensare a un'influenza ve- 
nuta di fuori: capigliii « capello », chiglia « quello », / 
jaglié « i gialli » a Calvi e Formicola (Caserta) ^6; 

b) la scissione della l davanti a consonante, nelle due 
soluzioni, la velarizzazione di l che diventa u in saura 
« saldare » kauraru «calderaio » o il suo rotacismo in 
sarda (Napoli, Montefusco), scarpìeddu « scalpello » ^^. 

Il procedimento analogo con g è reso più complesso dal 
fatto che altra è la sorte dei tipi ga e altra quella dei tipi gè. 
La prima serie si disarticola fin quasi a sparire in casi 
come a atte « la gatta », o alle « il gallo »; la seconda si 
riduce a je secondo un modello antico, risalente anch'esso 
alle fasi dell'umbro preromano ^^: jèlà «gelare», jènnarè 
« genero », jentilè « gentile », confondendosi così con le 
antiche serie di ja e jo: jocà, latino locare, jodécè latino 
index, jonta latino iuncta ^^. 

In relazione alla caduta della g- si hanno, accanto, al- 
cuni rafforzamenti come il plurale e ggatt « le gatte » 
a Napoli (sing. a att) o tre ggaddini « tre galline » nel 
Cilento (sing. la ghaddina). Consonanti prostetiche, v- 
davanti a vocali scure, j- davanti a vocali chiare, compaio- 
no (per esempio a Formicola, prov. di Caserta, u vale, 
a valina, u vattè per « gallo, gallina, gatto ») in forme 
prive ormai della consonante iniziale; tale a Monte di 
Procida u jefié « il pianerottolo » (da una forma origi- 

" Devoto, L'Italia dialettale, p. 119. 

" Rohlfs I, p. 327. Cfr. Puglia p. 124; Calabria p. 137; Sicilia p. 

146; Sardegna p. 161. 

" Bertoni, in E. I., p. 583. 

^ Pisani, // sostrato osco-umbro, cit., p. 166. 

" Bertoni, in E. I., p. 583. 



Campania 115 

naria gafio) ^. La v- prostetica si rafforza in bb- in fone- 
tica sintattica. A Napoli o vutè « il gomito » appare al 
plurale come e bbotè « i gomiti ». 

Fra i problemi posti dalla consonante l i due più appa- 
riscenti sono costituiti dalle sue combinazioni con le con- 
sonanti occlusive. Poiché manca il gruppo di consonante 
dentale più l, il problema si riduce a due gruppi di com- 
binazioni, quella della gutturale e quella della labiale. La 
prima combinazione con consonante gutturale sorda, si 
risolve secondo lo schema stesso della Toscana; abbiamo 
da CL, chiave, chiuovè « chiave, chiodo ». Per la regola 
meridionale che accentua la distanza fra consonanti sorde 
e sonore si ha anche nel gruppo gl un accentuato indebo- 
limento dell'elemento occlusivo, e cioè glianna « ghianda », 
glint té « ghiotto » ^^ 

Vistosa è invece la differenza nel trattamento dei gruppi 
con p, che vengono fortemente palatalizzati. Per pl invece 
di più si ha chiù, invece di pianta chianta, invece di piove 
chiave. Con il solito indebolimento della consonante so- 
nora si ha, da bl, janchè invece di bianco, junnè invece di 
« biondo » ^-. Infine si inserisce in questa serie fortemente 
palatalizzata anche il gruppo fl che si trasforma in s (s 
palatalizzata): sciamma per «fiamma», sciate per «fia- 
to » ^^. L'interesse di questo procedimento sta nei suoi le- 
gami marittimi non solo con la Sicilia, ma con la Liguria, 
dove, in forma ancora più spinta abbiamo ciii analo- 
gamente al napoletano chiù, giancu analogamente al na- 
poletano janchè, sciamma, identico al napoletano^. È si- 
curamente un resto di sostrato ligure mediterraneo, soprav- 
vissuto in due aree particolarmente appoggiate al mare. 
Ma il carattere più tipico, non per la sola Campania, ma 
per tutto il centro-meridione, esclusa la Toscana e le due 
ristrette penisole salentina e sud-calabrese con Messina, 
è dato dall'assimilazione progressiva che emana da una 

^o Rohlfs I, p. 207 sg. 

" Rohlfs I, pp. 243 sgg.; 349 sgg.; 250 sg.; 354. 
" Rohlfs I. pp. 253 sg.; 356 sg.; 241 sg.; 348. 
" Rohlfs I, pp. 247 sgg.; 352 sg. 

^ G. Glacomelli, Sviluppo dì alcuni nessi consonantici nei dia- 
letti italiani, Abruzzo 8, 1970, 2-3, p. 142 sgg. Cfr. Liguria p. 13; 
Sicilia p. 146. 



116 / dialetti delle regioni d'Italia 

consonante nasale davanti ad occlusiva: nd diventa nn 
del tipo quannè per « quando », mb diventa mm in gamma 
per « gamba » e chiummè per « piombo »; parallelamente 
NT, MP, NC passano in nd, mb, ng in monde « monte », 
romhè « rompere », angora « ancora » ^^. 

Uscendo dalla fonetica in senso stretto, i problemi che 
richiamano l'attenzione sono i fatti di fonetica sintattica, 
noti anche al toscano ma appariscenti, come si è detto, nel 
territorio campano: lo bbìdè? « lo vedi? », o ccasè « il 
cacio », dà bbuje a uno « dar del voi a uno ». L'articolo 
è soltanto del tipo lo (non del tipo il) che, in buona parte 
della Campania, perde la consonante iniziale: o sole, a 
luna. Attraverso l'uso differenziato dell'articolo si ha la 
possibilità di creare un genere neutro per i sostantivi di 
valore collettivo e per le parti del discorso sostantivate: 
o bbedé « il vedere » (cfr, vede « vedere »), o mmelè ma 
o canè^. La terza persona del passato remoto termina 
nella prima coniugazione in -te (penzajé « pensò »), -tene 
(penzajénè « pensarono »); nella seconda e terza invece in 
-ETTE-ETTENÈ con l'aggiunta di un elemento -tt- che sembra 
avere le sue origini nel perfetto del verbo osco ^''. 
L'infinito ha le forme senza -re dalla frontiera calabrese 
fino alla Toscana: dà, vede, muri. Come forme di condi- 
zionale caratteristiche si possono ricordare da Acerno (Sa- 
lerno) vivera si ngi fossi l'acqua « berrei... », da Omignano 
mangiari, s'avissi fami « mangerei... » ^. La forma normale 
comune a molte altre zone del meridione è il tipo can- 
tarla in opposizione a quello toscano canterei. 

Per le ragioni dette prima è difficile definire un vocabolo 
tipicamente « campano ». Più conveniente è disporre in 
una serie parole campane che abbiano una estensione pro- 
gressivamente decrescente. Due esempi di aderenza al pa- 
trimonio latino sono arte per « mestiere », per esempio 
a Ottaviano arte. Questa parola si trova, oltre che in Cam- 

" Cfr. Marche p. 75; Umbria p. 82; Lazio p. 91; Abruzzo p. 101. 
" Rohlfs II, p. 108 sgg. Cfr. Umbria p. 85; Abruzzo p. 98; Basili- 
cata p. 132. 

" Pisani. // sostrato osco-umbro, cit., p. 159 sg. 
" Cfr. Abruzzo p. 103; Calabria p. 139; Sicilia p. 145 sg. 



Campania 117 

pania, in Puglia, Lucania, Calabria e Sicilia occidentale, 
mentre mestiere si trova nelle regioni centro-settentrionali 
e in qualche area siciliana ^^. accidere (per « ammazzare ») 
appare nel napoletano accìrérè, che è campano, abruzzese, 
apulo, lucano, pugliese, mentre ammazzare è settentrio- 
nale e in parte calabrese, e scannare calabrese e siciliano '^. 
Affine a questi è il tipo mola per « macina », per esempio 
a Formicola nel nord e a Omignano nel sud della regione, 
mentre macina lo sostituisce, per es., nel Lazio e in To- 
scana, Puglia e Lucania'''. Tra le parole nuove il mastro- 
DASCIA, napoletano mastrérascé per « falegname », gravita 
tutto verso il meridione contro il falegname, che si diffonde 
immediatamente a settentrione e oriente, nel Lazio, Abruz- 
zo e Puglia ''-. Così il tipo cucitore (nap. cusètoré) « sar- 
to », che prevale nel meridione, contro sartore nel Lazio 
e nell'Abruzzo''^. Diversa la figura del «fabbro». Il tipo 
ferraro, napoletano ferrare, appartiene all'area campana 
e laziale, opponendosi al toscano fabbro e al calabrese 
FORGI ARO ''^. Ancora diversa la situazione della «crusca», 
risalente alla base mediterranea brenno, al femminile 
a vrennè (Napoli). Così si continua nell'Abruzzo, mentre 
si ritrova al maschile nell'area ligure-piemontese. È invece 
in contrasto con i tipi sémmola del Lazio e canigghia 
siculo-calabrese ''5. Si arriva così a una delle parole più 
campane, il tipo piancaro per « macellaio », napoletano 
chianghierè, che sorpassa le frontiere della regione per ar- 
rivare a Lucerà in Puglia, in Lucania a San Chirico Ra- 
paro, in Calabria a Melissa; ma accanto ad essa dob- 
biamo ricordare guaglione, una parola ormai internazio- 
nalizzata, che, pur essendo comune anche in Calabria, 
viene considerata in genere come tipicamente napoletana ^. 
Come tipi eterogenei all'interno della stessa Campania, 
sono da ricordare le denominazioni del « cenciaiolo », 



'' AIS carta 199. 

^ AIS carta 245. 

*' AIS carta 253. 

"2 AIS carta 219. 

" AIS carta 251. 

" AIS carta 213. Cfr. Marche p. 77. 

*'^ AIS carta 257. Cfr. Piemonte p. 7. 

" AIS carte 244. 46. 



118 / dialetti delle regioni d'Italia 

CENCiARO a Gallo nella Campania settentrionale, pe- 
TACCiARO nella Campania centrale e meridionale, dal pe- 
taccìaro di Formicola al pettsani di Omignano; inoltre 
quello del « succhiello », dal tipo trivello a Facto al 
tipo BRiGALETTA di Napoli, al tipo PREARA a Ottaviano, 
infine al tipo spinola a Formicola e Colle Sannita, con 
continuazione in aree estra-campane ''^. 
Dobbiamo ricordare ancora sosere « alzarsi » (anche sici- 
liano), VICO « vicolo », graré « scalino », cenare « cresta », 
kiicc' « coniglio » (solo della zona montana) ^, rentè « vi- 
cino » ''^, mandèsìnè « grembiule » (anche di area lucana 
e calabrese settentrionale) ^ e quello sfizio che è ormai 
passato alla lingua, la quale non ha un sinonimo così 
sottilmente evocativo ^'. 

Ecco qui alcuni testi campani tratti dai Parlari italiani in 
Certaldo ^^•. 

Da Napoli: A chille tiempe che c'era ó primmo Rre a Ci- 
pro, doppo che Gottifrè de Buglione conquistaie Terra San- 
ta, 'na signora nobele de Guascogna lette 'mpellerinaggio a 
ó Santo Seburco, e po' se ne tomaie e sbarcale a Cipro, 
e là cierte birbante scostumate le facettero 'no brutto 
servizio. (A cura di Luigi Settembrini). 
Da Salerno: Rico runque, ca ai tiempi re lu primu Rre re 
Cipri, ropp' 'a presa ra 'a Terra Santa fatta ra Gottifrè re 
Buglione, succerette ca 'na signora re Guascogna 'n pelle- 
grenaggio lette a lu Saburcro, e pò tornanne, 'n Cipri arre- 
vata, ra alcuni scellarate vellanamente fuie 'nzurdata. (A 
cura di Giuseppe Olivieri). 

Da Avellino: Nei steva 'na vota 'mmano 'ò Re 'e Cipro, 
ròppo ca fu pigliata 'a Terra Santa, 'na signora chi volivo 
i'essa puro a visita' 'o Santo Seporgro; e mentre sse ne 
steva pe' beni, l'ascerò certi 'nnanti, e tanta 'ngiurie e 



" AlS carte 204, 228. 

^« AIS carte 660, 843, 873. 1127, 1120. 

*' M. L. Wagner, Napol. rentè, renza, Z.R.Ph. 39, 1919, pp. 733-738. 

^ AlS carta 573. Cfr. ]. Subak, Sudit. mandésinè, etc, Z.R.Ph. 22, 

1898, pp. 531-532. 

" E. Malato. Vocabolarietto napoletano, Napoli 1965, p. 90. 

" G. Papanti, ! parlari italiani in Certaldo, pp. 311 sg.; 368; 

369 sg.; 127. 



Campania 119 

male parole li ricero, ca non ze ne poteva pròpito cchiù. 
(A cura di Clelia Soldi). 

Da Benevento: Dico mo', che ai tiempi d' 'u primu Rè de 
Cipro, doppo che fu pigliata Terra Santa da Gufiredo Bu- 
glione, succedivu che 'na signora de Guascogna, juta 'n 
pellegrinaggio a 'u Santu Sabburco, fu 'a venuta che fece, 
ntremente passava pe' Cipro, 'ngiuriata cume 'a zùnzula 
da certi birbanti sbreugnati. (A cura di Giuseppe Man- 
ciotti-Cosentini). 

Per Napoli scegliamo il testo di un autore ormai classico. 
Salvatore di Giacomo ^^r 

Oi pètteno, che piéttene 

'e trezze 'e Carulina, 

damme nu sfizio, scippela (strappala), 

scippela na matina! 

E tu, specchio addo' luceno 

chill'uocchie, addo', cantanno, 

ride e se mmira, appànnete 

mentre se sta mmiranno. 



" M. Dell'Arco e P. P. Pasolini, Poesia dialettale italiana del 
novecento, cit., p. 4. Si noti, come talvolta nelle traduzioni della 
novella, la vocale finale indistinta sia resa graficamente con a oltre 
che con e. 



PUGLIA 



L'incontro della Puglia con la tradizione linguistica ro- 
mana è stato complesso. Una prima grande divisione si 
manifesta attraverso la opposizione fra il Salento e il re- 
sto della Puglia. Il Salento ha avuto un'antica popolazione, 
quella messapica, che ha mantenuto la sua individualità 
linguistica e ha subito l'influenza greca solo in forma su- 
perficiale ^ In età romana ha conservato una sua auto- 
nomia anche in campo economico, come ancora mostrano 
i suoi insediamenti sparsi. Questo sorprende tanto più in 
quanto, sul piano culturale, il Salento era così aperto a 
tutti gli orizzonti che Ennio, salentino, potè dire di avere 
tre « cuori » ^, corrispondenti alle tre tradizioni romana, 
greca e sannitica, che avevano cooperato alla sua for- 
mazione. 

Sono ancora vivi nel Salento dei dialetti greci la cui for- 
mazione è stata a lungo dibattuta tra gli studiosi. Ma 
l'influenza greca si è fatta sentire anche nel resto della 
Puglia, anche se l'elemento culturale che le ha dato un'im- 
pronta diversa dal Salento è legato al maggiore peso 
del fatto sannitico. Questo ha preparato indirettamente la 
precoce fusione di elementi indigeni con i rappresentanti 
del potere lontano, quello di Roma, La confederazione 
sannitica aveva infatti instaurato, fra i secoli v e iv a.C, 
una unità linguistica in lingua osca che si estendeva al di 
là delle frontiere politiche della federazione stessa. Mo- 
nete di Teano Apulo (oggi Chieuti in provincia di Fog- 
gia) portano iscrizioni in lingua osca ^. Anche se si trovano 
a poca distanza dal fiume Fortore, frontiera verso il Mo- 
lise, esse indicano una porta aperta ai sanniti verso la 
Daunia e la Puglia in genere, anche sul piano economico 

' Devoto, Gli antichi Italici, cit., p. 49. 

^ In Gellio XVII, 17. 

^ Devoto, Gli antichi Italici, cit., p. 175. 



Puglia 121 

e politico. Abituate a una comunità linguistica superiore, 
le varie aree della Puglia a nord della linea Taranto- 
Brindisi si inserirono nella tradizione romana come un 
blocco. Dal primo momento sino alla fine rimasero in con- 
tatto col centro e con le varie correnti di innovazioni che 
ne irradiavano. A nord della linea Taranto-Brindisi si ha 
così in forma definitiva un sistema di vocali latino-volgari, 
non solo diverso dal salentino e identico al napoletano *, 
ma identico a quello presupposto da tutto il resto del mon- 
do neolatino occidentale, sulla base di nove vocali. 
L'affermazione della latinità non si è manifestata in una 
forma unitaria. Il primo contatto si stabilisce attraverso la 
colonia di Lucerà verso il 315 a.C, sulla frontiera nord- 
occidentale della regione. Il secondo coincide con la fon- 
dazione di quella di Venosa sulla frontiera occidentale 
(oggi in territorio lucano) nel 291 a.C. Il terzo è dato 
dalla conquista di Brindisi (267 a.C), dove fu poi fon- 
data un'altra colonia di diritto latino. Fino a questo mo- 
mento l'itinerario che collegava Roma alla Puglia attra- 
versava l'Abruzzo e cioè raggiungeva la Puglia da set- 
tentrione. Solo dopo la fine delle guerre sannitiche l'iti- 
nerario precedente fu sostituito da quello più agevole, at- 
traverso il Sannio, che si appoggiava alla colonia di Be- 
nevento fondata nel 268 a.C. e alla prosecuzione della via 
Appia^. Questa si affacciò alla frontiera di Venosa in- 
torno al 190 a.C. Intorno a questo stesso tempo le co- 
lonie si arricchirono di altre due fondazioni, quella di cit- 
tadini a Neptunia presso Taranto e quella di Siponto (194) 
nei pressi di Manfredonia. Nessuna colonizzazione si re- 
gistra invece nel Salento. 

La distinzione fra Salento e Puglia propriamente detta 
risalta dai tre elementi fondamentali: a) nel Salento si 
parte da un sistema di vocali di tipo analogo a quello 
siciliano, fondato cioè sulla distinzione di sette vocali nel 
latino volgare e cioè di a, e aperta e chiusa, o aperta e 
chiusa, più una sola varietà di i e di u ^. La innovazione 



* Cfr. Campania p. 108 sgg. 

^ Pais, Storia interna di Roma, cit., p. 146 sgg. 

* A Taranto e a Francavilla Fontana E aperta e e chiusa (da lat. 



122 / dialetti delle regioni d'Italia 

posteriore per cui si distingue anche una i aperta e chiusa 
e una u aperta e chiusa non ha ohrepassato la Hnea 
Taranto-Brindisi ^ Perciò nel Salento si ha pila filli senza 
distinguere la i breve della prima e la i lunga della se- 
conda parola, non diversamente da captili fili. Analogamen- 
te in surdii fuma non si distingue la u breve della prima e 
la u lunga della seconda. Viceversa la o chiusa si distingue 
dalla aperta, al punto di confondersi anch'essa con la u, 
per esempio in fiuri (da o) muri (da u) ^; b) il secondo 
carattere è dato dalla mancanza di metafonia nella sua 
forma classica condizionata dalla -ù finale in casi in cui 
essa è invece, nell'Italia centro-meridionale, caratteristica; 
a Lecce si ha chistu chista per « questo questa » di fronte 
allo schema del territorio della zona posta piìi a nord 
che si fonda sulla opposizione di chistu rispetto a chesta '. 
e) La terza differenza sta nella chiara pronuncia delle 
vocali finali nel Salento di fronte alla pronuncia oscurata 
in E a nord di una linea che approssimativamente con- 
giunge Carovigno a oriente e Palagiano a occidente ^°. 
Questa differenziazione areale viene ulteriormente acuita 
da un nuovo elemento che caratterizza la Puglia anche 
verso l'entroterra napoletano. Si tratta del cosiddetto 
« frangimento vocalico », proprio delle coste adriatiche, 
che contemporaneamente lega la Puglia ai tipi abruzzesi ^K 
Questi frangimenti si rivelano come novità successive ri- 
spetto ai fatti metafonetici e vanno quindi illustrati in 
un quadro unico. Da un punto di vista storico, essi non 
hanno perciò niente di comune con la influenza sanni- 
tica, e trovano paralleli invece sulle coste adriatiche an- 



É, i) come o aperta e o chiusa (da lat. ò, ù) sembrano confluite 
insieme da epoca antica. Cfr. Basilicata p. 130. 
' Parlangeli, Storia linguistica e storia polìtica nell'Italia meri- 
dionale, p. 37 sgg. 

' D'Elia, Ricerche sui dialetti salentini, p. 139 sgg.; Mancarella, 
Arcaicità del sistema vocalico salentino, p. IH sgg. 
' Sul complesso problema delle opposizioni su base metafonetica 
nel Salentino cfr. ancora Parlangeli, Storia linguistica e storia 
politica..., p. 48 sgg.; Mancarella, Arcaicità del sistema vocalico 
salentino, p. 118 sgg. 

'" Rohlfs I, pp. 183 sg.; 187 sg.; Melillo, Atlante fonetico pu- 
gliese (= Melillo), pp. 28 e 63. 
" Cfr. Abruzzo p. 100 sg. 



Puglia 123 

che dell'altra sponda, come chiaramente appare nel dia- 
letto preveneto della Dalmazia '^. 

Ad Andria la i chiusa si frange in òi, qualunque sia la 
sua origine; perciò il frangimento colpisce sia una forma 
corrispondente all'italiano gallina con i primitivo, sia una 
derivata dal lato pleniis che è diventata * chino sotto in- 
fluenza metafonetica; risultato comune è saddòinè, chioiné. 
Analogamente, sempre ad Andria, moiilè, sdul'é mostrano 
la stessa vocalizzazione « franta » òu, anche se nella pri- 
ma parola si tratta di una u chiusa primitiva (tose, mulo) 
e nella seconda di una u metafonetica derivata da una 
antica o chiusa (tose. solo). Come esempi di frangimenti 
di vocali non metafonetiche valgono quelli di e chiusa 
in AI, per esempio in chiàine « piena »; di o chiusa in 
AU. per esempio in saule « sola » '^. 

A Bitonto si ha parallelamente il frangimento nel caso di 
chioiné « pieno » in cui, sotto influenza metafonetica, la E 
chiusa è diventata i, e di foichè « fico » in cui la i chiusa 
era primitiva. Fuori di azione metafonetica si ha il fran- 
gimento di E chiusa in ai, ad esempio in ghiaivé « gleba », 
naivé « neve ». Viceversa, il frangimento in lu colpisce 
sia una u chiusa primitiva in liucè, criutè « luce » « cru- 
do », sia una u metafonetica in niutè « nodo », che risale 
a sua volta a una o chiusa ^^. 

Ecco una serie di altri frangimenti: dalla u chiusa di 
fusus si ha tanto a Vico del Gargano come a Martina 
Franca fàusé, a Ruvo fèusè, a Trani fousé. Da i chiusa si 
ha a Martina Franca fareinè « farina », a Molfetta mareitè 
« marito », a Bitonto volte, a Trani foilè « filo ». Da E 
chiusa a Lucerà seirè « sera », a Trani sairé; da o chiusa 
si ha a Lucerà, Barletta e Martina Franca soulé « sole », 
a Alberobello, Andria e Ruvo saulé, a Trani vaucè « vo- 
ce » ''. Significativo poi è il processo di palatalizzazione 
della a, specialmente nella parte settentrionale della regio- 
ne, sia pure in condizioni varie, dipendenti ora dalla strut- 
tura della sillaba ora dalla posizione dell'accento. Un 

'^ Devoto, L'Italia dialettale, p. 102. Cfr. anche Friuli-Venezia 

Giulia, p. 50. 

" Melillo, pp. 3, 37 e 38. 

'" Melillo, pp. 34, 36, 37. 



•" IVIELILLO, pp. J't, JO, J/. 

'^ Melillo, p. 1 sgg.; 32 sgg. 



124 7 dialetti delle regioni d'Italia 

esempio estremo è quello di Bitonto, dove la palatalizza- 
zione si associa al frangimento, e dal latino frater si ha 
jreutè e da pala si ha peulè ^^. 

Per quello che riguarda il trattamento delle vocali e e o 
aperte, il Salente mostra come tutto il Meridione la dit- 
tongazione su base metafonetica che appare anche nelle 
sillabe chiuse (cfr. vìenti « venti », cierchi « tu cerchi ») ^'. 
La novità consiste nella dittongazione da o che si assesta 
nella forma dissimmetrica di uè come in biienu bueni. Ven- 
gono quindi a crearsi fatti di opposizione: per esempio 
a Francavilla Fontana, in cui si ha niervu dittongato sotto 
l'azione della -ù finale, di fronte a scela « gela »; così, 
per l'antica o aperta, luecu « luogo » in condizione me- 
tafonetica ma nora « nuora » fuori di metafonia ^^. 

Nel campo delle consonanti, il Salento mostra la sua 
singolarità attraverso la sopravvivenza dei gruppi nd o 
MB (che nel resto della Puglia sono stati travolti nella so- 
luzione sannitica generalizzata in tutta l'Italia centro- 
meridionale, ma non in Toscana) secondo il rapporto 
di quannè e quandu '^. Parallela è la fortuna dei tipi 
angora sandu invece di ancora, santo. Caratteristico di 
gran parte della zona pugliese, come della Lucania orien- 
tale, è il passaggio di t (da g o y latino) a l: così sa- 
lent, scinucchiu « ginocchio », scire « andare » (cfr. it. 
gire) ^. Soluzione meridionale qui ben presente, è quella 
di chiù per « più », di tipi, per esempio di Cerignola, come 
saccè «so», da un antico sapio ^^. Di nuovo radici nel 
Salento hanno soluzioni arieggianti alle siciliane come il 
passaggio da -ll- a -pp- cacuminale che raggiunge poi aree 
pugliesi più settentrionali come Cerignola, dove si pronuncia 
DD dentale; analogamente il passaggio del gruppo stru a 
sciu, come in masciu, fenescia « maestro » « finestra » a 
Lecce ^. Complicazioni — comuni del resto ad altri dia- 

'* Melillo, p. 32. 

" Mancarella, Arcaicità del sistema vocalico salentino, p. 118 sgg. 

" Ribezzo, // dialetto di Francavilla Fontana, p. 21 sgg.; e passim. 

" D'Elia, Ricerche sui dialetti salentini, p. 134 sgg.; 150 sgg. 

« Rohlfs I. pp. 211; 214 sg. 

^' Rohlfs I, p. 400; N. Zingarelli, // dialetto di Cerignola, A.G.I. 

15, 1899, pp. 83-96 (cfr. p. 90 sgg.). 

" Rohlfs I, pp. 328 sg.; 259. Cfr. Campania p. 114; Calabria p. 

137; Sicilia p. 146; Sardegna p. 161. 



Puglia 125 

letti meridionali — derivano dal gruppo gn che appare ad 
esempio (nelle forme corrispondenti al toscano legno) come 
liune a Lecce, lioné a Bari, livenè a Cerignola ^. 

Nella morfologia sono da ricordare i plurali del tipo in 
-ORA, che mirano a dare al segnale relativo una consistenza 
insidiata dalla declinante chiarezza delle finali nella Pu- 
glia non salentina: tali gli esempi a Bari di sanare 
« santi », a Bitonto di gratèré « gradi » o addirittura a 
Lecce in accèddiri « uccelli » ^*. Nella sintassi, al di fuori 
dei caratteri comuni a tutto il Mezzogiorno, è da ricordare 
l'uso dell'imperfetto indicativo al posto del condizionale 
nelle aree meridionali e centrali della Puglia (per esempio 
nel barese vèlevè « vorrei »), mentre nella zona settentrio- 
nale, come in Abruzzo e in parte in Campania, si adopera 
con lo stesso valore l'imperfetto congiuntivo ^^. Nella parte 
meridionale della regione appare poi una forma sostitu- 
tiva dell'infinito, preceduta da cu (risalente al latino 
quomodo): ojjii cu bbau «voglio che vado» e cioè «vo- 
glio andare » ^. 

Se si prescinde dai termini di origine greca non troviamo 
— e non ci aspettiamo di trovare — molte parole da clas- 
sificare come « pugliesi ». La Puglia partecipa infatti di 
quel lessico meridionale di cui abbiamo dato vari esempi, 
ai quali possiamo aggiungere crai « domani », pica « gaz- 
za », SOCRA « suocera » ^. Un caso particolare come ai- 
tane « padre » ^* (una voce derivata dal lat. atta col 
suffisso -NE che si applica a voci di parentela^) non re- 



" Rohlfs I, p. 368 sg. 
^* Cfr. Abruzzo p. 103; Basilicata p. 132. 

" Rohlfs II, p. 349; Parlangeli, Storia linguistica e storia po- 
litica..., p. 77 sgg. V. meglio G. Rohlfs, Su alcuni calchi sintattici 
dal greco nell'Italia meridionale, in Studi e ricerche su lingua e dia- 
letti d'Italia, cit., 1972, pp. 306-317. 

" Parlangeli, Storia linguistica e storia politica..., p. 81 sgg.; 
G. Rohlfs, La perdita dell'infinito nelle lingue balcaniche e nel- 
l'Italia meridionale, ora in Studi e ricerche... cit., 1972, pp. 318- 
332. 

" AIS carte 347, 503, 32. 
" AIS carta 5. 
^ Rohlfs II, p. 20 sg. 



126 / dialetti delle regioni d'Italia 

sta chiuso nei limiti regionali; né d'altra parte copre 
tutto il territorio, dato che nella penisola salentina il ter- 
mine è sostituito dal tipo di importazione normanna, 
SIRE ^. Nel caso di fazzatora « madia » è interessata an- 
che la Lucania settentrionale, nel caso di Iota « fango » 
(femminile!) l'Abruzzo meridionale ^^ Una peculiarità in- 
teressante perché isolata nell'ambito italiano è data dal 
tipo NAVicuLA per « culla » delle aree pugliesi settentrionali, 
mentre il resto della regione partecipa del tipo naca, di 
origine greca, comune a tutto il Mezzogiorno ^2. Possiamo 
notare ancora, oltre a gregne « covone », a agghiattà « ab- 
baiare » ^^, al salentino fitii « trottola » che sembra aver 
connessioni nel sardo ^^, due termini come specchia e 
truddii, il « mucchio di sassi » e la « tipica costruzione dal 
tetto conico » ^^, che, al di là del loro interesse etimologico, 
riescono ad evocare aspetti ambientali caratteristici di que- 
sta terra. 

Alcuni esempi di testi sono tratti ancora dal volume del 
Rapanti, / parlari italiani in Certaldo ^^; 
Da Lecce: Dice ca era 'na fiata, e bera 'nu Re. Lu chià- 
manu lu Re di Cipriu, ca Cipriu era lu Regnu sou, e foi lu 
primu de quandu Guffredu Bugghione 'scìu e sse 'mpusses- 
sau de Gerusalemme. A ddri tiempi, e tandu propriu 'na 
signura 'rande de Wascogna fìce 'otu bascia pellegrenandu 
fenca a lu Seburcu de Nostru Signore. (A cura di Sigismon- 
do Castromediano). 

Da Ostuni: Alli tiempe de lu prime Rré de Cipre, doppe 
lu comquistamiente ce fésce de la Terra Santa Goffrede 
de Vhugghione, assuccedètte ca na signura de Guascogna 
da pellegrina sci allu Sebbulch de Criste, da ddove retur- 

^ P. Aebischer, Un mot d'origine normande dans les dialectes des 
Pouilles, A.R. 22, 1938, pp. 357-363. 
^' AIS carte 238, 849. 
" AIS carta 61. 
" AIS carte 1454, 1099. 

" O. Parlangeli, Sardo fittulu, salentino fitu, I.D. 24, 1960-61, p. 
158. 

" V. rispettivamente G. Alessio, Osservazioni sidle specchie pu- 
gliesi. Studi Salentini 2, 1956, pp. 74-78, e G. Rohlfs, Primitive 
costruzioni a cupola in Europa, Firenze 1963. 
" Rispettivamente alle pp. 480 sgg.; 487 sg; 178 sg. 



Puglia 127 

nanne, arrevata a Cipre, da cièrte scrianzate vastasune fue 
trattata pésce de na mùsceta. (A cura di Arcangelo Lote- 
soriere). 

Da S. Giovanni Rotondo (Foggia) : Dichi dungu che allu 
tempu dullu primu Rignanti di Cipri, dopu la conquista 
dilla Tarra Santa fatta da Guttufrè di Buglion, succiasse 
che na signora dilla Guasconia ì allu pilligrinaggiu dilli 
Sibullicu, e da dà turnan a Cipri arrivata, da ciarti scilli- 
rati omini villanamant fui ultraggiata. (A cura di Raf- 
faele Cafiero). 

Scegliamo tra i vari dialetti pugliesi il tarantino di cui 
diamo un esempio nei versi seguenti, di Cataldo Acqua- 
viva ^^: 

Vògghje cu ccande 'u mare 

quanne stè calme, e ppare 

'na tàule, 'nu spècchje, 

ca pìgghje e 'gande l'uècchje, 

e 'ndènnere te face 

'na mùseche de pace 

'nu prijesce (gioia), ussignerìe, 

de core 'mbijett'a DDie! 



" C. AcQUAViVA, Fronne o' vijende, Roma 1963, p. 62. 



BASILICATA 



Le tre colonie fondate dai romani in territorio lucano, 
Pesto nel 273 a.C, Bruxentum nel 194, Forum Popili (oggi 
Polla) nel 132 si trovano oggi in provincia di Salerno, e 
cioè in territorio campano; Forento e Silvio, ai margini 
settentrionali del territorio lucano. Venusta, oggi Venosa, 
fondata nel 291 a.C, antica, importante, lasciava in dub- 
bio il suo cittadino Orazio « lucanus an apulus anceps » ^ 
e cioè parimenti lucano e apulo. Solo Grumento, fondata 
in età graccana nella Lucania meridionale, ha rappresen- 
tato qui un fattore costante e omogeneo di latinizzazione ^. 
Questa è stata poi alimentata essenzialmente dalla via 
Appia, che, dai primi del secondo secolo, attraversò tutta 
la parte settentrionale della regione, e costituì un innega- 
bile fattore di livellamento linguistico^. Di questo riman- 
gono i caratteri non solo genericamente neolatini ma an- 
che meridionali, come la metafonia da -i e da -ù finali, 
con le conseguenti opposizioni di un singolare mese e 
di un plurale mise, di un singolare nèpotè e di un plu- 
rale nèputè, di un femminile sekkè di fronte a un ma- 
schile sikkè, di un femminile rosse di fronte a un maschile 
russe*. Analoghi sono (a Matera) i risultati, non tipica- 
mente lucani ma generalmente meridionali, di quannè per 
« quando », di calle per « caldo », di puvrieddè per « po- 
verello » ^. 



' Serm. II, 1, 34. 

^ Sulle colonie romane in Lucania cfr. Beloch, Ròmische Ge- 

schichte, cit., pp. 402 sgg.; 591 sgg. 

^ Pais, Storia interna di Roma, cit., p. 146 sgg.; De Felice, La 

romanizzazione dell'estremo Sud d'Italia, p. 267 sgg. 

* Cfr. Campania p. 110 sg. e v. Lausberg, Die Mimdarten SUdluka- 

niens, (= Lausberg), p. 1 sgg. 

' Festa, // dialetto di Matera, pp. 150 e 143. Cfr. anche Melillo, 

Atlante fonetico lucano, p. 101 sgg. 



Basilicata 1 29 

Di fronte a questa regolarità meridionale, la originalità 
dei dialetti lucani risalta per alcuni caratteri. Il primo è 
rappresentato dall'arresto sulla frontiera calabrese, in una 
zona più o meno ampia, delle successive correnti latine 
che hanno portato il sistema delle vocali da cinque a nove. 
La scarsa intensità delle comunicazioni per via di terra fra 
Roma e la Calabria ha fatto sì che si sia conservato nella 
zona impervia, da Matera sul Mar Tirreno a San Chirico 
Raparo nel cuore della regione lucana meridionale, un si- 
stema di vocali di tipo sardo, e cioè di sole cinque vocali, 
senza alcuna nozione della differenza fra vocali aperte o 
chiuse*^. In questa zona si dice perciò, a differenza del 
toscano, pici per « pece » come nel latino picem. La i 
breve del latino è trattata come la lunga di filli, perché 
in questa zona l'equilibrio del sistema vocalico non è stato 
ulteriormente disturbato dall'arrivo della distinzione fra 
I aperte e chiuse. Rimane intatta la differenza fra i breve 
e E chiusa, per cui si ha in questa zona creta ben distinta 
da pici, mentre in toscano creta e pece hanno confuso le 
due vocali in una unica. Così la u breve di mici « noce » 
non si distingue dalla lunga diciamo di fumu, mentre nel 
toscano noce ancora una volta la u breve (e aperta) del 
latino volgare nucem si oppone alla lunga (e chiusa) di 
fumo. Inversamente la o lunga di soli « sole » non si di- 
stingue in partenza da quella diciamo di focu, ma sì dalla 
u breve di nuci, con la quale invece il toscano l'ha con- 
fusa (noce, sole)"^. 

A questo primo carattere che accomuna per la sua conser- 
vatività questa zona con la Sardegna *, si accompagna 
un'altra forte limitazione alla irradiazione della influenza 
latina a mezzogiorno della Via Appia, con un sistema vo- 
calico, unico in Italia, che trova invece riscontro niente- 
meno che in Romenia ^. Si tratta di un sistema dissimme- 
trico, che conosce la differenza di vocali aperte e chiuse 



* H. Lausberg, Beitrdge zur italienischen Lautlehre, Roman. Forsch. 
61, 1948, p. 300 sg.; Battisti, Nuovi indirizzi collettivi nella dia- 
lettologia italiana, p. 59 sg. 

' Lausberg, pp. 13 sgg.; 47 sgg.; 59 sgg.; 81 sgg. 
' Cfr. Sardegna p. 159. V. anche Campania p. 109; Calabria pp. 
135; 138 
' Lausberg, pp. 47 sg.; 84 sg. 



130 / dialetti delle regioni d'Italia 

nel caso di e o i, ma non di u: una situazione che era 
già stata descritta dal grammatico Consenzio del v se- 
colo d.C. A Castelmezzano e nella zona adiacente, imme- 
diatamente a oriente di Potenza, si dice pece secondo il 
modello regolare e non pici come in corrispondenza della 
frontiera calabrese: la distinzione di una i aperta e chiusa 
vi è nota. Ma si dice anche criicè, nucè come sulla fron- 
tiera calabrese, senza distinguere queste parole, risalenti a 
una u breve, da un tipo come fumé, risalente a una u 
lunga ^^. La distinzione fra una u aperta e chiusa, contra- 
riamente a quanto è avvenuto per la i, non ha raggiunto 
questa zona. Che non sia una bizzarria è provato dal fatto 
che, anche nella antica Dacia, l'ultima innovazione, quella 
che introduce la distinzione di vocale aperta e chiusa per 
la u, non è mai arrivata. Si deve infine mettere in rilievo 
che la Lucania nord-orientale (come alcune zone della Pu- 
glia e del Cilento) conosce un tipo semplificato di voca- 
lismo che unifica i risultati di i breve e di e breve e lunga, 
di u breve e di o breve e lunga latina '^ e che a nord della 
zona « a vocalismo sardo » si estende un'area limitata « a 
vocalismo siciliano » ^^. 

Una terza linea di confine, interna, divide i dialetti lu- 
cani. Nella regione orientale e settentrionale, i dialetti 
lucani si allineano con quelli campani e pugliesi nella pro- 
nuncia indistinta della vocale finale, indicata qui con il 
segno E. Molto limitatamente, nella parte prevalentemente 
sud-occidentale, si ha invece la pronuncia chiara di tipo 
salentino e siciliano '^. Anche in questo si deve vedere una 
minore pressione dell'accento di intensità, che irradia dalla 
via Appia. Come rappresentanti dei due atteggiamenti si 
possono considerare da una parte Matera con pronunce 
del tipo nache « culla », piicrè « pecora », ore « oro » e 
all'estremità opposta, a Maratea, ronna « donna », leggi 
«legge», prima « primo » ^''. Inversamente la regione lu- 
cana nord-orientale si apre a contatti pugliesi: tale, ad 

'" Lausberg, p. 44. 

" Lausberg, pp. 50 sgg.; 84 sg. Cfr. Puglia p. 121 sg. 

'^ Cfr. Campania p. 109 e v. Franceschi, Postille alla Historische 

Grammatik... di G. Rohlfs, p. 154 (cartina p. 155). 

" Rohlfs I, pp. 183 sg.; 187 sg. 

''• Melillo, Atlante fonetico lucano, p. 2. 



Basilicata 131 

esempio a Matera, è il passaggio a ij della i, non importa 
se primitiva o di origine metafonetica: piilé « pelo » con 
I di origine metafonetica, o fiile « filo » con i primitiva '^. 
Altro elemento caratteristico è dato infine dalla pesante 
pressione delle colonie gallo-italiche della regione di Po- 
tenza (Picerno, Tito) ^^, che hanno agito specialmente in 
due direzioni: da una parte, sovrapponendo alla normale 
metafonia una forma di metafonia più attenuata, eviden- 
temente da loro importata dal Nord; diffondendo dall'altra 
una lenizione delle consonanti intervocaliche, che raggiun- 
ge le rive del Tirreno presso Maratea. 
La metafonia è più attenuata perché, contro l'uso nor- 
male della regione, si fonda solo sulla azione della -ì 
finale, e non su quella di -ù: rispetto all'italiano « porco » 
si ha a Picerno porche con la o non influenzata dalla 
finale -u, ma al plurale si ha pure' « porci » con la o in- 
fluenzata dalla finale -i; così per « zoppo », « zoppi » si ha 
zopp ma zìipp ". Analogamente a Trecchina si hanno le 
vocali ECO intatte davanti a finale in -u, per esempio in 
fredda, mortu, ma mutate (con chiusura o dittongamento) 
in friddi, niuorti, davanti alla finale -i '*. 
Per quanto riguarda la lenizione, sono vistosi gli esempi 
di Tito e di Trecchina come i seguenti: la e sonorizzata 
in fuoghu, nevègha, stòmiighii o eliminata come in lardia 
«ortica», modia «mollica», mia «mica»; la p passata 
in V come in savé « sapere », rava « rapa », cavegli « ca- 
pelli », cèvoda « cipolla », infine cava « gugliata », pro- 
priamente « capo »; la T in dh, sempre a Tito o Trecchina, 
in névodhi « nipoti », prévidhu « prete », maridhu « mari- 
to », sedhi « sete » '^. 

Questo ciclo è, in certe zone, violento ma breve. Dopo la 
lenizione settentrionale che muta t in d può intervenire il 



" Festa, // dialetto di Matera, p. 137 sg. Cfr. Melillo, Atlante fo- 
netico lucano, pp. 12; 24. 

'* Rohlfs, Galloitalienische Sprachinseln in der Basilicata, p. 
249 sgg.; Galloitalieniscl^e Spraclììiolonien am Golf von Policastro 
(Lucania), p. 79 sgg. 

" Rohlfs, Galloitalienische Sprachinseln..., p. 254 sg. 
" Rohlfs, Galloitalienische Sprachkolonien..., p. 87. 
" Rohlfs, Galloitalienische Sprachinseln..., p. 260 sgg.; Galloitalie- 
nische Sprachkolonien..., p. 88 sg. 



132 / dialetti delle regioni d'Italia 

passaggio locale da questa d secondaria a r: così a Po- 
tenza carena da « catena » attraverso *caDena; sera « se- 
ta » attraverso *seDa, nèvorè « nipote » attraverso *ne- 
poDe; o, a Picerno, prarè « prato » attraverso * praDe, rera 
« rete », attraverso *reDa, mere « mietere » attraverso *me- 
Dere, vira «vite» attraverso *viDa^. 

Attraverso questi elementi si delineano così tre aree che 
M, Melillo ha proposto di chiamare « apula » a setten- 
trione e a oriente, « appenninica » a occidente e a mezzo- 
giorno, « calabro-sicula » lungo la frontiera calabrese ^^ 
Appare chiara così in pieno Medioevo una analogia con 
le vicende dell'antichità. Il territorio lucano che aveva spe- 
rimentato un processo di espansione orizzontale, quella 
degli enotri (da oriente a occidente) seguita poi da quella 
verticale sannito-lucana da nord a sud ^, ha sperimentato 
più tardi di nuovo una espansione orizzontale, quella ro- 
mana, da occidente verso oriente lungo l'asse della via 
Appia, a cui succede, durante l'età longobarda o anche 
normanna, quella sopra delineata da nord a sud. 

I caratteri morfologici sono meno tipici: tali i plurali in 
-ÈRE quali jratèrè « fratelli », jàtterè « gatti » secondo il 
tipo di toscano campora per « campi »^. L'articolo ap- 
pare, secondo le zone, come lu oppure come u: ma ci 
sono anche sopravvivenze di un neutro le ^*. Il pronome 
dimostrativo mostra le due forme del maschile chiessé e 
del femminile chessé e risale a un tipo eccum ipsum, 
intermedio fra i tipi che stanno alla base del nostro quello 
e del nostro esso ^. Il futuro è solo perifrastico: aggj' 
a ccandà, che equivarrebbe a « ho a cantare » ; il con- 
giuntivo è un indicativo preceduto dalla congiunzione ca 
(lat. quìa) ^. Notevole è, nella zona meridionale (come 
nella Calabria settentrionale) il mantenimento della desi- 
lo Rohlfs I, pp. 274; 295. 

^' Melillo, Atlante fonetico lucano, pp. 11 sg.; 161. 
^ Devoto, Gli antichi Italici, cit., pp. 33; 118. 
" Lausberg, p. 138. Cfr. Abruzzo p. 103: Puglia p. 125. 
" Cfr. Umbria p. 85; Abruzzo p. 98; Campania p. 116. 
" Rohlfs II, p. 207 sg. 
^ Rohlfs II, p. 335; Lausberg, p. 177. 



Basilicata 133 

nenza -s e -t di 2^ e di 3^ persona singolare (rafforzata da 
una vocale epitetica), che viene a costituire un interessante 
arcaismo: così a Maratea: tènisi « tu tieni », mi piaciti 
« mi piace » ^^. 

Sfogliando l'AIS possiamo cogliere l'aspetto del lessico lu- 
cano che accanto ai casi genericamente meridionali mo- 
stra connessioni interessanti con le zone vicine. Così strum- 
mèlè « trottola » appare diffuso in Campania, mentre di 
fronte al vichè campano, « vicolo », abbiamo strettele che 
è anche pugliese, di fronte a vrenna campano, « crusca », 
canigghia pugliese e calabrese, come lippe, « borraccina », 
di fronte al campano nusc ^. Casi che con una certa 
approssimazione possiamo definire regionali sono pochi: ci- 
tiamo zoca « fune », rocchia « branco di pecore », ermicè 
« tegolo », f recala (settentrionale) « briciola », staccionè 
« piolo » ^. Preziose conservazioni di parole latine sono 
rappresentate dal tipo — di origine colta — consobrino 
per « cugino » (anche campano e pugliese) di fronte a cui 
la maggior parte dell'Italia mostra una forma ridotta di 
derivazione francese^; inoltre da lucra «guadagnare», 
bitrichè « patrigno » (lat. vitricus), pastènè « vigna nuova » 
(anche calabrese; lat. pastinum) ^^. Al di là del latino 
l'osco si rivela nella fonetica di forme come ghiefa « terra, 
zolla » di fronte al lat. gleba o attrufu « ottobre » di fronte 
al lat. october, che non sono però lucane soltanto, ma ge- 
nericamente meridionali ^^. Anche molti grecismi come bur- 
racchié « ranocchio », da bàtrachos, e ciss « edera » da 
kìssos sono comuni ad alcune zone della Calabria, mentre 
citrine « giallo » sembra solo limitato a alcuni paesi della 
Basilicata ^^. Una specie di superstrato è costituita dal les- 
sico delle colonie gallo-italiche, con i casi di dhìdhu (Tito) 
« dito » di fronte al meridionale digito, di cuna « culla » 

" Rohlfs I, p. 434; Lausberg, p. 145 sg. 

'' AIS carte 751; 843; 257; 620. 

=^ AIS carte 242; 1072; 865; 1087. 

^ MS carte 24-26. 

" Lausberg, p. 186 sg. 

" Rohlfs, La struttura linguistica dell'Italia, p. 19. All'osco-umbro 

sembra risalire anche ngringhete: cfr. umbro antico krenkatrum 

(Rohlfs. Galloitalienische Sprachinseln in der Basilicata, p. 275). 

" Lausberg, p. 179. 



134 / dialetti delle regioni d'Italia 

e nèzzela « nocciola » di fronte a naca e nocella; di mia 
« mica » (negaz.), conosciuto anche a Matera, porca (Pi- 
cerno, Tito) « terra tra i solchi », merma (Trecchina) « mel- 
ma », mughiu (Tito) « mucchio », pannedda (« pannoc- 
chia »; Trecchina), tutte voci estranee al lessico meridio- 
nale 34. 

Ecco alcuni campioni di dialetti lucani, tratti dal più volte 
citato volume / Parlari italiani in Certaldo^^. 
Da Saponara di Grumento (oggi Grumento Nova): 
'Nzomma rico c'ai tiemp' r' 'u primo Rè ri Cipre, rop' r' 'a 
vèncita re Terra Sant' fatt' ra 'Uffrere Buglione, accarì-e 
che 'na gintlronna ri Guascogna scì-e 'mpilgrinaggio a 'u 
Sant' Saburch'; e, turnenn', arvàt' a Cipre, ra cert' uomnn' 
scilrati fo mùlito malitrattata. (A cura di F. P. Caputi). 
Da Tito: Divu dònca, ca a li tempi de lu primu Rè de 
Cipru, dòppo ca fo conguistàda la Terra Santa da Guffrè de 
Buglione, succede ca 'na gentili donna de Guascogna gè 
'mpellegrenàggiu a lu Sebbùlcru, dònne, mente ca turnava, 
venùda a Cipru, da certa mala gente fo senza criànza 
sbrèugnàda. (A cura di Giuseppe Spera). 
Da Senise: Dich' dunch' eh' a li tiemp' d' 'u primu Re ddi 
Cipr', dopp' chi Guffrede di Bugghione s'ebbiti 'mpatru- 
nuto di Terra Santa, accadivit' che 'na gintilidonna d' 'a 
Gascogna iv' 'mpilligrinaggi a lu Sibburche, e a lu rituorno 
chi faciete, arrivata chi fudditi a Cipr', fudditi cafunisca- 
mente scurnata da zerti sbirruni di strata. (A cura di Giu- 
seppe Falcone). 

Per la Basilicata scegliamo ancora una poesia popolare ^^ 
proveniente da Paracorio: 

Quandu mi fici jeu, fici gran dannu: 
siccau lu mari ch'esti lu chiù fundu, 
siccau la primavera pe' chidd'annu, 
e siccrau li ghiuri di lu mundu. 



'* Rohlfs, Galloitalienische Sprachinseln in der Basilicata, p. 

273 sgg.; Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro 

(Lucania), p. 102 sgg. 

" Rispettivamente alle pp. 110; 114 sg.; 110 sg. 

^' P. P. Pasolini, La poesia popolare italiana, cit., p. 178. 



CALABRIA 



La Calabria, geograficamente ben definita, mostra, dal pun- 
to di vista dialettale, scarsa unità. A settentrione, un'area 
ristretta che va da Maratea (in Lucania) e Diamante sul 
versante tirrenico, a Castrovillari e Cassano sul versante 
ionico, mostra, per quanto riguarda il trattamento delle 
vocali latine, un conservatorismo degno della Sardegna: 
cinque vocali senza distinzione fra aperte e chiuse '. A 
mezzogiorno di Vibo Valentia abbiamo un sistema « sici- 
liano », fondato su una base di partenza dì sette vocali 
del latino volgare e cioè con la distinzione di apertura per 
ECO, ma non per leu: anche il vocalismo atono si svi- 
luppa in modo analogo a quello siciliano, presentando 
solo la serie A, i, u ^. In una zona centrale — province di 
Catanzaro e Cosenza — il vocalismo tonico siciliano si 
accompagna alla metafonia che agisce sulle vocali aperte 
e, più a nord, alla vocale atona indistinta in sede finale \ 
La combinazione dei dati geografici e di quelli tipologici 
conduce a questa conclusione: la Calabria è stata, nella 
sua parte meridionale, latinizzata dalla Sicilia "*; nella parte 
settentrionale la latinizzazione si è arrestata in un primo 
momento nella fascia descritta sopra; nella fascia centrale, 
la latinizzazione piena si è completata « più tardi », se- 
condo moduli genericamente « centro-meridionali ». 
L'inquadramento dei problemi dialettali calabresi non si 
esaurisce se non si considera il problema della persistenza 
greca, tuttora riscontrabile in un piccolo numero di paesi 



' Cfr. Campania p. 109; Basilicata p. 129; Sardegna p. 159. 
^ Rohlfs, Dizionario dialettale delle tre Calabrie (= Rohlfs, Di- 
zionario...), p. 32 sg.; 34. 

* Rohlfs, Dizionario..., p. 33 sg. 

* Cfr. p. es. De Felice, La romanizzazione dell'estremo Sud d'Ita- 
lia, pp. 242 sgg.; 247 sg.; 271. 



136 / dialetti delle regioni d'Italia 

intorno a Bova, in provincia di Reggio Calabria ^, e do- 
cumentata indirettamente nel vocabolario e nei nomi lo- 
cali di gran parte della regione ^. Per spiegare storicamente 
la presenza greca in Calabria si sono elaborate o la 
tesi della origine bizantina oppure quella di una persi- 
stenza fin dall'antichità, e cioè dalle colonie della Magna 
Grecia^. La discussione non può però limitarsi soltanto a 
queste tesi estreme. Che si riscontrino resti della grecità 
arcaica è innegabile, e questa grecità si riconosce facil- 
mente in parole greche con reminiscenze dialettali doriche. 
Com'è noto, la grecità medievale si fonda normalmente su 
un'evoluzione della lingua comune di carattere attico (e 
ionico). Ora il nome del golfo Lamezio, che rivive nel 
nome attuale di Sant'Eufemia Lamezia, deriva dal nome 
del fiume che vi sbocca; ma questo non si chiama oggi 
Lameto o Ameto, come nelle fonti antiche risalenti a 
Ecateo, bensì Amato, cioè con I'a interna. Ciò mostra la 
sua antichità dorica, correttasi precocemente nella tradi- 
zione scritta in e, ma che rimane immutata fino ad oggi, 
in uno strato socialmente inferiore della popolazione*. E 
decine di esempi rafforzano tale conclusione. Il che non 
significa che non sia esistita una Calabria latina. La colo- 
nizzazione latina è stata praticamente concentrata nella 
Calabria centrale. Di fronte a Copia, l'antica Thurii, nella 
Calabria settentrionale, divenuta colonia di diritto latino 
nel 193 a.C, negli stessi primi anni del il secolo a.C. ri- 
sultano fondate colonie di cittadini a Crotone sullo Ionio 
e Tempsa (194 a.C.) sul Tirreno, e quella di diritto latino 

' Rohlfs, La grecità in Calabria, p. 405 sgg.; Persistenza della 
grecità nell'Italia meridionale, ora in Lingua e dialetti d'Italia, cit., 
pp. 231-245. 

' Rohlfs, Latinità ed ellenismo nei nomi di luogo della Calabria, 
ora in Lingua e dialetti d'Italia, pp. 260-272. 

' Per la discussione tra il Rohlfs e il Battisti cfr. del primo par- 
ticolarmente Scavi linguistici nella Magna Grecia e Le origini della 
grecità in Calabria, del secondo Appunti sulla storia e sulla diffu- 
sione dell'ellenismo nell'Italia meridionale e Ancora sulla grecità 
in Calabria. Gli studiosi italiani si sono generalmente schierati col 
Battisti: v. tra gli altri il Pisani nella citata recensione alla gram- 
matica del Rohlfs in Paideia 6, 1951, p. 59 sg. 
' Rohlfs, Le origini della grecità in Calabria, p. 251. Cfr. invece 
C. Battisti, Nuove osservazioni sulla grecità in provincia di Reg- 
gio Calabria, I.D. 6, 1930, p. 67. 



Calabria 137 

di Hipponion che prende da allora il nome di Vibo Va- 
lentia: secondo Livio nel 192. A queste si accompagna 
Castra Hannibalis, nel 199 colonia di cittadini sull'istmo 
di Catanzaro, presso cui sorse poi nel 122 la colonia grac- 
cana di Minerva Scolacium. A sud di Vibo Valentia di- 
ventano romane Medma e Tauriamim ^. 
Accanto alla presenza particolarmente fitta di insediamenti 
latini la Calabria centrale mostra un terzo carattere che 
bene si arm.onizza con i precedenti: l'assenza di mesco- 
lanza con la popolazione indigena. E difatti nella Calabria 
settentrionale la mescolanza appare evidente con i tipi 
coddii presenti per « collo », attestati anche in quella me- 
ridionale '°. Ma in quella centrale si hanno i tipi collii « col- 
lo », pelle « pelle » con il gmppo -ll- intatto, e, in una stri- 
scia che va da Conidoni sul Tirreno fino a Gerace sullo 
Ionio, con l'indebolimento a -[- come in coju '^ 

Accanto alla presenza ininterrotta di una Calabria greca, 
dapprima corrispondente a una classe sociale superiore, 
poi, con varie alternative, di minore peso e, dall'età nor- 
manna, sempre più limitata alle regioni montane appar- 
tate, la latinità, sia pure ristretta in certi periodi a una 
tradizione del tutto esile, si presenta nelle seguenti forme. 
La Calabria « siciliana » mostra vina per « vena », stilla 
per « stella », ura per « ora », vuoi per « voce » ^'^. Anche 
le finali -e e -i, -o e -u si confondono, si è detto, in que- 
st'area meridionale, per esempio in cori (da core) e vivu 
(da bibo) '^. I timbri del vocalismo siciliano si ritrovano 
anche nella Calabria mediana, che però mostra l'inter- 
vento della metafonia per quanto riguarda la e e la o aper- 
ta, sempre in presenza di -! e -ù finali: così mentre nel 
mezzogiorno ossii, immune da influenza metafonetica, ap- 
pare uguale nella vocale radicale al plurale ossa, denti al 
plurale denti, nella Calabria centrale, sotto questo aspetto 

' Beloch, Rómische Geschichte, cit., pp. 546 sgg.; 593 sgg. 

'" Cfr. Campania p. 114; Puglia p. 124; Sicilia p. 146; Sardegna 

p. 161. 

" Rohlfs, Dizionario..., p. 37. 

" Rohlfs, p. 10 sgg. Cfr. Longo, Saggio fonetico sul dialetto di 

Cittanova, pp. 134 sg.; 141 sgg. 

■' Rohlfs, p. 183 sg.; 187. 



138 / dialetti delle regioni d'Italia 

« napoletaneggiante », si hanno le forme metafonstiche 
uossu e dienti; ed è da segnalare che nella dittongazione 
la vocale colpita dall'accento è, nella maggior parte dei 
casi, la prima, con i risultati a Serrastretta di lìentu « ma- 
gro » e di sùocru « suocero » ". 

Parallelamente, la finale -e non si confonde con -i e si 
dice core (non cori come nella Calabria « siciliana »); però 
nella zona più settentrionale si arriva per tutte le finali 
alla vocale indistinta '^. Si oppone a queste due Calabrie la 
Calabria settentrionale estrema o « sarda », che dice per 
esempio a Cerchiara nivè (da i aperta) ma crete (da e 
chiusa), che noi confondiamo in neve e creta, nucè (da u 
aperta) ma sole (da o chiusa), che noi confondiamo in noce 
e sole ^^. 

Sui caratteri consonantici comuni ad altre regioni meri- 
dionali si può sorvolare. Tuttavia è importante sottolineare 
il trattamento dei gruppi MB e nd, che normalmente sono 
assimilati in mm e nn in tutta l'Italia dalla linea Gros- 
seto-Ancona in giù. Il tipo GAMBA, intatto, si mantiene 
invece nella Calabria « siciliana », come nella zona di Mes- 
sina, ed è un resto della più antica latinizzazione della 
Sicilia esteso al territorio calabrese ^^. Al centro e al nord 
prevale invece, in continuità ininterrotta col resto del- 
l'Italia meridionale, il tipo gamma. Più ampia è la resi- 
stenza di NT nel tipo chìanta « pianta », documentato an- 
che nella Calabria centrale, mentre l'indebolimento md nel 
tipo chianda appare (e senza compattezza) solo nel terri- 
torio della provincia di Cosenza ^*. Un altro gi*uppo di 
consonanti, il gruppo fl, viene trattato in modo assai va- 
rio: di fronte all'esito hi di Catanzaro e in genere cen- 
trale, per esempio hiatu « fiato », hiure « fiore », hiancu 
« fianco », si ha quello più debole j- nel territorio co- 
sentino e quello ulteriormente rinforzato s nell'area me- 



'^ Rohlfs, p. 126 sgg.; 155 sgg.; Rknsch, Beilràge ziir Kenntnis nord- 

kalabrischen Mundarten, p. 16 sgg. Cfr. AIS carte 185 e 31. 

■' Rohlfs, pp. 184; 187. 

" Lausberg, Dia Mundarten Siidlukaniens , pp. 12 sg.; 69 sgg. 

Cfr. Basilicata p. 129. 

" Cfr. p. es. BoNFANTE, Siciliano, calabrese meridionale e salentino, 

p. 292 sgg. 

" Rohlfs, Dizionario..., p. 37. 



Calabria 139 

ridionale, che arieggia i tipi siciliani '^. Sorvolando su altri 
gruppi, ricchi di soluzioni diverse più o meno energiche, 
come le varie forme da figghiu a figlili « figliolo » ^'^, su 
quelle che, come chiana per « piano », si collegano ad am- 
pie aree meridionali ^^ meritano ricordo il passaggio di 
NF a MP come in imperne « inferno » ^, i rafforzamenti 
di dittongo del tipo tàvur-u « toro » da tauru, làguru « lau- 
ro »; la soluzione -un- da -gn-, per esempio in aunu per 
« agnello », da agnu; e quella t da lt, per esempio in bota 
« volta » ^^ Inoltre è da ricordare il passaggio di f- iniziale 
a H- diffuso, ma non generale, che ad ogni modo resta 
isolato in area italiana ^1 

Nella morfologia il carattere più importante è l'assenza 
del futuro, la rarità del congiuntivo e la limitazione del- 
l'infinito nella regione a nord della linea da Sant'Eufemia 
a Crotone; a sud della quale si usa il costrutto del tipo 
volerà ma saccia « vorrei che io sappia » per « vorrei sa- 
pere », di chiara ispirazione greca -^5. Importantissima è la 
presenza dei condizionali amerra, volerra, facerra risa- 
lenti ai piuccheperfetti volueram e simili. È la più antica 
forma di condizionale attestata anche in Sicilia, dove è 
stato poi sostituita dal tipo in -ÌA, che risale invece al- 
l'imperfetto e che è presente nella Calabria meridionale: 
amarla dal latino amare habebam ^. 

Distinzioni all'interno della Calabria si notano spesso an- 
che nel lessico in quanto la Calabria meridionale partecipa 
quasi sempre, in modo più o meno ampio, delle forme 
siciliane, generalmente innovative ^. Così per « tosare » il 
tipo settentrionale carusare si oppone a tundiri; così per 

" Rohlfs, p. 397 sg. 
^^ Rohlfs, Dizionario, p. 37. 
" Cfr. Campania p. 115. 
^ Rohlfs, Dizionario..., p. 35. 

" Rohlfs, Dizionario..., pp. 33; 35 sg.; 36. Cfr. anche Rohlfs, p. 
473 sg. 

^* Rohlfs, Dizionario..., p. 35. 
" Cfr. Puglia p. 125. 

^'' Rohlfs li, p. 346 sgg. Cfr. Abruzzo p. 103; Campania p. 116; Si- 
cilia p. 145 sg. 
" Cfr. Sicilia p. 149. 



140 I dialetti delle regioni d'Italia 

« magro » lento si oppone a magro; così per la « fem- 
mina del maiale » scrofa si oppone a troia ^^. Risalta 
quindi anche in questo campo quel confine che taglia la 
regione, associandone parte alla zona napoletana o ge- 
nericamente meridionale, parte all'estremo Sud del paese. 
Particolarità calabresi sono date essenzialmente da relitti 
di lessico greco o da prestiti, soprattutto francesi, che re- 
stano come impronte della storia politica e civile. Fra i 
primi — su cui G. Rohlfs ha basato le sue teorie della 
tarda romanizzazione ^', — ricordiamo folea « nido » (gr. 
pholéà), ceramidi « tegolo » (greco keramìdion), simitu 
« confine » (greco sématon), catu « secchio » (greco kados), 
sciju « trogolo » (greco skyphos) ^, timpagné « fondo della 
botte » (greco tympanon); fra i secondi accanto a forgi aro 
« fabbro » (che sconfina in Sicilia e Basilicata) notiamo 
saziere « mortaio » (frane, saucier), cruoccu « uncino » 
(frane, eroe), munzielle « mucchio » (ant. frane, moncel) ^^ 
Un particolare interesse assumono a questo punto i fatti 
conservativi di termini latini anche se non esclusivi della 
regione, come 'ncuire « premere » (lat. incogere), crivè 
« staccio » (lat. cribrum), pisare « pestare » (lat. pinsare), 
sajime « grasso, strutto » (lat. sagimen), sciita « ala » (lat. 
axilla; cfr. con altro valore il toscano ascella) ^^, domito 
« domestico (detto di piante) » (lat. domitus), insita « olivo 
giovane » (lat. insitus); citiamo ancora forme isolate co- 
me carrara, settentrionale, « sentiero », manipula « caz- 
zuola », rupe « bruco », paniche « zolla » ^^, pranza « ra- 
mo », quatraru « ragazzo » ^. 

Al di fuori dei dialetti neolatini, la Calabria ospita tuttora 
dialetti greci, albanesi e provenzali. I primi sono limitati 

^' AIS carte 1075, 185, 1090. Cfr. Bonfante, // siciliano concorda 

con l'Italia centrale e settentrionale o solo con la centrale, pp. 

273 sg.; 282 sg. 

^ Cfr. nota 7. Per una diversa valutazione dei fatti cfr. anche i 

lavori dell'Alessio, particolarmente // sostrato latino nel lessico e 

nell'epo-toponomastica della Calabria meridionale. 

'" AIS carte 515. 865, 423, 1421, 965, 1182. 

^' AIS carte 213, 960, 1178. 

" AIS carte 996, 1129. 

" AIS carte 845, 249, 857. 

" A. Pagliaro, Cai. quatraru, Ricerche Linguistiche 5, 1950, pp. 

264-268. 



Calabria 141 

ai comuni di Bova. Condofuri, Palizzi, Roccaforte e Ro- 
ghudi in provincia di Reggio Calabria (circa 3000 perso- 
ne) e sono parlati da quelle popolazioni che potrebbero 
essere sopravvissute alla dissoluzione delle colonie greche 
della Magna Grecia ^^ La parlata di queste popolazioni, 
rifugiatesi sui monti e sottrattesi alle devastazioni della 
malaria, sono fortemente influenzate dai modelli bizantini. 
I dialetti albanesi si trovano nel territorio di Castrovillari 
presso San Demetrio Corone, Spezzano Albanese, Cerze- 
to, ecc. in provincia di Cosenza e, più sparsi, nei comuni 
di Borgia, Cropani, Nicastro, Strongoli in provincia di 
Catanzaro ^. Il dialetto di Guardia Piemontese ha forti 
caratteri provenzali e corrisponde ad una colonizzazione di 
età normanna, seguita alla persecuzione dei Valdesi nelle 
zone di origine ^^. 

Come campioni di dialetti moderni valgano i seguenti, tratti 
dal volume del Papanti ^: 

Da Castrovillari (Cosenza) : Dunca vi cuntu, ch'alli tim- 
pi dillu primu Rignante di Cipru, justu vi, doppu chi 
Guffrido Bugghiune s'avì frunziata 'a Terra Santa, suc- 
cessi chi 'na signura di Guascogna (di quiddi bone) 
ivu 'mpiddigrinaggiu allu Santu Siburcu; da duvi rì- 
cugghennusi 'a poviredda, azzuppata a Cipru, fui da 'na 
frotta di sbrugghiuni scillirati attuppata e sbrigugnata. (A 
cura di Antonio Gallo). 

Da Melito di Porto Salvo (Reggio Calabria) : Aviti a 
à ssapiri chi a chiddhi tempi du primu Re i Cipru, doppu 
a pigghiàta i Terra Santa chi ffici Guffredu Bugghiuni, nei 
fu na fimminazza pulita i Guascugna chi ju mpellegrinag- 
giu o Santu Sipurcu, dundi quandu turnàu, a chiddhu stanti 
chi misi u pedi a Cipru, certi malazzionari, cumu a na vid- 



" Cfr. la cartina a p. 16 del Vocabolario supplementare dei dialetti 
delle Tre Calabrie di G. Rohlfs. 

^ Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine, Bologna 1969', p. 
394 sg. 

" C. Grassi, Per una storia delle vicende culturali e sociali di 
Guardia Piemontese, Boll. Società Studi Valdesi 101, 1957, pp. 
71-77; G. Rohlfs, Avanzi linguistici di colonie valdesi in Cala- 
bria, ora in Studi e ricerche ..., cit., 1972, pp. 220-224. 
" Rispettivamente alle pp. 152 sg.; 158 sg.; 167 sg. 



142 / dialetti delle regioni d'Italia 

dhana nei ficiru bruttu sirvizziu. (A cura di F. Mario Man- 
dalari). 

Da Tropea (Catanzaro) : Dicu dunca ca ai tempi di lu 
primu Rré di Cipru, doppu chi Guffredu di Bugghiuni 
si afferrau la Terra Santa, 'mbattiu ca 'na beja gnura di 
Guascogna jiu 'mpellegrinaggiu a lu Santu Sipurcu; e 
tornandu di ja, quandu arrivau a Cipru, fu a bondicchiìi 
sbrigognata di certi omini birbanti-sassini. (A cura di 
A. Tocco) ^^. 

Possiamo poi dare un esempio del dialetto cosentino at- 
traverso una sestina del poemetto eroicomico Jugale di 
Antonio Chiappetta ^^: 

Chi' ti l'ha fatti sti biunni capilli 

chi tieni anella anella gnocculati (arricciolati)? 

Mienzu la faccia, sti russi mililli 

vorrà sapire cumu ce su nati; 

diciame chi' te fici tanta bella 

cu sti capilli biunni anella anella... 



A. Chiappetta, Jugale, Cosenza 1957, p. 85. 



SICILIA 



Favoriti dalla conformazione geografica di isola, i dialetti 
siciliani sono abbastanza unitari, anche se le differenze 
che li distinguono non sono del tutto insignificanti ^ Tut- 
tavia una propaggine siciliana esce dalla Sicilia per esten- 
dersi attraverso lo stretto di Messina nella Calabria me- 
ridionale, più o meno in connessione con la provincia di 
Reggio 2. 

Se facile è la definizione geografica, complicatissima è in- 
vece quella storica, nella quale si fanno sentire dei pro- 
blemi fondamentali: la netta divisione di una Sicilia oc- 
cidentale e di una orientale risalente alla preistoria 3; la 
persistenza della grecità in età romana. Da quest'ultimo 
punto di vista, la tradizione di lingua latina in Sicilia ha 
superato brillantemente la prova, anche se la sua afferma- 
zione è stata, soprattutto dal punto di vista sociale, lenta. 
E difatti, mentre l'affermazione politico-militare decisiva da 
parte dei Romani risale al 241 a.C. con la battaglia delle 
isole Egadi e il conseguente sgombero dell'isola da parte 
dei Cartaginesi, molte monete siciliane portavano scritte 
greche ancora in età augustea"*. Tuttavia il latino di Sici- 
lia non presuppone mescolanze e processi di ambienta- 
mento se non in misura limitata, assolutamente non pro- 
porzionata agli eventi politico-culturali che vi si sono 
svolti. Lo strato sociale che ha mantenuto la latinità sarà 
forse stato sottile o esile, ma non è stato mai interrotto o 



' PicciTTO, La classificazione delle parlate siciliane e la metafonest 

in Sicilia (= Piccitto), pp. 5 sg.; 32 sg. 

^ Cfr. Calabria pp. 135; 137 sg.; 139 sg. 

^ G. Devoto, Siculo e protolatino, Studi Etruschi 27, 1959, pp. 141- 

150; Per la storia delle regioni d'Italia, p. 222 sg. Cfr. Piccitto, pp. 

19 sg.; 33 sg. 

* A. HoLM, Storia della Sicilia, Torino 1896-1906, III 1, p. 415; 

III 2, p. 272. 



144 / dialetti delle regioni d'Italia 

annullato né per opera dei Greci né per opera degli Arabi. 
Che, contrariamente all'opinione di certi studiosi, e nono- 
stante la forza dei loro argomenti ^, questa continuità non 
sia stata interrotta è provato da un fatto decisivo. Il si- 
stema delle vocali siciliane presuppone un sistema latino 
di sette, vocali che è stato in vigore nell'Italia laziale e 
campana dal i al ni secolo d.C. Esso non è cioè così ar- 
caico come quello di ciii^ue vocali sopravvivente in Sar- 
degna, ma non è così recente come quello di otto o nove 
vocali che si è formato nei secoli iv e v*^. Dalla sottomis- 
sione del III secolo a.C. a tutto il ii secolo d.C. i contatti 
fra l'isola, rifornitrice fra l'altro di grani, e Roma sono 
stati strettissimi. La grande via di comunicazione era il 
mare, i due capilinea delle rotte marittime erano Napoli 
e Palermo. 

A un certo momento questi scambi si attenuarono, e al- 
lora, invece di accettare le ulteriori novità che irradiavano 
da Roma o da Napoli, presero rilievo le differenze. Il si- 
stema siciliano primitivo discende da una serie latina in 
cui si distinguono due e (aperta e chiusa) e due o (aperta 
e chiusa), ma non due i o due u. Le sette vocali siciliane, 
discendenti dalle sette latine, si sono poi ridotte a cinque 
in seguito alla confusione della e chiusa con la i, della o 
chiusa con la u; fila « tela » non si distingue da filu, amuri 
« amore » non si distingue da munì « muro » '. Ma que- 
sta confusione ha impiegato del tempo per divenir gene- 
rale e la poesia siciliana del xii-xiii secolo mostra ancora 
delle esitazioni. Giacomo da Lentini ha potuto far ri- 
mare così: 

in gran dilettansa era (con e aperta) 
quando vi formai in cera (con e chiusa) 



' Rohlfs, Latinità ed ellenismo nella Sicilia d'oggi, p. 273 sgg. 
* De Felice, La romanizzazione dell'estremo Sud d'Italia, p. 
238 sgg. Cfr. Campania p. 108 sg. 

' Devoto, // sistema protoromanzo delle vocali, cit., p. 334 sg.; 
BoNFANTE, Siciliano, calabrese meridionale e salentino, p. 297 sgg. 
V. anche la recensione di V. Pisani alla Historische Grammatik di 
G. Rohlfs, Paideia 6, 1951, p. 60 sg. e cfr. Campania p. 109; Pu- 
glia p. 121 sg.; Calabria p. 137. 



Sicilia 145 

solo perché quest'ultima non si era ancora stabilmente con- 
fusa con I. Altrove lo stesso poeta ha potuto far rimare 
invece: 

ch'io non mi diffidi (con i originaria) 

lo chiamar merzidi (con i derivata da e chiusa) 

con la antica e chiusa ormai inserita nella serie di i ^. 
Lo stesso avviene per le antiche o. Le rime dello stesso 
autore: 

com'io v'amo a bon core (con o aperta) 
e non vi mostro amore (con o chiusa) 

mostrano che quest'ultima è ancora distinta da u. Invece: 

così fo per long'uso (con u originaria) 

vivo in foco amuruso (con u derivata da o chiusa) 

mostra la fusione avvenuta o almeno contenuta in forma 
potenziale ^. 

Altri arcaismi del siciliano risalenti a questa prima affer- 
mazione della latinità, non corretta da influenze successive 
sono i seguenti. Le vocali finali del siciliano (-A, -i da -e e -i 
e -I, -u da -o e -u) sono pronunciate sempre chiare, a diffe- 
renza dei dialetti meridionali continentali, in cui si dif- 
fonde la vocale indifferente -e ^^. Il dittongo au, precoce- 
mente contratto in o aperta nel latino volgare, rimane nel 
siciliano, per esempio in tauru « toro » ". La desinenza 
dell'infinito in -ri si conserva come nel toscano -re per 
esempio in cantari, iri, sentiri, contro il troncamento meri- 
dionale continentale del tipo canta ^^. Il condizionale più 

' In B. Panvini, Le rime della scuola siciliana, Firenze 1962, pp. 31 
e 18. Il Panvini dà un'interpretazione diversa della prima rima. 
' In Panvini, Le rime della scuola siciliana, cit., pp. 8; 4. Sulla 
questione v. anche A. Schiaffini, Momenti di storia della lingua 
italiana, Roma 1953-, pp. 15; 20 sgg.; G. Bonfante, Ci ju una 
lingua comune italiana nei secoli XI-XIII?, Atti Vili Congresso 
Studi Romanzi, 1960, 83 sg. 

'° Rohlfs I, pp. 183; 187; Schneegans, Laute und Lautentwicklung 
des sicilianischen Dialectes (= Schneegans), p. 49 sgg. Cfr. Cam- 
pania p. 110; Puglia p. 122; Basilicata p. 130; Calabria p. 137. 
" Rohlfs I, p. 66 sg.; Schneegans, p. 43. 

" Rohlfs II, p. 359; Bonfante, // siciliano concorda con l'Italia 
centrale e settentrionale o solo con la centrale, p. 271. 



146 / dialetti delle reg'ini d'Italia 

arcaico è quello che deriva dalla forma latina del piucchep- 
perfetto ^^. Questa forma è rimasta solo in aree ristrette, 
sostituita nelle altre dalla forma successiva, comune ai dia- 
letti meridionali continentali, risultante dal tipo latino 
finire habebam, o, più spesso ancora, dal congiuntivo im- 
perfetto ^'*. L'aggettivo possessivo posposto ancora soprav- 
vive nel tipo màmmasa « mamma sua » nella Calabria 
centrale e nel Salento, non in Sicilia '^. Infine nel vocabo- 
lario sono superstiti di questa prima latinizzazione, che 
in seguito non verrà più disturbata, il tipo avere, contro 
il tipo meridionale continentale tenere, il tipo saltare con- 
tro il tipo meridionale continentale zompare, il tipo patri 
« padre » ^^. 

Questa più antica latinità siciliana non si limita a conser- 
vare tratti arcaici del sistema fonetico morfologico lessicale 
latino. Essa risente dell'ambientamento in un'area, dove, 
all'ombra del dominio cartaginese, perduravano elementi 
preindeuropei. Gli esempi di questo processo sono dati 
dalle consonanti invertite e cioè dalla pronuncia cosid- 
detta cacuminale (dall'articolazione della lingua contro il 
palato anziché contro i denti) degli antichi gruppi in -ll- 
{bedda, « bella »). Analogamente si ha un'alterazione dei 
gruppi -TR- e -SIR-, che rendiamo approssimativamente in 
esempi come quaciu « quattro » o jenescia « finestra » ^^. 
Allo stesso mondo mediterraneo risalgono le forti palataliz- 
zazioni del tipo chiù « più », sciuri « fiore » (accanto al 
tipo hiuri, anche calabrese), che si sono incontrate non 
solo nel meridione ma anche in Liguria '^. 

L'allentamento dei vincoli alla fine del ii secolo non è 
stato definitivo. Negli ultimi tempi dell'Impero, poi, col 

'^ Cfr. Abruzzo p. 103; Campania p. 116; Calabria p. 139. 
" Cfr. Puglia p. 125. 

'^ BoNFANTE, // siciliano concorda..., p. 270. Cfr. Franceschi, Po- 
stille alla Historische Grammatik... di G. Rohlfs, p. 134 sg. Cfr. 
Abruzzo p. 103 sg. 

'* BoNFANTE, // siciliano e il sardo, pp. 211 sg.; 214 sg.; 222. 
" ScHNEEGANS, p. 130 sgg. V. DEVOTO, L'Italia dialettale, p. 
118 sg.; MiLLARDET, Siir un ancien substrat commiin à la Sicilie, 
à la Corse et à la Sardaigne, p. 346 sg. Cfr. anche Campania p. 
114; Puglia p. 124; Calabria p. 137; Sardegna p. 161. 
" Cfr. Liguria p. 13; Campania p. 146. 



Sicilia 147 

prevalere delle correnti marittime bizantine rispetto a quel- 
le terrestri longobarde, i rapporti della Sicilia col conti- 
nente riprendono, sia pure facendo capo a Napoli e non 
più a Roma '^. Le novità campane che si impongono in 
questo periodo sono tre. Nell'ambito del vocalismo, la me- 
tafonia si afferma e si mantiene nella Sicilia centrale a 
oriente di Cefalù fino a Enna, Caltanissetta e Ragusa; non 
raggiunge la Sicilia occidentale da Trapani, Agrigento e 
Gela, né quella orientale, assente com'è da Messina, Catania 
e Siracusa; mentre si deve ritenere un tempo presente e 
poi sopraffatta a Palermo ^. Per essa si hanno, sotto la in- 
fluenza della -ù finale, il maschile miiovtu e il femminile 
morta, il singolare fienu e il plurale ferra. Contro il pa- 
rere di autorevoli specialisti ^^ la divisione dei dialetti si- 
ciliani deve essere da questo punto di vista tripartita e 
non bipartita. Di minor rilievo è invece il criterio che di- 
stingue dialetti che non hanno mai conosciuto il dittongo 
da quelli che l'hanno invece poi riassorbito, come là dove 
si dice murtii e fimi da un più antico muorili e fierrii ^. 
Il secondo elemento è dato dalla assimilazione progressiva 
del tipo ND, MB a nn, mm, come quannu « quando », jam- 
ma « gamba ». Questa innovazione non raggiunge Messina 
né Milazzo né Castroreale né Bronte in direzione di Catania, 
né tanto meno passa lo stretto in direzione della Cala- 
bria ^. Esso è anche meno intenso che in Campania, per- 
ché non accompagnato dal passaggio parallelo di -nc- e 
-NT- in -NG- e -ND-, anzi si trova accanto al passaggio da 
-ng'- a -Nc'-, come mostrano ancora (non angora), quanta 
(non quanda) e ancilu per « angelo » '"*. Analoghe resi- 
stenze superstiti dei tipi -nd- si trovano nel Salento, che 



" Per l'importanza di Napoli in periodo bizantino cfr. F. Nicolini, 

in E. I. 24, 1934, p. 234. 

^^ Per un'accurata descrizione — e una diversa interpretazione — 

del fenomeno v. Piccitto, p. 13 sgg. 

^' Piccitto, p. 25. 

'^ RoM'.FS, p. 127 sg.; 154; Lombardo, Saggi sul dialetto nisseno, 

p. 85 sgg. 

" ScHNEEGANS, pp. 78; 147; Piccitto, p. 21 sgg. 

^* ScHNEEGANS, p. 104; De Felice, La romanizzazione dell'estremo 

Sud d'Italia, p. 248. 



148 / dialetti delle regioni d'Italia 

divide con la Sicilia il vocalismo base di sette vocali, ci- 
tato sopra ^. 

Il terzo elemento è dato dal passaggio della -d- intervoca- 
lica in -R-, per esempio cririri « credere ». Questo in certe 
zone si estende anche alla consonante iniziale come in 
reci per « dieci », per esempio a Bronte (Catania) o a 
Giarratana ^. Esempio importantissimo è, nel campo della 
morfologia, quello del condizionale del secondo tipo la- 
tino habere + habebam che dà luogo al siciliano avvia, 
diffuso poi attraverso la poesia siciliana anche nella lingua 
poetica italiana^. Esso restringe al massimo il tipo prece- 
dente finerra di cui si è detto sopra. 

La terza fase corrisponde agli inizi del periodo norman- 
no, quando si ristabiliscono legami col continente dopo la 
lunga parentesi araba. Si tratta da una parte dello stabi- 
lirsi tardivo di colonie gallo-italiche (xiii sec.) e cioè di 
elementi validi dal solo punto di vista demografico, ma 
dall'altro del regime normanno con il suo seguito di feu- 
datari in parte italiani, in maggioranza francesi già nel- 
l'xi secolo. Questo periodo, se non giunge a portare sul 
piano morfologico il terzo tipo di condizionale, quello 
dello schema habere + habui (toscano av(e)rei), dà testi- 
monianze importanti invece nel lessico. 
L'interpretazione gallo-romanza dell'assestamento definitivo 
dei dialetti siciliani, secondo un'ipotesi ardita di G. Bon- 
fante ^, è quella che meglio concilia i dati linguistici con 
quelli storico-culturali. Se essa esclude a ragione l'ipotesi 
artificiosa di una lingua comune toscaneggiante, risalente 
all'xi secolo, essa non deve però escludere l'apporto di 
elementi gallo-italici e in generale italiani all'ombra e al 
seguito dell'aristocrazia normanna. Tali gli esempi sici- 
liani e toscani badagghiarì « sbadigliare », lesina, dumani, 
testa, avanteri, vozzu « gozzo », che si contrappongono ai 
calabresi (settentrionali) alare, scugghia, craji, capii, nu- 

" Cfr. Puglia p. 124. 

" Rohlfs I, p. 204; Schneegans, p. 113. Cfr. Campania p. 113. 

^' Rohlfs II, p. 349 sg. 

^' BoNFANTE, // problema del siciliano, pp. 55; 63. 



Sicilia 149 

siierzu, cagna ^. Essi non solo devono essere giunti per 
mare come i tipi latini precedenti, ma da regioni più set- 
tentrionali che Napoli e Roma. Particolarmente interes- 
sante è il contrasto che G. Bonfante sottolinea tra le forme 
letterarie dei testi siciliani antichi e le testimonianze dei 
dialetti moderni ^. Tra andari antico e iri moderno, egli 
giustamente considera originario il secondo, mentre il 
primo dovrà essere interpretato come un italianismo « nor- 
manno »; così come originario sarà sentiri (moderno) di 
fronte a un antico ma sopraggiunto audiri, o volta (mo- 
derno) di fronte a fiata. 

Le complesse vicende storiche danno una caratterizzazione 
particolare al lessico siciliano, in cui spiccano degli spa- 
gnolismi come criata « serva », dei termini di origine orien- 
tale come sceccii « asino », dei francesismi come custu- 
rieri « sarto », add innari (d cacuminale!) « accendere », ra- 
cina « uva » ^'. Sono però molte le parole che col Bon- 
fante ^^ si possono classificare di provenienza francese o 
provenzale, mentre per altri studiosi come il Rohlfs ^^ ri- 
salirebbero a influssi gallo-italici. Senza entrare nella com- 
plessa questione, possiamo limitarci a notare come siano 
frequenti ì casi in cui il siciliano — quasi sempre unita- 
mente alla zona più meridionale della Calabria — si op- 
pone lessicalmente ai dialetti meridionali: agli esempi ci- 
tati aggiungiamo sciaurari « odorare » di fronte a addorà, 
dura di fronte a tosto, orba di fronte a cecato, scannari 
di fronte a ammazzare e a accidere, tastari « assaggia- 
re » di fronte a prava, animala « arcolaio » di fronte a 
viNNOLO ^. Con ciò non si viene ad escludere una parte- 
cipazione della zona siciliana al lessico meridionale, che 
si attesta in casi come accio « sedano », naca « culla », 

" AIS carte 170, 208, 347, 93, 350, 1128. Per il Bonfante si tratta 
anche in questi casi di gallicismi (cfr. nota precedente). 
'" G. Bonfante, Siciliano antico scritto e parlato, in Bollettino Cen- 
tro Studi Siciliani 6, 1962, pp. 199-211. 

" AIS carte 1593, 760, 259, 1060, 1313. Cfr. anche G. Rohlfs, 
Siz. racina = frz. raisin, Z.R.Ph. 79, 1963, pp. 397-402. 
" // problema del siciliano, passim. 

" Colonizzazione gallo-italica nel Mezzogiorno, p. 253 sgg. 
^ AIS carte 1359, 1582, 188, 245, 1021, 1507. Cfr. del resto 
Bonfante, La Sicilia concorda..., passim. 



150 / dialetti delle regioni d'Italia 

MASTRODASCiA « falegname » ^^: corrispondenze parziali si 
notano con la Calabria per scurzimi « serpe » e maidda, 
(il diminutivo) « madia », con la Calabria e alcune zone 
della Puglia per cattivo, cattiva « vedovo, vedova », per 
ammuccìari « nascondere », per lemmo « catino » e lu- 
mia « limone » ^. Termini tipicamente siciliani, qualunque 
sia la loro origine, sono rappresentati da carusii « ragaz- 
zo », babaluci « chiocciola », cozzu « poggio », buffa « ro- 
spo », parrìnu « prete », picca « poco », agniini « cantuc- 
cio », crastu « montone » ^^ e tumazzu che ha lontani echi 
piemontesi o provenzali ^; citiamo inoltre, per quel tanto 
di pittoresco che le parole hanno in sé, I'arco di noè per 
« arcobaleno » ^^ e quel 'ntrallazzu ^ che ha acquistato or- 
mai il suo posto nella lingua italiana. 

Come classificazione approssimativa dei dialetti siciliani, 
leggermente diversa rispetto a quella del migliore specia- 
lista, Giorgio Piccitto, si può, al di fuori delle stratifica- 
zioni storiche sopra delineate, considerare la seguente: a) 
siciliano occidentale, diviso nelle tre aree palermitana, tra- 
panese, agrigentina centro-occidentale; b) centrale, diviso 
nelle tre aree nisseno-ennese, agrigentina orientale, delle 
Madonie; e) orientale, diviso nelle quattro aree sudorien- 
tale, siracusano-catanese, nordorientale, messinese. 

Le colonie gallo-italiche hanno avuto molta importanza in 
passato e ora sopravvivono come aree dialettali chiara- 
mente riconoscibili solo a Piazza Armerina nell'interno, a 
San Fratello e Nicosia sul versante tirrenico, a Francavilla 
e a Novara di Sicilia, fra Patti e Taormina '^^. I caratteri 
fondamentali che hanno resistito alla pressione siciliana 

" AIS carte 1364, 61, 219. 

'^ AIS carte 452. 238, 78-77, 900. Cfr. anche Bonfante, Siciliano, 

calabrese meridionale e salentino, p. 85 sgg. 

" AIS carte 44-45, 459, 422, 455, 796, 840, 875, 1069. 

^^ AIS carta 1217. Cfr. Bonfante, // siciliano e i dialetti dell'Italia 

settentrionale, p. 308. 

3' AIS carta 371. 

'" C. MusuMARRA, Breve storia di 'ntrallazzu, L.N. 13, 1952, pp. 

39-41. 

"' Piazza, Le colonie e i dialetti lombardo-siculi {= Piazza), p. 

14 sgg. 



Sicilia 151 

sono la caduta delle vocali finali diverse da a, la lenizione 
della palatale sorda intervocalica -e- a sibilante palatale so- 
nora e della labiale sorda -p- in -v-; la caduta di -l-(-ll-) 
dopo vocale e davanti a o e e: così pet « petti », clorm 
« dormo », asg' « aceto », savor « sapore », pau « palo », 
castéii « castello » ^^. Ma fra le aree superstiti non c'è vera 
unità e la precisazione dei luoghi di origine (Monferrato, 
Ossola, Emilia) ha dato luogo a incertezze e polemiche. 
Due versi come quelli della filastrocca: 

Mi eòe mi sti det 
cu Maria sovra u pet 

(Mi corico in questo letto / con Maria sopra il petto) 
mostrano il trattamento settentrionale delle vocali finali e 
il passaggio siciliano da l- alla cacuminale d-''^ 

Le colonie albanesi sono meno antiche di quelle gallo- 
italiche, perché risalgono solo alla metà del xv secolo. 
Esse sopravvivono come aree dialettali ancora nei comuni 
di Piana degli Albanesi, Contessa Entellina e Palazzo 
Adriano. L'albanese della varietà tosca, che queste aree 
conservano, presenta caratteristiche piiì arcaiche di quelle 
dell'originaria Albania '^. 

Dante nel De vulgari eloquentia è meno severo che ri- 
spetto ad altri dialetti, ma non cela alcune riserve ''^ Egli 
dice: « Il volgare di Sicilia si attribuisce rinomanza al di 
sopra degli altri, per il fatto che tutto ciò che gli italiani 
poeticamente compongono si chiama siciliano, e per il 
fatto che parecchi maestri, di quel paese nativi, troviamo 
aver cantato con gravità ». « Se si vuol prendere il vol- 
gare siciliano nel senso di quello che proviene dai regio- 



*^ La testimonianza vale per S. Fratello: cfr. Piazza, pp. 247 sgg.; 
255; 258; 251 sgg. 
•" Piazza, p. 124. 
*• Cfr. anche Calabria p. 141. 

■" De vulgari eloquentia, I, 12, 2; 6. Cfr. ViDOSSi, L'Italia dialet- 
tale fino a Dante, p. XLIX; G. Bonfante, Il « volgare illustre » 
di Dante e il volgare dei lirici siciliani, Bollettino Centro Studi Si- 
siciliani, 10, 1969, p. 21. 



152 / dialetti delle regioni d'Italia 

nali di media condizione... esso non è affatto degno del- 
l'onore di preferenza ». 

Da / parlari italiani in Certaldo citiamo questi esempi di 
dialetto siciliano moderno '^: 

Da Castellammare del Golfo: Dicu annunca, chi a 
tempi di lu Re di Cipru, doppu chi Vuffreru di Bugghiuni 
conquistau la Terra Santa, successi chi 'na signura di Va- 
scogna 'mpillirinaggiu jiu a la Sipurcru, e arriturnannu di 
ddrà, junta a Cipru, fu malamenti 'nsurtata da arcuni sci- 
liratazzi. (A cura di Francesco Mirabella). 
Da Enna, già Castrogiovanni: Dicu dunca, ca nne tiempi 
du primu Re di Cipru, duppu 'a cunchista fatta da Terra 
Santa di Ttiffrì di Bugliuni, abbinni ca 'na gintil donna 
d'Ascogna 'n pilligrinaggiu ìju 'o Sobburcu, d'unni tur- 
nannu, 'n Cipru junta, d'arcuni scialarati uomini viddani- 
scamenti fu 'ngiuriata. (A cura di Odoardo Grimaldi). 
Da Modica, Ragusa: Runca vi ricu ca e tiempi ro primu 
Re ri Cipri, duoppu ca Guffredu ri Bugghiuni pigghiau 
Terra Santa, 'na signura ri Vascogna s'innìu a farisi 'u 
viagghiu 'o Santu Sepurcru. A la bruccata ri ddà, junta 
a Cipri, appi fatta 'n' affisa ribuorbica ri certi uomini ri 
vastu. (A cura di Francesco Scrofani). 
Da Messina: Jò dicu 'nnunca ch'a tempu di lu primu Re 
di Cipru, doppu chi Gutifrè di Bugghiuni pigghiau la 
Terra Santa, successi chi 'na gintildonna di Guascogna 
annau pilligrina a li Lochi Santi; e comu turnau di ddà, 
e ruvau 'n Cipru, certi omini scilirati ci ficiunu 'nu brut- 
tissimu 'nzurtu. (A cura di Letterio Lizio-Bruno). 
Da S. Fratello (dialetto gallo-italico) : Dich danqua ch'ai 
taimp du prim Re di Cipr, di puoi la conquista fatta di la 
Terra Santa da Gufreu di Bugghian, avvon chi 'na gintiu 
fomna di Guascogna 'n pilligrinegg annàa a u Samuorch, 
d'anna turnain, 'n Cipr arrivara, da arcui scialarci hami 
vidaunamaint fu attraggiera. (A cura di Luigi Vasi). 

Dal ricco tesoro della poesia popolare, viva fino al nostro 
secolo, aderente ai motivi più elementari di guerra e d'amo- 

« Rispettivamente alle pp. 506 sg.; 170 sg.; 448 sg.; 280; 282 sg. 



Sicilia 153 

re, scegliamo i versi iniziali del poemetto che racconta la 
tragica fine della Baronessa di Carini ''"': 

Chianci Palermu, chianci Siragusa, 
Carini cc'è lu luttu ad ogni casa; 
Cu' la purtau sta nova dulurusa 
Mai paci pozz'aviri a la so casa. 



*' P. P. Pasolini, Canzoniere italiano, Parma 1955, p. 309. 



SARDEGNA 



Lingua sarda? Dialetto sardo? Il provincialismo, anche 
linguistico, dell'Ottocento dava molta importanza a queste 
distinzioni; e, se concentrava la propria attenzione prin- 
cipalmente sui dialetti e la loro spontaneità, considerava 
la lingua, non tanto nella sua funzione sociale di sopra- 
struttura unificatrice, quanto da un punto di vista orga- 
nico, attraverso le vistose caratteristiche che la separavano 
con nettezza dai parlari vicini: una specie di super- 
dialetto. 

Da questo punto di vista, e come si vedrà in seguito, gli 
elementi caratteristici della Sardegna linguistica giustifi- 
cherebbero la definizione di « lingua » sarda. Guardando 
le cose con occhio moderno, la Sardegna, non diversa- 
mente dall'Italia e dalle altre aree romanze, presenta in- 
vece non un unico « latino d'oggi » ma resti di centinaia 
di latini frantumati; assoggettati talvolta ad azioni di so- 
strati mediterranei; influenzati, soprattutto in certe aree, 
da caratteri italiani, specialmente toscani, posteriori; rag- 
gruppati nel Medioevo diciamo in tre grandi aree regio- 
nali (per alcuni studiosi in cinque); ricoperti, sia pure un 
po' velleitariamente, da tentativi artificiosi di una lingua 
letteraria pansarda a partire dal Cinquecento; ravvivati da 
una fresca poesia in forme linguistiche locali appena no- 
bilitate nel lessico; sottoposti infine a una innegabile 
tendenza all'allineamento su modelli, soprattutto lessicali, 
cagliaritani. 

La « infinità di particolari fonetici, morfologici e lessi- 
cali che differiscono spesso da un villaggio all'altro », 
cosi efficacemente sottolineata da M. L. Wagner \ non 
ha condotto il grande studioso di linguistica sarda a con- 

' Wagner, La lingua sarda, p. 47. 



Sardegna 1 55 

clusioni proporzionate, per quanto riguarda il giudizio 
complessivo sulla « Sardegna linguistica ». 
Gli elementi mediterranei sono stati classificati da Ben- 
venuto Terracini ^ in parte come libici e libico-iberici, 
in parte come liguri e liguro-tirrenici. Parole come narra, 
temi come mogo « collinetta » o gonno « altura », suffissi 
di derivazione come -itano {Campidano, cagliaritano), de- 
sinenze di plurali collettivi in -r- attestano, attraverso la 
loro ricca sopravvivenza, soprattutto nella toponomastica, 
l'impronta preromana che è caratteristica della Sardegna^. 
Un caso particolare di influenze africane in Sardegna è 
dato dalla colonizzazione cartaginese. Iscrizioni puniche 
si sono conservate fino a età tarda, e quella celebre di 
Bithia è stata assegnata al iii secolo d.C. ''. Esempio di 
parola punica superstite è zìppiri « rosmarino » ^. 

Arrivando in Sardegna al tempo della seconda guerra pu- 
nica, il latino entrava così in un ambiente che, a causa 
delle frontiere marittime, l'avrebbe preservato da troppo 
intense influenze del continente, ma che, a causa della 
sua composizione eterogenea, così geografica come lin- 
guistica, avrebbe favorito l'azione di forze disgregatrici. 
L'ambiente, nel quale il latino di Sardegna si assesta, è 
definito da tre elementi. L'area meridionale è pianeggiante, 
vive in stretto contatto con le città di mare e dà all'area 
detta poi campidanese un aspetto aperto e più armonico 
con le correnti marittime provenienti dal continente. L'area 
centrale interna, fin da prima dei Cartaginesi, costituisce 
un centro di resistenza e rifugio, rimasto nei tempi più 
antichi impenetrabile. I Romani cominciarono ad affer- 
marvisi attraverso le colonie di antichi legionari quali il 
Miinicipium Julium, poi Uselis, oggi Useddus. L'ultima no- 



^ V. particolarmente Osservazioni sugli strati più antichi della topo- 
nomastica sarda, ora in Pagine e appunti di linguistica storica, cit., 
pp. 92-110 (cfr. p. 108 sg.). 

^ V. l'opera di C. Zervos, La civilisation de la Sardaignc, Parigi 
1954. 

* G. Levi della Vida, L'iscrizione punica di Bitia in Sardegna, in 
Ani Accademia Torino 70, 1934-35, pp. 185-198. 
' Cfr. il 5° capitolo di Wagner, La lingua sarda. 



156 / dialetti delle regioni d'Italia 

tizia di insurrezioni isolate è del 19 d.C. ^, Normalizzatosi 
il flusso dei pastori tra montagna e pianura, la latinizza- 
zione potè compiersi e resistere poi felicemente alle pres- 
sioni successive dei diversi conquistatori. Tracce di paga- 
nesimo durarono fino al tempo di Gregorio Magno''. 
Nella terza area, quella settentrionale, dagli stretti legami 
preistorici con la Corsica, si ebbe la colonia romana di 
Turris Libysonis, oggi Porto Torres. Questa area attra- 
verso la Corsica si riaprì presto a influenze politiche cul- 
turali e linguistiche toscane. 

Anche se esposta a importanti correnti innovatrici, la la- 
tinizzazione del Campidano è solida. L'Africa latinizzata 
si armonizza con la Sardegna. La tradizione di Lucifero 
Cagliaritano si continua nel v secolo. Gregorio Magno, 
alla fine del vi secolo, ricorda il livello culturale dell'isola. 
Accogliendo facilmente ebrei e cristiani, la Sardegna serba 
caratteristiche lessicali corrispondenti: tali chenàpura per 
« venerdì » e cioè il latino cena pura, per definire il cibo 
preparato la vigilia del giorno festivo, il sabato *. Ma 
nel V secolo sopraggiungono anche i Vandali dell'Africa, 
che confinano Berberi ribelli (Maiirusii) nelle montagne 
del Sulcis, dove i sulcìtani oggi sono detti anche maured- 
dus. Nel VI secolo i Bizantini ristabiliscono collegamenti 
con le regioni orientali, sia pure amministrativamente la- 
sciando i legami africani immutati. Nei secoli seguenti la 
minaccia saracena fu seria, ma mai costante e definitiva. 

Come esempio di parole greche si può ricordare condaghe 
« raccolta di atti pubblici » dal greco kontàkion e, in 
tutt'altro campo, annaccare « cullare », documentato a Bau- 
nei, nella regione centrale, dal greco nakè « culla ». Al- 
l'arabo risale il nome locale di Arbatax (pron. Arbatosg' 
come frc. -age, secondo la normale grafia sarda). Assenti 
i Longobardi come i Franchi, il latino di Sardegna pre- 
senta dunque una realtà demografica e popolare. Dal 
fatto che si sia ben conservato non deriva che esso fu 
imposto dalle scuole o dall'amministrazione, come in Gal- 

' E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio 
romano, Roma 1923, pp. 127; 350. 
' Cfr. Gregor. Magnus, Epist. 4, 23. 
' Wagner, La lingua sarda, p. 32. 



Sardegna 157 

Ha o in Iberia. Se è vero che l'immunità dalle invasioni 
facilita la resistenza e la genuinità della tradizione latina, 
vengono meno altre forze atte a sostenerla. L'avvento bi- 
zantino introduce come lingua letteraria e cancelleresca 
la greca. Quando le autonomie locali si affermano, la 
mancanza di una lingua letteraria disponibile, come era 
il latino sul continente, accelera i tempi per l'impiego della 
lingua sarda come lingua scritta. I documenti latini che, 
ciò nonostante, si conservano sono scritti in una lingua 
tutt'altro che unitaria. Come ha ben detto B. Terra- 
cini, essi vanno da un latino quasi merovingio, diverso 
dal classico ma organico, a un latino oscillante secondo 
i destinatari e gli scribi ^. 

Il carattere essenziale della latinità sarda è l'isolamento, 
che mantiene indiscutibili tratti arcaici meglio che in qual- 
siasi altra regione neolatina. Quando ciò nonostante certe 
innovazioni arrivano, queste collegano la Sardegna piut- 
tosto con l'Italia meridionale e la Spagna, come mostra 
ad esempio il cosiddetto « betacismo » (l'impiego del b- 
invece del v-) già in epigrafi di età romana, p. es. betustus, 
bici '°. I caratteri conservatori trovano talvolta paralleli 
piuttosto nella Gallia e nella Romenia che in Italia. 
Esempi di latinità ben conservata sono così àchina « uva » 
(it. acino), seciis « dietro » (in italiano perduto), caddu 
« pelle di cinghiale » (it. callo), chida (lat. accita) « set- 
timana », interi (lat. interim) « frattanto ». doma « ca- 
sa », Janna (lat. ianua), mannu (lat. ma^nus). Frequenti 
sono le sopravvivenze di albiis « bianco », p. es. nella 
Barbaqia dove arbu « bianco di uovo » si trova qua e là; 
a Bitti si ha imhènnere « trovare » (lat. invenire). 
Significati antichi conservano iubilare per « alzar grida », 
bischidu (lat. viscidus) per « acido », impudìre per « pen- 
tirsi » (lat. pudet). Il tipo latino più arcaico ficàtum per 
« fegato » si trova nella regione campidanese mentre quello 
più moderno fìcatiim è già in quella logudorese, contra- 
riamente alla consuetudine che vede il Campidanese più 
innovativo del Logudorese. Sopravvivenze comuni con la 

' Terracini, Romanità e grecità..., p. 190; v. anche il 6° capi- 
tolo di La lingua sarda. 
'" Terracini in A.G.I. 38, 1936, p. 29. 



158 / dialetti delle regioni d'Italia 

Romania mostrano i tipi edu « capretto » (lat. haedus), 
log. ischire (lat. scire « sapere »), camp, frius (lat. frigus 
« freddo »), log. pràndere (lat. prandère, cfr. it. pran- 
zare) ". 

Per la formazione delle singole tradizioni linguistiche in 
Sardegna è stato importante l'xi secolo nel quale tre ra- 
gioni hanno contribuito ad assestare la situazione: 1) la 
costituzione dei giudicati sardi che posero il problema di 
una lingua cancelleresca; 2) la sconfitta definitiva degli 
Arabi attraverso lo sforzo comune dei genovesi e pisa- 
ni; 3) l'inizio della pressione pisana dalla Corsica e la sua 
affermazione parallela a Cagliari e nel suo immediato re- 
troterra. 

Al di là di questi fatti che hanno inciso nella storia lin- 
guistica della Sardegna direttamente sulle strutture, gli 
eventi posteriori, culturalmente anche più importanti, si 
sono limitati a tracce lessicali esteriori. La pressione spa- 
gnola, durata secoli, lasciò centinaia di elementi lessi- 
cali, ma non deformò la tradizione sarda. L'affermazione 
catalana è maggiore in genere nell'area logudorese, quella 
castigliana nell'area campidanese. Tre esempi di cata- 
lanismi sono ghiggi « giudice », erèu « erede », vighèri « vi- 
cario»; tre di spagnolismi: arcadhe (sp. alcalde) «co- 
mandante (di torre) », autu « atto », pletare (sp. pleitear) 
« litigare » '^. 

Tradizioni non sarde si sono affermate e durano ancora 
ai nostri giorni in due piccole aree. Da una parte si 
ha l'area catalana di Alghero, colonizzata nel secolo xiv, 
dall'altra l'area genovese di Carloforte e Calasetta, risa- 
lente al secolo xvin e costituita da discendenti di profughi, 
che avevano lasciato Genova (precisamente Pegli) nel se- 
colo XVI '^. 



" Cfr. Wagner, La lingua sarda, capitolo 4° e La stratificazione 
del lessico sardo; e G. Porru, Voci latine conservate nel sardo, 
passim. 

'^ Cfr. Wagner, La lingua sarda, capitolo 6°. 

" G. Bottiglioni, L'antico genovese e le isole linguistiche sardo- 
corse in I.D. 4, 1928, pp. 1-60. 



Sardegna 159 

I principali caratteri linguistici che si sono assestati in 
questo quadro, unitariamente o regionalmente, sono i se- 
guenti. Nel campo della fonetica il primo è dato dalla 
chiarezza della pronuncia delle vocali e dalla resistenza 
di quelle non accentate. Ma quello che attesta nel modo 
più appariscente l'antichità della latinizzazione e l'im- 
pronta rimasta definitiva della pronuncia dell'età repub- 
blicana, è dato dal sistema di cinque vocali che ignora 
qualsiasi distinzione di vocali aperte e chiuse. 
Pila è diverso da tela (mentre in italiano abbiamo pelo 
identico a tela e in siciliano pila identico a tila); gala 
è diverso da sole (mentre in italiano abbiamo gola iden- 
tico a sole e in siciliano gala identico a suli). Questo 
equilibrio è stato alterato al tempo dell'influenza pisana 
nel solo territorio sassarese. 

A questo carattere tipico del sardo, che trova un paral- 
lelo in un'area ristretta fra la Basilicata e la Calabria ^*, 
si accompagna un carattere comune all'italiano meridio- 
nale, la metafonia, e cioè la diversa apertura della vocale 
accentata secondo la vocale finale; per essa si dice infatti 
bónu con la o chiusa e bòna con la o operta ^^. 
Per quanto riguarda le consonanti, è importante la con- 
servazione della -s finale, comune alle aree romanze occi- 
dentali, ma non dovuta alle stesse ragioni di preminenza 
delle scuole e delle classi superiori. È un arcaismo ge- 
nuino '^. Questa differenza rispetto all'italiano centro-me- 
ridionale si accentua con la tendenza a evitare le conso- 
nanti finali che pure sono pronunciate con articolazione 
netta. Questo si ottiene talvolta mediante l'aggiunta di una 
vocale supplementare: per esempio nei temi nominali in 
-MENE e -MINI dal lat. -men; o, in fine di fase, sa merula 
cantata « il merlo canta » invece del normale cantat. Pa- 
rallelamente si evitano parole tronche: formule come « chi 
sa » sono adattate in chissàe '"'. 

'* È l'area detta comunemente «zona Lausberg»: cfr. Lausberg, 
Die Mundarten Siidlukaniens, p. 13 sgg. V. Basilicata p. 129, Cala- 
bria pp. 135; 138. 

'^ Sul vocalismo sardo cfr. Wagner, p. 10 sg.; Rohlfs, Coinciden- 
cias linguisticas entre Cerdena y la Italia, p. 171 sgg. 
" Wagner, La lingua sarda, p. 64. 

" Wagner, Historische Lautlehre des Sardischen (= Wagner), pp. 
34; 57. 



160 / dialetti delle regioni d'Italia 

Il fatto più caratteristico del consonantismo è dato però 
dalla conservazione delle consonanti gutturali anche da- 
vanti a E e I, sia pure solo nell'area centrale più appartata, 
ove si pronuncia chelu per « cielo », chera per « cera », 
chircare per « cercare », nuche per noce, deche per « die- 
ci », ghèneru per « genero », leghete per « leggere » ^^. 
Viceversa il consonantismo sardo subisce largamente la le- 
nizione e cioè il passaggio dalla consonante sorda a sonora, 
mentre la sonora in posizione intervocalica cade. 11 gruppo 
di articolo e sostantivo costituisce da questo punto di vi- 
sta un tutto unico per cui si hanno passaggi da ape a abe, 
da laoore a Laore, ma anche da su puzza « il pozzo » a su 
buzzu, e da sa gula « la gola » a sa ala. 
La lenizione si manifesta anche nell'area centro-occiden- 
tale o logudorese, ma non nell'area centrale tipica o nuo- 
rese ^^. Anche nei gruppi di consonanti si ha lo svolgi- 
mento genuino clie tenue a preservare anzi a rallorzare i 
gruppi ui consonante più l, col passaggio a conso- 
narne più r: ma questo passaggio è arrestato e soppian- 
tato, nelle regioni settentrionali, dal trattamento toscano 
cne ai posco della l introduce la i consonante. Si ha così 
prenu centrale e meridionale di fronte a pienu settentrio- 
nale, Jramma di fronte a fiamma, pranu di ironie a pianu ^". 
Una soluzione caratteristica, che risponde a tendenza an- 
ticnissima, arrestata in Itaiia e presente solo in Komenia, 
è queiia^ del gruppo qua, que, qui: « acqua » si dice, as- 
socianuo la normale lenizione sarda della consonante sor- 
da in sonora, abba. Tale il paese di Abbasanta equivalente 
a « Acquasanta ». Così bàttoru per « quattro », chimbe per 
« cinque », limba per « lingua » ^^ 



'* Wagner, p. 72 sgg. 

" Wagner, pp. 65 sgg.; 271 sgg. Sulla mancanza del fenomeno 
nelle zone arcaiche del Nuorese e del Bittese ctr. anche Rohlfs, 
Coincidencias., p. 180 sgg. 

^^ Wagner, p. 153 sgg.; Rohlfs, Coincidencias..., p. 200 sgg. 
^' Wagner, p. 135 sgg.; 268 sg. Il fenomeno rappresenta un'iso- 
glossa soltanto apparente col rumeno (cfr. Tagliavini, Le origini 
dette lingue neolatine, pp. 370 e 391). 11 discusso collegamento con 
fatti di origine osco-umbra è stato ripreso ultimamente dal Pisani 
in // sostrato osco-umbro, cit., p. 159. 



Sardegna 161 

Resti di pronunce preromane sono invece le cosiddette 
consonanti invertite, presenti anche in Sicilia, come solu- 
zione del gruppo latino -ll-. Così cuddu « quello », badde 
« valle », pedde « pelle » ^. Alla stessa fonte risale la scar- 
sa propensione, che del resto è tuttora esistente nel cuore 
della Sardegna, per le iniziali f- e r- ^. 

I caratteri morfologici sono legati in parte a quelli fone- 
tici. La chiara pronuncia delle consonanti finali fa sì che 
sopravvivano forme verbali come cantas, cantai « canti, 
canta », antichi neutri come tempiis, latus, pettus, corpus, 
plurali in -as, -os, importanti d'altro canto in quanto si 
ricollegano al tipo di plurale « romanzo-occidentale » in 
contrapposizione a quello vocalico, « romanzo-orientale », 
comune nei dialetti italiani^''. Carattere fondamentale è 
l'articolo nelle sue quattro forme su, sa, sos, sas di fronte 
ai tipi italiani (il) lo; la; (i) gli; le^. Nella regione del 
Campidano si registrano le forme plurali intermedie is 
per SOS, sas. 

Le coniugazioni del verbo si sono organizzate in modo 
più rigido sulla base tripartita degli infiniti -are -ire, ad 
accentazione piana, ed -ere ad accentazione sdrucciola. 
Quest'ultima coniugazione sottrae verbi importanti anche 
alla coniugazione in -ère e -ire, per es. hènnere « venire », 
mòrrere « morire », aere « avere », bìere « vedere », po- 
dere « potere » ^. I gerundi storici in -ande -ende -inde, 
sopravvissuti nelle regioni centrali, si riducono a due e, 



" Wagner, p. 195 sg.; 279 sgg.; Rohlfs. Coincidencias..., p. 
190 sgg. Cfr. Campania p. 114; Puglia p. 124; Calabria p. 137; Si- 
cilia p. 146. 

" Sulla vocale prostetica premessa a parole inizianti per R cfr. 
Wagner, p. 53 sgg.; Rohlfs, Coincidencias..., p. 195 sgg.; sul di- 
leguo della F iniziale Wagner, p. 91 sgg. e anche Rohlfs, Coinci- 
dencias..., p. 183 sgg. 

" Sulle consonanti finali sarde cfr. Wagner, p. 196; sui plurali 
sigmatici Wagner, Flessione nominale e verbale del sardo antico 
e moderno, p. 97 sgg.; e v. inoltre H. Lausberg, Linguistica ro- 
manza, Milano 1970, pp. 14; 18. 

" Wagner, La lingua sarda, p. 330; Lausberg, Linguistica ro- 
manza, p. 140. 

" Wagner, Flessione..., p. 135 sgg.; Rohlfs, Coincidencias..., p. 
228 sgg. 



162 / dialetti delle regioni d'Italia 

nel Campidanese, al solo -ende, con qualche variante nella 
vocale finale". 

Già negli Statuti sassaresi del xiv secolo si trovano i fu- 
turi perifrastici del tipo aet mitter « metterà » col verbo 
ausiliare che precede, e cioè con la disposizione opposta 
all'italiana « mettere ha ». Così app'àere « avrò » (lette- 
ralmente « ho (a) avere »), amus andare « andremo » (let- 
teralmente « abbiamo (a) andare ») ^^. 
L'imperfetto congiuntivo latino in -aret -eret -iret soprav- 
vive nella Barbagia; nel Logudorese in genere si riduce 
al tipo -eret. Nel Campidanese il tipo in -ss- si impone 
proprio come nell'italiano « avesse », che continua, non 
il normale imperfetto haberet, ma il piuccheperfetto ha- 
buisset '^. 

Il passato remoto originario era in -avi -ivi come in la- 
tino. Poi si sono avute forme in -ai -ii senza v. A partire 
dal XVI secolo compaiono accanto ai perfetti ereditari o 
« forti » quelli in sibilante e quindi, accanto a fegi (it. 
feci) con lenizione, si ha fegisi^. Nel Campidanese nor- 
male e nel Nuorese il passato remoto ha finito poi per 
sparire, soppiantato da quello prossimo. Participi pas- 
sati « forti », ereditati dal latino senza essere inquadrati 
nella coniugazione normale, sono nel Campidanese lintu 
« leccato » (lat. linctus), a Fonni prasu « pranzato » (lat. 
pransiis), a Nuoro bitta « bevuto » da una forma del la- 
tino volgare bibitus^K Forma perifrastica comune è quella 
del genmdio presente col verbo « essere »: so' benninde 
« son venendo » ^2. È da notare poi l'imperativo negativo 
derivato dalla formula « ne cantas » di fronte al tipo « noli 
cantare » diffuso nella zona italiana ^^. 
Tratto sintattico caratteristico è la precoce affermazione 
dei tipi « Pietro lo vide Paolo » con il complemento oggetto 
iniziale e ripetuto dal pronome^. 

" Wagner, Flessione..., p. 148 sgg.; Rohlfs, Coincidencias..., p. 

227 sg. 

^ Lausberg, Linguìstica romanza, p. 216 sg. 

" Wagner, Flessione..., p. 8 sgg. 

^ Wagner, Flessione..., p. 11 sgg. 

^' Wagner, Flessione..., p. 23 sgg. 

'^ Wagner, La lingua sarda, p. 375 sgg. 

" Wagner, La lingua sarda, p. 374 sg. 

^ Wagner, La lingua sarda, p. 378 sgg. 



Sardegna 163 

L'interesse che riveste il lessico non solo nell'ambito ita- 
liano, ma anche in quello più vasto della linguistica 
romanza è dato in gran parte dalla eccezionalità della sua 
stratificazione. Il carattere arcaico di questa area, che 
abbiamo già notato soprattutto nella fonetica e partico- 
larmente nei dialetti centrali, è quello di un territorio ri- 
masto sostanzialmente chiuso alle influenze straniere, le- 
gato a una tradizione che può significare evoluzione in- 
terna, senza connessioni con lo sviluppo dei territori cir- 
costanti. Si spiegano così i numerosi termini da riferire al 
sostrato e soprattutto l'arcaicità del lessico latino che tal- 
volta si perpetua solo nell'isola e spesso conserva qui si- 
gnificati antichissimi, con trapassi semantici di carattere 
involutivo, dall'astratto al concreto, consoni all'ambiente 
rustico e pastorizio. Mancarono nell'antichità le solleci- 
tazioni di civiltà viciniori, al di fuori di quella punica; 
manca un vero apporto del superstrato germanico, men- 
tre quello greco-bizantino è rilevabile soprattutto nella lin- 
gua cancelleresca. Esagerando — e nonostante i numerosi 
italianismi, soprattutto toscanismi, che avremo modo di 
rilevare — si può dire che l'unica vera solida impronta 
data al lessico della regione dopo la latinizzazione sia stata 
quella catalano-castigliana, relativamente tarda. 
Proviamo a cogliere questa stratificazione e a notare la 
portata diversa delle connessioni con aree linguistiche at- 
traverso l'esame di singoli termini. Le affinità lessicali con 
la penisola iberica, per esempio, si pongono su tre piani 
distinti: quello del sostrato prelatino per cui parole sarde 
sono riscontrabili con vocaboli baschi o affioranti come 
relitti nei dialetti spagnoli (è il caso di aiirri « carpine », 
riscontrabile oltre che in basco anche in berbero, di 
giddostru « scopa arborea » che si confronta col basco 
gillar, di bega « pianura coltivabile » per cui è immediato 
l'avvicinamento allo spagnolo vega, di mogoru « colli- 
netta » che nel basco è mokór, di arroja che si pone 
vicino ad arrugia testimoniato come iberico da Plinio) ^^; 
quello della comune eredità latina che in certi casi si con- 



^' Cfr. HuBSCHMiD, Sardische Studien, pp. 29; 38; 49 sgg.; 67 sgg. 
V. anche la recensione del volume a cura di C. Battisti in Studi 
Etruschi 33, 1954, pp. 472-484. 



164 / dialetti delle regioni d'Italia 

serva solo nelle due zone (come per later che dà il camp. 
làdiri e lo spagnolo ladrillo, come per percontare da cui 
si hanno il logud. pregontare, il camp, pregontai, il pre- 
gimtar spagnolo, il perguntar portoghese) ^; infine quello 
di una vera e propria penetrazione di termini catalani 
e spagnoli al tempo della dominazione dell'isola, termini 
che si riferiscono soprattutto all'amministrazione e al di- 
ritto, alla vita religiosa, alle arti e mestieri, alla moda e 
alla cucina; soprattutto, ma non esclusivamente, se « cul- 
la » è nella zona centrale e meridionale barzolu, brazzolu 
pari al catalano bressol ^^ (mentre il verbo annaccare « cul- 
lare », già citato, ci conserva presumibilmente il tipo naka 
derivato dal greco e esteso a tutta l'Italia meridionale) ^, 
I rapporti con l'Italia meridionale sono stati studiati par- 
ticolarmente dal Rohlfs ^^: per quanto riguarda il lessico 
i numerosi confronti sono però da classificare diversamente, 
anche se non è facile in questo caso, per motivi storici, 
giungere a una tripartizione così rigorosa come per la 
penisola iberica. Così sono importanti isoglosse come cras 
sardo accanto al crai o craje meridionale e di fronte al 
tipo DE-MANE diffuso nel resto dell'Italia e in Francia *^, 
come sa die (femminile!) accanto alle forme meridionali 
di, dia, deje, anche se queste sono state ormai soppiantate 
dal non indigeno diurnu; mentre i confronti per achina 
« uva », documentata in glosse latine e già creduta parola 
specifica del sardo, sono da ricercare soltanto in una zona 
ristrettissima, press'a poco la zona arcaica al confine cala- 
bro-lucano, e portano quindi a conclusioni completamente 
diverse '*^ 

Ai generici legami con le altre parti dell'Italia, che pos- 
sono risalire al periodo preromano (cfr. muteclu « cisto » 
che si collega con mutuka, attribuito da Dioscoride agli 
Etruschi) o alla romanizzazione, si sovrappongono nel 
Medioevo quelli dovuti ai contatti rispettivamente con Ge- 



^ Wagner, La lingua sarda, p. 122 sgg. 

" Wagner, La lingua sarda, p. 195 sgg. 

" Wagner, La lingua sarda, p. 155 sg.; cfr. ATS carta 61. 

^' V. il lavoro più volte citato Coìncìdencias..., alle pp. 238-264. 

« Cfr. AIS carta 347. 

*' Cfr. AIS carta 1313; sulle diverse parole sarde per «uva» cfr. 

Wagner, La stratificazione del lessico sardo, p. 57 sgg. 



Sardegna 165 

nova per la zona del sassarese e con Pisa per la Gallura 
e soprattutto per il Campidano. Esempi di toscanismi sono 
dati da bezzii (logud.), hecciu (camp.) « vecchio » che ha 
quasi completamente sostituito l'originario veclii, e da 
giovanu che ha sostituito novu ''^; esempi di genovesismi il 
carrugiu gallurese, « vicolo stretto », e il zea sassarese che 
ripete il genovese gea « bietola » ''^. Ma il legame politico 
stabilito in questi ultimi secoli con l'Italia ha portato al- 
l'introduzione sempre più vasta di vocaboli dell'italiano 
letterario. 

La parte più interessante del lessico sardo è certo quella 
che conserva, talvolta, come si è detto in maniera esclusiva, 
vocaboli genuinamente latini. A quelli già citati nella pri- 
ma parte della trattazione si possono aggiungere ehba 
« cavalla », iuba « criniera », Ungere « leccare » '^', inoltre 
cunzare « chiudere » da cuneare « metter zeppe » che ha 
un'evoluzione parallela in romeno; lu « pergolato » che 
sembra continuare Incus; madri che si alterna secondo le 
zone con mardi nel significato di « scrofa »; porcabru, con- 
taminazione di porcus e di aper nel senso di « cinghiale », 
diffuso nell'area settentrionale''^, mentre la forma meridio- 
nale sirboni è di etimologia controversa. Significativo è il 
rinvenimento a Isili di nozzu « elemosina di un po' di 
grano » dal latino negotium ^, che mostra una concretizza- 
zione di significato come appeddare (lat. appellare) che 
vale « abbaiare » e goddeu « crocchio di persone, gruppo 
di casolari » dal lat. collegium. Ma a un'indagine siste- 
matica '*'' si rivelano altre parole latine che solo qui hanno 
trovato una continuazione diretta: armile da agnile « luogo 
dove stanno gli agnelli » (con un passaggio tipico del nesso 
latino gn), log. cojuare « sposarsi » da coniugare, log. boi- 
narzu, camp, boinaggiu « bovaro » da un ricostruito *bo- 



*^ Wagner, La lingua sarda, pp. 70 sg.; 248 sgg. 
" Wagner, La lingua sarda, p. 262 sgg. 
** AIS carte 1062, 1064, 1100. 

*^ Wagner, La stratificazione del lessico sardo, pp. 10 sgg.; 35; 
55; 60. 

^ M. L. Atzori. in Studi Sardi 4, 1939, p. 136; Wagner, La lin- 
gua sarda, p. 91 sg. 

*'' Un'indagine di questo genere era stata iniziata da G. Porru, in 
Voci latine conservate nel sardo. 



166 / dialetti delle regioni d'Italia 

vinarius, mentre d'altra parte casi come poddige (lat. 
pollice) "^ « dito », narre « dire », stimai « amare », mo- 
strando evoluzioni semantiche particolari, inducono a ri- 
flessioni sugli aspetti contrastanti di questa parlata. 

I giudizi degli autori medievali sulla parlata sarda concor- 
dano nel considerarla strana. Un personaggio della tenzone 
bilingue di Rambaldo di Vaqueiras dice''^: 

No t'endent plui d'un Toesco 
o Sardo o Barbari. 

Fazio degli liberti nella parte del Dittamondo in cui tratta 
della Sardegna^: 

Io viddi che mi parve meraviglia 
una gente ch'alcuno non intende 
né essi sanno quel ch'altri bisbiglia. 

In forma ancor piiì personale, Dante ^' dice dei sardi che 
imitano « la grammatica (latina) come le scimmie gli uomi- 
ni », e difatti dicono domus nova e domus novus per 
« casa nuova ». 

Ma qualsiasi racconto di viaggio in Sardegna insiste sulla 
somiglianza col latino e cita del resto come prova, non 
tanto della singolarità del sardo quanto della sua aderenza 
al latino, la frase columba mea est in domu tua o nos 
semus tres pastores o anche domu minore core mannu 
(« casa piccola cuore grande »). 

Tre campioni di parlari sardi sono tratti come al solito dal 
Papanti^^: 

Da Bitti (Nuoro) : Naro eduncas, qui in sos tempos de su 
primu Re de Cipri, pustis sa conquista fatta de sa Terra 
Santa dae Gottifrè de Buglione, est successu, chi una si- 
gnora, dama de Guascogna, andesit in pellegringiu a su 
Sepulcru, dae umbe torrande, arribata in Cipri, fuit dae 

"' AIS carta 183. 

^' Raimbaut de Vaqueiras, Contrasto, 6. 

^ Fazio degli Uberti, Dittamondo, III, 12 55-57. 

" De vulgari eloquentia, I, 11, 7. 

" / parlari italiani in Certaldo, pp. 437 sg.; 150; 441 sg. 



Sardegna 167 

alcunos homines birbantes cum malos modos oltraggiada. 
(A cura di S. Palmas). 

Da Cagliari: Nau duncas che in is tempus de is primus 
Reis de Cipri, a pustis de sa conchista fatta de sa Terra 
Santa dai Gottifrè de Buglioni, accontéssidi chi una gen- 
tili femina de Guascogna andesidi in pellegrinaggiu a su 
Sepulcru, torrendi da inni arribada a Cipri, esti istetia 
rusticamenti ofTendia da algunus iscelleraus. (A cura di 
Giovanni Spano). 

Da Sassari: Diggu addunca chi in li tempi di lu primu Re 
di Cipri, dabboi di la conchilta fatta di la Terra Santa da 
Gottifrè di Buglioni, suzzidesi chi una gentili femmina 
di Gualcona andesi in pilligrinaggiu a lu Sipulcru, da 
inni turrendi, arribadda in Cipri, da alcuni omini iscelle- 
raddi fusi villanamenti oltraggiadda. (A cura di Giovanni 
Spano). 

Dai Sos cantigos de Ennargentu di Antioco Casula pren- 
diamo una quartina ^^: 

Fiera e ruzza in mesu a sos castanzos 
seculares, ses posta o bidda mia; 
attaccada a sos usos de una ia, 
generosa, ospitale a sos istranzos. 

(Fiero e rozzo in mezzo ai castagni 
secolari sei posto villaggio mio 
attaccato agli usi di una volta 
generoso, ospitale agli stranieri). 



" A. Casula, Sos cantigos de Ennargentu, Cagliari 1922, p. 13. 



INDICI 



INDICE DEI NOMI GEOGRAFICI 



Abruzzo, 117, 121, 125, 126 
Acerno (Salerno), 111, 116 
Acquapendente (Viterbo), 83 
Agnone (Campobasso), 100, 101, 

102, 105, 105 
Agrigento, 147 
Alagna Valsesia (Vercelli), 1 
Aiba (Cuneo), 2 
Alberobello (Bari), 123 
Alessandria, 5, S 
Alfedena (L'Aquila), 95 
Alto-Adige, 46 
Alghero (Sassari), loi> 
Amandola (Ascoli Piceno), 73, 

76, 81 
Amato (Catanzaro), 136 
Amelia (Terni), 81, 83 
Amiata, 65, 81 
Amiterno (L'Aquila), 95 
Ampezzo (Carnia), 53, 138 
Ancona, 54, 72, 73, 74, 75, 77, 

138 
Andria (Bari), 123 
Anversa (L'Aquila), 102 
Aquila, 95, 96, 105 
Aquileia (Udine), 2, 31, 48 
Arbatax (Nuoro), 156 
Arcevia (Ancona), 74 
Arco (Trento), 46 
Arezzo, 65, 71 
Arpino (Napoli), 91 
Ascoli Piceno, 72, 73, 75, 76, 77, 

81, 83 
Assisi (Perugia), 81, 82, 83 
Auronzo (Belluno), 30 
Avellino, 118 

Badia (Val Gadera), 47 
Bagnoli del Trigno (Campobas- 
so), 106 
Bari, 125 

Barletta (Bari), 123 
Basilicata, 140, 159 
Baunei (Nuoro), 156 
Bedonia (Parma), 10 
Bellante (Teramo), 97 
Belluno, 33 



Benevento, 119, 121 
Bergamo, 21, 25 
Bevagna (Perugia), 81 
Bitonto (Bari), 123, 124, 125 
Bitti (Nuoro), 157, 166 
Bologna, 54, 56, 57, 59, 61 
Bolzano, 41, 45 
Borgia (Catanzaro), 141 
Borgo Valsugana (Trento), 46 
Bormio (Sondrio), 24 
Bova (Reggio Calabria), 136, 140 
Brennero (Bolzano), 41, 46 
Brescia, 21 

Bressanone (Bolzano), 42 
Brindisi, 76, 121, 122 
Bronte (Catania), 147, 148 
Bucchianico (Chieti), 100, 105 
Budrio (Bologna), 62 

Cadore, 30 

Cagliari, 158, 167 

Calabria, 87, 96, 107, 109, 110, 
116, 117, 129, 132, 133, 143, 
146, 149, 150, 159 

Calasetta (Cagliari), 158 

Caltanisetta, 147 

Calvi (Benevento), 114 

Camerino (Macerata), 72, 73, 76, 
81 

Campania, 65, 87, 89, 96, 125, 
133, 147 

Campobasso, 101 

Campofilone (Ascoli Piceno), 76 

Canton Ticino, 20 

Carloforte (Cagliari), 158 

Carovigno (Brindisi), 122 

Carsòli (L'Aquila), 95 

Carrara (Massa Carrara), 54, 65 

Casale (Mantova), 1, 20 

Caserta, 114 

Cassano (Cosenza), 135 

Castel del Monte (L'Aquila), 97 

Castellammare del Golfo (Trapa- 
ni), 152 

Castelli (Teramo), 105 

Castelmezzano (Potenza), 130 

Castro dei Volsci (Prosinone), 91 



172 



Indice dei nomi geografici 



Castroreale (Messina), 147 

Castrovillari (Cosenza), 135, 141 

Catania, 147 

Catanzaro, 135, 137, 138, 141 

Cavalese ,Trento), 44 

Cefalìi (Palermo), 147 

Celano (L'Aquila), 104 

Cerignola (Foggia), 124, 125 

Cervara (Roma), 92 

Cerreto (Cosenza), 141 

Chianti, 48 

Chiavari (Genova), 10, 12 

Chieti, 96, 97, 98, 99, 102 

Chieuti (Foggia). 120 

Chiusi (Siena), 65 

Chizzola (Trentino Alto-Adige), 

47 
Cilento, 109, 110, 114, 130 
Cimolais (Pordenone), 52 
Cingoli (Macerata), 72, 75 
Città di Castello (Perugia), 81, 

84, 85, 86 
Cles (Trento), 46 
Colforito (Perugia), 72 
Colle della Maddalena (Torino), 2 
Colli Albani, 87, 91 
Colle Sannita (Benevento), 118 
Como, 21 
Comelico, 30 

Condofuri (Reggio Calabria), 140 
Conidoni (Catanzaro), 137 
Contessa Entellina (Palermo), 151 
Corsica, 68, 156, 158 
Cortina d'Ampezzo (Belluno), 30 
Cosenza, 138, 141 
Cremona, 21, 31 
Cropani (Caltanisetta), 141 
Crotone (Caltanisetta), 136, 139 
Cupra Marittima (Ascoli Pice- 
no), 72 
Cupra Montana (Ancona), 72 
Cuneo, 2 

Diamante (Cosenza), 135 



Fermo (Ascoli Piceno), 72, 75, 76 

Ferrara, 34, 57, 58 

Fiorenzuola (Piacenza), 56 

Firenze, 54, 56, 65, 66, 70 

Foggia, 120 

Foligno (Perugia), 72, 81, 82 

Fondo (Trento), 42, 43 

Fonni (Nuoro), 162 

Force (Ascoli-Piceno), 73 

Forlì, 63 

Formia (Latina), 94 

Formicola (Caserta), 114, 117, 

118, 
Forni Avoltri (Udine), 52 
Fortore (fiume), 120 
Fossato (Perugia), 84 
Francavilla di Sicilia (Messina), 

150 
Francavilla Fontana (Brindisi), 

124 
Fossombrone (Pesaro e Urbino), 

79 
Friuli, 8, 38, 41, 48, 49 

Gallicchio (Potenza), 110 
Gallo (Caserta), 111, 113, 117 
Garcssio (Cuneo), 1, 7 
Garfagnana, 5 
Gela (Caltanissetta), 147 
Genova, 10, 14, 17, 54, 60, 158, 

164 
Gerace (Reggio Calabria), 137 
Gessopalena (Chieti), 106 
Giarratana (Ragusa), 148 
Gorizia, 53 

Gressoney (Val d'Aosta), 1 
Grosseto, 138 
Grottammare, 75, 76, 
Grumento (Potenza), 128, 134 
Gualdo (Perugia), 84 
Guardia Piemontese (Cosenza), 

141 
Guardiagrele (Chieti), 97, 98 
Gubbio (Perugia), 81, 84 



Emiha, 1, 6, 25, 30, 33, 49, 76, 

151 
Empoli (Firenze), 66 
Enna, 147, 152 
Erba (Como), 28 
Erto (Pordenone), 52 
Esino (fiume), 54, 73, 96 

Fabriano (Ancona), 72, 75, 
Facto (Foggia), 118 
Fano (Pesaro-Urbino), 74 
Feltre (Belluno), 34, 40 



Iesi, 72 

Jntrodacqua (Sulmona), 100, 101 

Isonzo, 38 

Ischia (Napoli), 112, 113 

Ivrea (Torino), 2, 6, 21 

Lago di Garda, 20, 30 
Lago Maggiore, 16 
Lamezio (golfo), 136 
Lanciano (Chieti), 99, 102 
Lanzo (Torino), 6 
La Spezia, 14 



Jtulice dei nomi geografici 



173 



Latisana (Udine), 34 

Lazio, ò4, 65, 77, 80, 83, 96, 

110, 117 
Lecce, 122, 124, 125, 126 
Liguria, 1, 2, 4, 25, 55, 57, 59, 

115, 146 
Livenza (fiume), 30, 32, 35, 37, 

38. 49 
Lodi (Milano), 21 
Lombardia, 1, 4, 30, 33, 37, 49, 

55, 56, 57, 59, 62 
Lucania, 87, 96, 110, 116, 117. 

124, 128, 130, 135 
Lucca, 56, 64, 66 
Lucerà (Foggia), 95, 117, 121, 

123 
Luni (La Spezia), 64 
Lunigiana, 54, 65 

Macerata, 73, 75, 76. 81 
Macugnaga (Novara), 1 
Malcèsine (Verona), 30 
Manfredonia (Foggia), 121 
Mantova, 20, 30, 54 
Maniago Clauzetto (Pordenone), 

52 
Maratea (Potenza), 130, 131, 135, 

135 
Marche, 27, 55, 78, 80, 82, 92, 

102 
Marradi (Firenze), 54 
Martina Franca (Taranto), 123 
Massa, 65 

Maidica (Macerata), 72 
Matera, 128, 129, 130, 133 
Melissa (Catanzaro), 117 
Melito di Porto Salvo (Reggio 

Calabria), 141 
Messina, 115, 143, 147, 152 
Mezzolombardo (Trento), 41, 44 
Milano, 1, 2, 21, 22, 25, 26, 28, 

51, 49, 54, 56 
Milazzo (Messina), 147 
Mincio, 20 
Modena, 57, 58, 59 
Modica (Ragusa), 152 
Molfetta (Bari), 123 
Molise, 120 
Monferrato, 5, 151 
Monginevro, 5 
Montalto (Modena), 76 
Monte di Precida (Napoli), 112, 

114 
Montefalcone (Ascoli Piceno), 75, 

81 
Montefnsco (Avellino). 114 
Montcprandone (Ascoli Piceno), 

76 



Muggia (Trieste), 48, 52, 53 
Murazzano (Cuneo), 9 



Napoli, 110. HI, 113, 114. 115, 
118, 119. 144, 147. 149 

Narni (Terni), 80 

Nepi, (Viterbo), 64 

Nicastro (Catanzaro), 141 

Nicosia (Enna), 150 

Nocera (Perugia), 84 

Norcia (Perugia), 81, 82, 83, 84, 
85, 86 

Novara, 9, 25 

Novara di Sicilia (Messina), 150 

Novi Ligure (Alessandria), 1, 10 

Numana (Ancona), 72 



Oltrepò, 20 

Omignano( Salerno), 111, 116, 

117, 118 
Orsogna (Chieti), 97 
Orte (Viterbo), 81 
Orvieto (Terni), 83 
Qsimo (Ancona), 72 
Ossola, 151 
Ostuni (Brindisi), 126 
Otricoli (Terni), 80, 81 

Padova, 35, 36, 38 

Paganica (L'Aquila), 97 

Palagiano (Taranto), 112 

Palazzo Adriano (Palermo), 151 

Palermo, 144, 147 

Falena (Chieti), 102 

Palestrina (Roma), 88 

Palizzi (Reggio Calabria), 140 

Panaro (fiume), 57 

Paracorio, 134 

Parma, 54, 56, 61, 62 

Patti (Messina), 150 

Pavia, 20, 22, 54 

Pedaso (Ascoli Piceno), 76 

Pegli (Genova), 164 

Penne (Pescara), 102 

Pergola (Pesaro e Urbino), 74 

Perugia, 80, 82, 84 

Pesaro, 72. 73, 77 

Pescara, 95 

Pescasseroli, 102 

Pescolanciano (Isernia), 105 

Pescomaggiore (L'Aquila), 105 

Piacenza, 11, 21, 54, 56, 61 

Piana degli Albanesi (Palermo), 

151 
Piave, 30, 34. 55 
Piazza Armerina (Enna), 150 



174 



Indice dei nomi geografici 



Piceno, 95 

Picerno (Potenza), 131, 152, 133, 

134 
Piemonte. 20, 23, 24, 25, 49, 55, 

57, 59, 62, 84 
Pietrasanta (Lucca), 70 
Pigna (Imperia), 14 
Pitigliano (Grosseto), 70 
Po, 21, 30, 34, 54, 55 
Polesine, 36 
Polla (Salerno), 128 
Pont Saint Martin (Aosta), 1 
Pontremoli (Massa Carrara), 71 
Portogruaro (Venezia), 49 
Porto S. Giorgio (Ascoli Piceno), 

76 
Porto Torres (Sassari), 156 
Poschiavo, 20, 24 
Postumia, 2 
Potenza, 130, 131 
Potenza Picena (Macerata), 72 
Pozzuoli (Napoli), 107, 112 
Pragelato (Torino), 8 
Predazzo (Trento), 43, 44 
Procida (Napoli), 110 
Puglia, 87. 95, 107, 116, 117, 

130, 150 



Quero (Belluno), 34 



Ragusa, 147 

Ravenna. 55 

Reggio Emilia, 61 

Reggio Calabria, 136, 140, 143 

Rieti, 81, 85, 94 

Rimini (Forlì), 2, 11, 72 

Ripatransone (Ascoli Piceno), 78 

Roccaforte (Reggio Calabria), 140 

Roghudi (Reggio Calabria). 140 

Roma, 4, 11, 38. 56, 57, 65, 72, 

121, 144, 147, 149 
Romagna, 36, 37, 50, 74 
Rovereto (Trento), 43, 44 
Rovigno, 36 
Rovigo, 33, 40 
Ruvo (Bari), 123, 129 



Salente (Puglia), 120, 121, 122, 

124, 146. 147 
Salerno, 107, 114, 118, 128 
Salorno (Bolzano), 41 
Saluzzo (Cuneo), 6 
Sangro, 98 
Sannio. 121 
San Vito (Chieti). 98 
Sardegna, 102, 103, 109, 129, 135 



Sarzana (La Spezia), 14, 19 

Sassari, 167 

Sassello (Savona), 18 

Savona, 2 

S. Agata Feltria (Pesaro), 78 

S. Arcangelo (Potenza), 1 10 

S. Benedetto (Ascoli Piceno), 75, 

76 
S. Chirico Raparo (Potenza), 117, 

129 
S. Daniele del Friuli (Udine), 55 
S. Demetrio Corone (Cosenza), 

141 
S. Eufemia Lamezia (Catanzaro), 

136 
S. Fratello (Messina), 150, 152 
S. Giovanni Rotondo (Foggia), 

127 
S. Omero (Teramo), 102 
S. Severino (Macerata), 75 
Scanno (L'Aquila), 100 
Scheggia (passo), 72, 80, 84 
Senigallia (Ancona), 55, 72, 73, 

74 
Senise (Potenza), 134 
Sestola (Modena), 57 
Sicilia, 13.87, 107, 109, 115, 116, 

135, 138, 139, 140, 161 
Siena, 65, 68 
Siponto (Foggia), 121 
Siracusa, 147 
Sondrio, 28 
Sora (Frosinone), 92 
Spezzano Albanese (Cosenza), 

141 
Spoleto (Perugia), 80, 83, 84 
Strongoli (Catanzaro), 141 
Subiaco (Roma). 91, 92 
Sulmona (L'Aquila), 97, 101, 102 



Taggia (Imperia), 18 

Taormina (Messina), 150 

Taranto, 121, 122 

Taro, 56 

Teana (Potenza), HO 

Tenda, 1, 10 

Teramo, 97. 98, 99, 102 

Terni, 81, 83 

Terracina (Latina), 91 

Tevere, 65. 80, 87, 96 

Ticino, 20, 22 

Tirolo, 46 

Tito (Potenza), 131, 133, 154 

Todi (Perugia). 81, 82, 85 

Tolentino (Macerata), 72 

Tolmezzo (Udine), 48 

Torino, 1, 2, 9 



Indice dei nomi geografici 



175 



Tortona (Alessandria). 2, 1 1 
Toscana, 10, 16, 51, 55, 55, 55, 

59,60,62,80,84,86,89, 112, 

115, 116, 117. 124 
Treni (Bari), 125 
Trapani, 147 
Trasimeno, 84 
Treccliina (Potenza), 151 
Treia (Macerata), 46 
Trento, 20, 41 

Trentino Alto Adige, 50, 57 
Trevi (Perugia), 82 
Treviso, 55 
Trieste, 48, 52 
Tronto, 76 
Tropea (Catanzaro), 141 

Udine, 50 

Umbria, 4, 65, 75, 74, 77 

Urbino. 72 

Useddus (Cagliari), 155 

Usseglio (Torino), 8 

Val Bregaglia, 20 
Val Calanca, 20 
Val Gàdera, 42, 45, 44 
Val Gardena, 42, 45 
Val Lagarina, 41 
Val Mesolcina, 20 
Val Monastero, 44 
Val Pusterìa, 46 
Valsecca (Bergamo), 28, 
Val Soana, 8 
Valsugana, 56, 41, 42, 45 
Val Venosta, 42, 46 
Val d'Adige, 41 



Val d'Aosta, 1, 8 

Val di Cembra, 44 

Val di Fassa, 42, 44 

Val di Magra, 10 

Val d'Isarco, 41 

Valle del Fersina, 41 

Valle del Rienza, 41 

Valle del Tanaro, 10 

Valle del Taro, 10, 54 

Valle dell'Aterno, 96, 97, 98 

Valle dell'Avisio, 41 

Valli Giudicarle, 41, 45 

Valli Valdesi (Torino), 1 

Vasto (Chieti), 97, 98, 100, 101 

Velletri (Roma), 89. 92 

Veneto, 8, 27, 49, 50, 59, 62, 96 

Venezia, 55, 54, 55, 57, 58, 60 

Venezia Giulia, 51, 48 

Venosa (Potenza), 95, 121, 128 

Vercelli, 1, 2, 5, 20 

Verona, 22, 54, 40 

Versilia, 65 

Via Appia, 107, 109, 110, 128, 

129, 150, 152 
Via Aurelia, 1 1 
Via Claudia Valeria, 96 
Via Emilia, 2 
Via Flaminia, 11, 64, 72, 74, 

80, 81 
Via Salaria, 72, 81 
Vibo Valentia (Catanzaro), 155, 

157 
Vico del Gargano (Foggia), 125 
Vigo di Fassa (Trento), 44 
Vinadio (Cuneo), 1, 8 
Voghera (Pavia), 28, 54 
Volturno, 107 



N. B. Per i nomi di regione si danno solo le citazioni di pagine non 
concernenti la regione stessa. 



INDICE FONETICO 



a '> d, \. Palatalizzazione di 

a y a negli Infiniti P coniug. 
V. Palatalizzazione di 

accentazione, 55, 58, 98 

accento musicale, 18 

accento spostato, v. Spostamento 
della sede dell'accento e Dit- 
tongo ùe - ìe 

accento su vocali finali, v. Vocali 
finali accentate 

a < e chiusa, v. e chiusa > 

a <. e aperta, v. e aperta > 

a > eu, V. Palatalizzazione e 
Frangimento di 

a finale cade, v. Caduta di 

a finale > è, v. Vocali indistinte 

a finale mutata per nietafonia, 
V. Metafonia di 

affricate, 67 

ago < aco suffisso, v. Lenizione 
di suffisso 

ai < e chiusa, v. Frangimento 
vocalico metafonetico di 

ai < e chiusa, v. Frangimento 
vocalico di 

-a- interna > e per 7 finale, v. 
Metafonia di 

ako > ago suffisso, v. Lenizio- 
ne di 

-an terminazione, v. Terminazio- 
ne in 



anafonesi (/, u invece di e, o 
in fiorentino), 66, 91 

analogia, v. Sviluppi analogici, 
V. anche Part. Pass, analogico 
in Indice Morfologico 

anaptissi, v. Vocali di appoggio 
a K o chiusa, v. Ditton- 
gazione di 

a < o prctonica, v. Apertura 
di vocali protoniche 

apertura di 'i - u, 76 

apertura di vocali protoniche, 1 1 1 

apertura di vocali protoniche, 
> a, 111, 112 

apofonia latina, 89 

ar- prefisso < ri-, v. Metatesi dì 

-ar atono > er nei futuri, 66, 
V. anche Futuro in Indice 
Morfologico 

-aria suffisso > ar, er, v. Suffis- 
so in 

-aria suffisso > aio -, v. Suffisso 
in 

-ariu suffisso > aru -, v. Suffis- 
so in 

-arili sufiisso > er{u) -, v. Suf- 
fisso in 

aspirazione di / iniziale > h, 
139 

aspirazione di s iniziale > h, 
25, 43 

aspirazione e spirantizzazione 
toscana, 66; fig. 7 



Indice fonetico 



177 



assibilazione, 4, 42, 43, 60; fig. 1 
di e davanti ad e - i > s, 
23, 34. 42, 52 
di g davanti ad e - i > s 4, 
23, 34, 42, 43, 74 

assimilazione di 

et > », 13, 23, 32, 59; fig. 2 

> t 23, 24, 32, 59 

Id > //, 74, 75, 92, 101, 128 

mb > mm 74, 75, 82, 92. 

102, 116, 138 

nd > un 68, 74, 75, 82, 92. 

101, 115, 124, 128, 138, 147; 

fig. 8 

assimilazione progressiva, 75, 115 
V. anclie Assimilazione di mb, 
nd > mm, nn, v. anche 
Gruppi 

au < o chiusa, v. Dittongazione 
di o chiusa 

àu < o chiusa, v. Frangimento 
vocalico di 

eia < o chiusa, v. Frangimento 
vocalico di 



bb < qii - gu, V. QU > bb 

b iniziale > bb, v. Rafforza- 
mento di consonante iniziale 

b iniziale > v, 92, 101, 113, 157 

bi < bl, v. Palatalizzazione di 

bl > bi, v. Palatalizzazione di 

> gi, V. Palatalizzazione di 
Gruppo 

> /, V. Palatalizzazione di 
Gruppo 

bl conservato, v. Mantenimento 
di gruppo gl- 

br > vr, 113 



ca - che - clii < qua - que - qui, v. 
Perdita di elemento velare 

cacuminali, v. Sviluppo di suoni 
cacuminali. 

e intervocalivo > g, v. Lenizio- 
ne di 



e dinanzi ad e, i > s, v. Assi- 
bilazione di 

e dinanzi ad e, i > tlì 34 

caduta di consonanti 12 

di -d- intervocalico < leni- 
zione 22 

di g- iniziale dinanzi ad a 
114 

di -/- intervocalica, v. Cadu- 
ta di r 

di -/(-//) dopo vocale e da- 
vanti ad o-e 151 
di nasale in sillaba finale 25, 
36, 43 

di -p- intervocalica per leni- 
zione, V. Lenizione e caduta 
di 

di -;•-(-/-) intervocaliche 12, 
14 

di s finale 159 
di / intervocalica per lenizio- 
ne, V. Lenizione e caduta di 
di V iniziale 25 
di V intervocalico 11 

caduta di vocali 
di -a finale 26 

di -e, -o dopo r e dopo con- 
sonante momentanea 33; 34 
di e, -o finali dopo nasale, 3, 
11, 33 

di -/ finale nel plurale 59 
di -o finale dopo suffisso 
-e/(/o) 53 

di -o finale in parole bisilla- 
biche 34 

di protoniche 14, 20, 58, 74 
di postoniche 58, 74 
di vocale finale (in genere) 
44, 50, 59, 98 

di vocale finale diversa da a, 
2, 3, 11, 22, 33, 55, 110 
cf. anche Part. Pass, in Indice 
Morf. 

caduta di sillaba finale, 3 

chj < pi, V. Palatalizzazione di 
gruppo 

che < que, v. Perdita di ele- 
mento velare 
cf . anche ca - chi < qua - qui 

chi < qui, V. Perdita di elemento 
velare 
cf . anche ca - che < qua - que 



178 



Indice fonetico 



ci > e, V. Palatalizzazione di 
Gruppo 

ci > chi, V. Gruppo 

ci > cclij, V. Gruppo 

ci > cchj > cc/z > ccj, V. 
Gruppo 
cf. anche Gruppo cons. + / 

consonante finale rafforzata per 
caduta di vocale finale, v. Raf- 
forzamento di 

consonanti doppie, 4, 18, v. Scem- 
piamento di 

consonanti iniziali rafforzate, v. 
Rafforzamento di 

conson. intervocaliche lenite, v. 
Lenizione di 

et > e, V. Palatalizzazione di 

et > it., V. Gruppo 

et > tt, V. Assimilazione 

et > ht, V. Dissimilazione di 

e < tr, V. tr > e: v. Sviluppo di 
suoni cacuminali 

cv < qu, V. gruppo qu 



d < l, y. l 

J > /, 113 

d > t, 101 

d - iniz. > add, v. Rafforzamen- 
to di 

dd < //, V. Sviluppo di suoni 
cacuminali 

d intervocalico cade per lenizio- 
ne, v. Caduta di 

dileguo di / < palatalizzazione, 
33 

d lenita, v. Lenizione di 

discendente, pronuncia, v. Pro- 
nuncia discendente 

dissimilazione di gruppo et > 
ht, v. Gruppo 



distinzione tra o chiusa e o aper- 
ta,. 122 

distinzione di vocali aperte e 
chiuse 120, 130 

distinzione tra u aperta e ii chiu- 
sa, 109, 122 

distinzione di vocali finali u - o, 
81, 98 

dittongazione 12, 23, 33, 57 

dittongazione di e aperta > ie, 
58 

dittongazione di e aperta e chiu- 
sa, 100 

dittongazione di e chiusa > ai, 
76 

dittongazione di e chiusa > oi, 
76 

dittongazione di e chiusa > ei, 
23, 32, 76, 84 

dittongazione dì e - a aperte, 53, 

57, 90, 99, 100, 112 

dittongazione di e - o chiuse, 32, 
52, 100 

dittongazione di i chiusa > ai, 
76 

dittongazione di i > ci, 76 

dittongazione di 7 ii lat., 98 

dittongazione di o aperta, 57, 
68 

dittongazione di o aperta > uè, 
91, 124 

dittongazione di o aperta > uo, 
68, 112 

dittongazione di o chiusa > au, 

58, 112 

dittongo con epentesi di v, v. 

epentesi di v nel 
dittongazione friulana, 52 

dittongazione mctafonetica per 
7, u finali (in genere), 74, 75, 
147 



Indice fonetico 



179 



dittongazione metafonelica di a 
interna > ie per 7 finale, 91 

dittongazione metafonetica di e 
chiusa per ù finale, 124 

dittongazione metafonetica di e, 
o aperte per i-u finali, 137 

dittongazione metafonetica di e 
chiusa > di, 112 

dittongazione metafonetica di e 
o aperte, 124 

dittongazione metafonetica e, o 
chiuse, 124 

dittongazione metafonetica ié. 
Ilo, 99 

dittongazione metafonetica uo 
per -di finale (< lat. dies), 
111 

dittongo contratto, 10, 68 

dittongo ia - io, 52 

dittongo ie - ùo, 67 

dittongo rafforzato, v. Rafforza- 
mento di 

dittongo ou - uà - uo, 52 



e aperta, v. Dittongazione di 

e aperta > a, 76 

e aperta al femminile > chiusa 
nel maschile, 91 

e aperta al singolare > chiusa 
al plurale, 91 

e aperta al singolare mantenuta 
per e finale, 3, 83 

e aperta dittongata, v. Dittonga- 
zione di 

e aperta > chiusa, 58 

e aperta > chiusa al plurale per 
I finale, 83 

e aperta > /, 58 

e aperta > ie, v. Dittongazione 
di e aperta > ie 



e aperta > ie per I - u finali, v. 
Dittongazione metafonetica di 
e aperta 

e aperta latina > è, 58 

e aperta latina > i, 58 

e aperta > ie, v. Dittongaz. di 

e chiusa, v. Dittongaz. di 

e chiusa > a, 76 

e chiusa > ai, v. Frang. voc. 
non met., v. Dittongazione di 

e chiusa > ài, v. Frangim. voc. 

e chiusa > ei, v. Dittongazione 
di 

e chiusa > /, v. Frangim. e 
metaf. di 

e chiusa > i per -al finale, v. 
Metafonia di 

e chiusa > i per i - ù finale, v. 
Metafonia di 

e chiusa nel dittongo, v. Ditton- 
go ié - uó 

e chiusa > ói, v. Dittongazione 
metafonetica di 

e chiusa > -oi, v. Dittongazio- 
ne di 

e > ei, V. Dittongazione di di, 
Frangimento di 

epitesi di e in temi nominali 
mene -mini (lat. men), 159 

e finale dopo nasale cade ,v. 
Caduta ài e-o 

e finale < i, v. ì finale > 

e > i per presenza di I finale, 
V. Metafonia di 

ei < e chiusa, v. Dittongazione 
di, Frangimento di 

ei < i chiusa, v. Frangimento 
di 

ei < i metafon., v. Frangimento 
vocalico di 

è indistinta, v. Vocali indistinte 



180 



Indice fonetico 



e - o dinanzi a n + cons. gutt., 
V. Mancanza di anafonesi 

epentesi di v nel dittongo, 139 

epentesi di v per eliminare iato 
provocato da lenizione, 4 

er atono > ar nei futuri, 66 

er atono > ar all'infinito, 68 
cf. Infinito in Indice morf. 

èu < u chiusa, v. Frangimento 
vocal. di 



/ iniziale > h, v. Aspirazione di 

finale vocal. diversa da a > 
vocal. indistinta, v. Vocali 
indistinte 

fi > /, V. Palatalizzazione di 

fi iiiiz. > hi, V. Palatalizzazione 
di 

fi iniz. > s, V. Palatalizzazione 
di + / 

fonetica sintattica, 113, li6 

frangimento vocalico, 100, 122, 
125 

di e chiusa > ai, 123 
di e chiusa > ai, 123 
di / > ei, 100, 123 
di ì metaf. > ei, 101 
di i > oi. 111, 123 
di / chiusa ad òi, 123 
di o chiusa > oit, 123 
di o chiusa > au, 123 
di o chiusa > àu, 123 
di u > ili, 101, 123 
di u chiusa > àu, 123 
di u chiusa > eu, 123 
di « > Oli, 123 
v. anche Dittongazione di 



g dinanzi ad e - 1 > d, 34, 43 

g dinanzi ad a > i, v. Palataliz- 
zazione di 

g dinanzi ad e - / > i, v. Palata- 
lizzazione di 

g dinanzi ad e - / > s, v. Assi- 
bilaz. di 



gg iniz. < g iniz. 

< /, V. Rafforzamento di 

g iniziale > v, 101, 114 

g iniz. dav. ad a > cade, v. Ca- 
duta di 

g iniz. dinanzi ad e > /, 114 

g iniz. > h, V. Lenizione parzia- 
le di, V. anche Lenizione to 
tale di 

g, j iniz. > gg, V. Rafforzamento 
di 

g' > i. V. Palatalizzazione di 
gruppo 
cf. anche Gruppi cons. + / 

gì > ggfii, V. Palatalizzazione di 

gruppo cons. + /, 23, 34 

gruppo / + cons. labializzato, v. 
Velarizzazione di 

gruppi consonantici 

conservati, v. Mantenimento 
di 

bl, ci, fi, gì, pi, v. Palataliz- 
zazione di 

et > it, V. Assimilazione 
et > //, V. Palatalizzazione di 
et > t, V. Assimilazione di 
et > e, V. Palatalizzazione 
-gn- > un, 125, 139 
-//- > -t-, 139 
-iv- > -ib-, 66 
-mp- > -mb, 102, 116 
-ne-, -ne- > -ng-, -ng-, 75, 101, 
102. 116, 127, 147 
-nf- > -mp-, 139 
-nt- > -nd-, 116, 124, 138, 147 
pi > eh, V. Palatalizzazione 
di gruppo 
rv > rb, 66 

gu > bb, V. qu, gli 

h < / iniziale, v. aspirazione di 

h < g iniziale, v. Lenizione par- 
ziale di g 

h < s iniziale, v. aspirazione di 

h < t nella postonica, v. aspira- 
zione di 



Eghj < gì, V. Palatalizzazione di hi < // iniziale, v. gruppo 



Indice fonetico 



181 



ia - io dittonghi, v. Dittongo ia - io 

i chiusa dittongata, v. Dittonga- 
zione di 

i chiusa non distinta da / aper- 
ta, V. Mancanza di distin- 
zione tra / aperta e i chiusa 

/ dinanzi a n + cons. gutt., v. 
anafonesi 

ì < te, V. Dittongo contratto 

ie, V. Dittongo 

ié < dittongaz. metaf., v. Dit- 
tongazione metafonetica 

ie < e aperta, v. Dittongazione 
di 

/■ > ei, V. Dittongazione di 

/ finale > e, 83 

/ finale < ae lat, nom. plur. 1" 
deci.. Ili 

-in terminazione, v. Terminazioni 

indebolimento di vocali finali, 98, 
110 

-io- dittongo, V. Dittongo 

-io- dittongo, V. ia 

-it < et, V. Palatalizzazione di 

(■ - u chiuse > i-u aperte, v. 
Apertura di 

iu < u chiusa metafonetica, v. 
Frangimento vocalico di 



/■ < fi, V. Palatalizzazione di 

/ < g e / lat. > se', 124 

/ < /, V. Palatalizzazione di 

/■ iniz. > gg/z, V. Rafforzamento 
di g 

/ < g iniziale dinanzia ad e, v. 
g iniz. 

/ prostetica, v. prostesi di 



/ > d, 151 
l < d,y.d 



Id interno > //, v. assimilazione 
di 

/ intervocalico cade, v. Caduta di 
r, l 

l + cons. > u -f cons., v. vela- 
rizzazione di gruppo 

Id > rd, v. Rotacismo di gruppo 

lenizione, 4, 11, 12, 14, 26, 35, 
59, 66, 74, 75, 84, 160 
di consonanti intervocaliche, 
22, 50, 131 

di h intervocalica, 160 
di e intervocalica > g, 74, 
131 

di d intervocalica, 131 
di p intervocalica > b, 160 
di p intervocaliva > v, 25, 
131, 151 

di s intervocalica > s, 74 
di t intervocalica > d, 26, 
131 

di t intervocalica > dli, 131 
di t nel participio passato, 26 
di tr intervocalica > dr, 13 
di suffisso ako > ago, 50 

lenizione doppia totale di / e r 
intervocaliche, 12 

lenizione parziale di // > Id, 
102 

lenizione totale di g, 101 
di t intervocalica, 1 1 

-// finale > gli, v. Palatalizzazio- 
ne di 

-/// finale > gli, v. Palatalizzazio- 
ne di 

// > dd, V. Sviluppo di suoni 
cacuminali 

-/- (//) dopo vocale e davanti ad 
a- e cade, v. Caduta di 

// > /, V. Gruppo 

//, V. Gruppo 

l '> r, V. Rotacismo di / > r 

It > Id, V. Lenizione parziale 
di 

// > t, V. Gruppo, V. Velarizza- 
zione 



182 



Indice fonetico 



mancanza di anafonesi, 66, 68 

mancanza di distinzione di voca- 
li aperte e chiuse, 129, 159 

mancanza di distinzione tra u 
aperta e cliiusa; i aperta e 
cliiusa, 109, 122 

mancanza di dittongazione di 
ì u latine, 98 

mancanza di dittongazione in sil- 
laba aperta, 33 

mancanza di dittongazione di 
e - o aperte, 99 

mancanza di dittongazione di 
o aperta, 124 

mantenimento di dittongo latino 
au non > ò, 145 

mantenimento di gruppo cons. + 
/, 34, 49, 50, 52, 102 

mantenimento di ii finale non > 
o, 73, 76, 82, 83 

mb > mm, v. Assimilazione di 

mb < m, 68 

metafonia, 59, 66, 74, 75, 110, 
112, 122, 123, 139, 159 
cf. anche Plurale Metafone- 
tico in Indice morfologico 
Dittongazione metafonetica 

metafonia per I - ii finali, 83, 84, 
90, 128 

metafonia solo per ; finale, 74, 
75, 151 

metafonia di a > ie, v. dittongo 
metafonetico di 

metafonia di a interna, 91, 97, 99 

metafonia di e chiusa > i per -ae 
finale. 111 

metafonia di e > / per -// finale 
(lat. -tis), 111 

metafonia dì e -o aperta per 7 - ù 
finali, 157 

metafonia di e- o aperte e chiuse 
per ì-ù finali, 84, 90, 99 

metafonia di o chiusa per 7 - u 
finali, 84 



metafonia di o > ou > ò, 23 

metafonia e dittongazione, cf. 
dittongaz. metafonetica, 

metafonia nel plurale, v. Plurale 
metafonetico in Indice mor- 
fologico 

metafonia nel singolare, v. Sin- 
golare metafonetico in Indice 
morfologico, cf. Metafonia 

metafonia verbale, v. Presente 
metafonizzato in Indice mor- 
fologico 

metatesi di ri- iniziale > ar, 68, 

74 



n > nd, 68 

-ne " ng, V. Gruppi 

nd < n, V. n > 

nd > nn, v. assimilazione di 

nd < nt, V. nt 

n dentale finale > n gutturale, 2, 
11, 22, 34 

n intervocalica > n gutturale, 
2, 22, 32, 34 

ng < ne, V. ne > 

-ni -nni finale > gni, v. Palata- 
lizzazione di 

nn < nd, v. nd 

nt > nd, V. Gruppi 



o > a, 76 

a aperta dittongata, v. Ditton- 
gazione di 

o aperta latina > ò, 57 

o aperta non dittongata, v. Man- 
canza di dittongazione di 

o aperta > o chiusa, 57 

o aperta > uè, v. Dittongazio- 
ne di 



Indice fonetico 



183 



o aperta > uo, v. Dittongazio- 
ne di 

o < aii lat., V. au lat. > 

o chiusa dittongata, v. Dittonga- 
zione di 

o chiusa > au, v. Frangimento 
vocalico di 

o chiusa metafonizzata da -7, -ù 
finali, V. metafonia di 

o chiusa nel dittongo, v. Ditton- 
go uó 

chiusa > u per -r, -« finali, v. 
metafonia di 

o dinanzi ad « 4- consonante gut- 
turale, V. mancanza di ana- 
fonesi 

o > e, 76 

o finale cade, v. Caduta di 

o finale cade dopo nasale, v. Ca- 
duta di 

a finale indifferenziata da o-u, 
V. vocali finali indifferenziate 

o > uo y ò per u finale, v. 
Metafonia di 

ò < «o < o, V. o > »o > ò 

ò, ii, 14, 32, 43, 49, 57, 74 

ai < / chiusa, v. Frangimento 
vocalico di 

-on terminazione, v. Terminazio- 
ne in 

cu <C o chiusa, v. Frangimento 
vocalico di 

òu < u chiusa, V. Frangimento 
vocalico di 



palataH, consonanti {c-i), 52, 60 

palatalizzazione 

di a > ci, 1, e, 24, 33, 49, 55, 
56, 68, 74, 76, 84; fig. 6 
di a > a per presenza di con- 
sonante palatale vicina, 100 



nell'infinito 1" coniugazione, 
1, 3, 20. 56 
di bl > /, 115 
di e, g > e, i dinanzi a vo- 
cali e-i, 4, 23, 42 
di e > c-g > i dinanzi ad 
a, 24. 44, 50, 52 
di gruppo cons. + /, 5, 49, 
102 

di ci -gì > c-g, 13, 23, 35 
di ci-, gì- > chj-, ghj-, 13, 
115; fig. 3 

di -ci-, -gì- > -echi-, -gghj-, 
34, 139 

di cl-gl-bl, 43 
di cf > e (progressiva), 13, 
23, 24, 32, 59; fig. 2 
di et > it (regressiva), 2, 
13, 23, 24, 32, 59; fig. 2 
ài fi > hi, 138, 146 
di fi > i, 138 
di fi > s, 115, 138, 146 
di gì > /, 75 
di -//■-, ///- > /, 75 
-//, -/// finali > -gli, 85 
di lu > fu, 92 
di / dinanzi a consonante > /, 
92 

di -ni, -nni finali > -gni, 85 
cf. anche Velarizzazione di 
di pl-bl > C-i, 13, 23, 115 
di pi > chi, 115, 124, 139, 
146 

di pi, bl > pi, bi, 13, 23, 43, 
160 

palatalizzazione e frangimento di 
a > eu, 123, 124 

perdita di elemento velare in 
qu-, 68, 114 
V. Lenizione totale di p interv. 

postoniche consonanti raddoppia- 
te, v. Raddoppiamento di 
v. Pronunzia discendente di 
toniche - postoniche 

pronunzia ascendente di a, 18 
discendente di toniche - posto- 
niche, 18 

prostesi di / dinanzi a vocali chia- 
re, 114 

prostesi di v dinanzi a vocali scu- 
re, 114, 115 

protonica, vocale u-i > aper- 
ta, V. Apertura di 



184 



Indice fonetico 



qu > eh, V. Perdita di elemento 
velare 

qu > cv, 61 

qu, gu > bb, 160 



raddoppiamento di consonanti 
postoniche nello sdrucciolo, 
66 

raddoppiamento di cons. sonore, 
101 

rafiForzamento di consonante fi- 
nale, 38, 50 

rafforzamento del dittongo me- 
diante cons. epentetiche, v. 
Epentesi di 

rafforzamento di consonante ini- 
ziale b > bb, 113 
con prefisso a(b) > abb, 113 
d con vocale a > add, 113 
g nel plurale, 114 
g-j iniz. > gg, 75 

rafforzamento di v cons. proste- 
tica per fonetica sintattica 
> bb, 115 

r intervocalico cade, v. Caduta 
dì r-ì 

r K l, y- Rotacismo di / 

ri iniziale > ar, v. metatesi di 

r - 1 unificate in posiz. interv. e 
cadono, v. Caduta di 

rotacismo di / + cons., 92, 114, 
160 

rotacismo di 
/ > r, 102 
d > r, 101, 113, 148 
d < t > r, ìli 

rr > r, v. Scempiamente di 



s < é dinanzi a e, i, v. Assibila- 
zione di 

s < //, v. Palatalizzazione di fi, 
gruppo cons. + / 

s < str., v. Sviluppo di suoni 
cacuminali 

s < / < g e /■ lat., V. r > g e / 
lat. > s 

s finale cade, v. Caduta di 

s finale nei verbo, v. Manteni- 
mento di s, in Indice morfo- 
logico 

se > ss 61 

scempiamento di consonanti dop- 
pie, 22, 32, 59, 74 

scempiamento di rr > r, 67, 
69, 1 

sonorizzazione iniziale, 37 

spostamento della sede dell'ac- 
cento, 12 

ss intervoc. < zz, v. zz 

str > s, V. Sviluppo di suoni 
cacuminali 

suffisso aco > ago, v. Lenizio- 
ne di suffisso 
acco, 50 

-aria > er-ar, 52, 66 

-ariu > aio, 66 

-aria > aru, 66 

e(l)lo, V. Caduta di 

sviluppi analogici, 13, 112 

sviluppo di suoni cacuminali 
// > dd, 114, 124, 128, 137, 
146 

str > s, 124, 146 
tr > e, 146 



' ■ t lenita, v. Lenizione di, cf. Le- 

s iniziale > /?, v. Aspirazione di nizione 



s < e dinanzi a e, i, v. Assibila- 
lazione di 



/ lenita nel partic. passato, v. Le- 
nizione di 



Indice fonetico 



185 



/ < It, V. Gruppo It > 

/// < e dinanzi ad e - i, cf . e > 

ir > e, V. Sviluppo di suoni ca- 
cuminali 

ir > dr, V. Lenizione di gruppo 

ir > dr, V. Lenizione totale di 

// < et, V. Assimilazione 



Il aperta distinta da u chiusa, 
V. Distinzione di 

ij chiusa non distinta da u aper- 
ta, V. Mancanza di distin- 
zione 

u chiuso > u aperto, v. Aper- 
tura di 

u dinanzi ad « -f consonante 
gutturale, v. Anafonesi 

ù < l'io, contrazione di dit- 
tongo 

li finale mantenuta, v. Manteni- 
mento di 

-u finale di articolo velarizza la 
sillaba seguente, 101 

Il < Z, V. Velarizzazione di 

u < u latina, v. ò 

il lunga lat. > ti, 11, 22; fig. 5 

u < ùo, V. Dittongo contratto 

u > /, 3, 14 

u < /, 130, 131 

Ito < o aperta, v. o aperta > 

UG 

l'io, V. Dittongo ie 
Ito. V. Dittongazione metafonetica 
ré. Ilo 



velarizzazione di gruppo 1 -1- 
cons., 5, 44, 92, 114, 139 



V epentetica nel dittongo, v. epen- 

tesi di V nel 

V epentetica elimina iato provo- 

cato da lenizione, v. epen- 
tesi di V 

V < g, V. g 

V iniziale < b, v. b 

V iniziale cade, v. caduta di 

V intervocalica cade, v. caduta di 

vocali, v. Frangimento vocalico, 
V. Vocali finali 

vocali di appoggio in seguito 
a caduta di vocali alone, 58 

vocale epitetica, v. epitesi di 

vocali finali accentate, 58, 110 

vocali alterate, v. alterazione vo- 
calica 

vocali aperte, chiuse non distin- 
te, V. mancanza di distinzio- 
ne di 

vocali finali indebolite, v. Inde- 
bolimento di 

vocale finale indistinta e, 97, 
122, 125, 130, 135, 138, 145 

vocali miste, v. ò - ii, v. 

vocali postoniche protoniche, 18 
V. Caduta di, v. Apertura di 

vocali protoniche chiuse > aper- 
te, V. Apertura di 

V prostetica, v. Prostesi di 

V rafforzata, v. Rafforzamento 
di 



z <, e, \. Assibilazione 
z < g, y. Assibilazione di 
z > s, 67 

z sorde e sonore evitate, 18 
zz interv. > ss, 67 



INDICE MORFOLOGICO 



a pronome 3^ sing., v. Pronomi 

-à '-ato' part. pass., v. contrazione 

-a '-ere', infinito 3^ coniug., v. 
Infinito in — 

-à '-are' infinito P coniug., v. 
Infinito in — 

-amo P plur., v. Presente in — 

-andò gerundio, v. Gerundio in — 

aggettivo possessivo posposto, 146 

-ai pass, remoto, v. Passato re- 
remoto in — 

-ao 'ato', part. pass. < lenizione, 
V. Lenizione di T nel part. 
pass., V. Indice fonetico 

-aria nel condizionale, v. Condi- 
zionale in — 

articolo el, 25; ju (m.s.), 98; le 
(n.), 132; le (n.), 102; lo, 98 
lo, 25; lu, 132: lu (m.s.), 98 
na (f.s.), 98; rhe (n.), 102 
is, 161; su - sa - sos - sas, 161 
u, 132; 

art. < ipse e non < ille, v. 
Derivazione 

-ato -ito -uto part. pass., v. Par- 
ticipio passato in — 

-àt -it -Ut part. pass, con caduta 
di voc. fin., V. Caduta di vo- 
cale finale in Indice tonetico 

-avi pass, rem., v. Passato remo- 
to in — 

avverbi, 51 

ca + indicativo usalo come con- 
giuntivo, V. Congiuntivo < ca 
+ ind. 



chessè - chiesse "questo - questa', 
V. Pronomi 

complemento oggetto iniziale, 
162 

condizionale < inf. -t- habebam, 
146-148 

< in. + habui, 6; 148 

< cong. impf., 146 

< piuccheperf. lat., 103; 139; 
146 

in aria -rial -ria -rìain -r'aij 

-rian, 26, 116, 139 

in -ari, 116 

-era, 116 

-erei -eresti, 26, 116 

-irla, 6 

sostituito da imperfetto, v. 
Imperfetto 

congiuntivo, 139 
<ca + ind., 132 
in -ss, 162 
per l'infinito, 139 

conservazione di s ne! verbo; 
161 

di neutro, 102 
di neutro in iis, 161 
di cong. lat. in -aret, -eret, 
-iret, 162 

cu + ind. usato come infinito, 
V. Infinito, <cu + 

derivazione, 36 

di art. < ipse e non < ille, 
102-103 

declinazione 3" > -u, 15; 2" > 
e, 15 

desinenze verbali in -ma, 77; 
V. Presente in — 

-é 2" plur. prcs. ind., v. Presen- 
te indicativo 



Indice morfologico 



187 



-é 'ere', v. Infinito 

-em 1" plur. pres. ind., v. Pre- 
sente in — ; emo P plur. pres. 
ind., V. Presente indicativo 
in — 

enclisi di pronome personale, 
103-104 

-eno 3^ plur. pass, rem., v. Pas- 
sato remoto 

-enno nel gerundio, v. Gerundio 
in — 

-èr ini., V. Infinito in — 

-ere inf., v. Infinito in — 

-està part. pass., v. Participio 
passato in — 

-ette -ettene y sing., y plur. 
pass, rem., v. Passato remoto, 
2" coniug. in — 

femminile metafonetico. 111; v. 
anche Metafonia in Indice fo- 
netico 

forme nominali < nominativo e 
non < casi obliqui, 53 

forme perifrastiche, v. Presente 
perifrastico; Futuro perifra- 
stico 

futuro assente, v. Mancanza di 

futuro di essere P plur., 26 

futuro in er < ar non accenta- 
to, 66; v. anche ar atono < 
er in Indice fonetico 

futuro in s 2" sing., 49 

futuro perifrastico, 132; 162 

gerundio in anele -ende -inde, 
161-162 

gerundio in andò, 92 

gerundio in enno, 92 

glie 'gli' 'loro' art., v. Pronome 

hu P sing. 3^ plur. essere, v. 
Presente essere 



i 'il', v. articolo 

-/ 

-i 'io', v. Pronomi 

-lamo P plur., v. Presente in — 

-// pass, rem., v. Passato remo- 
to in — 

-ie -iene 3" sing. P coniug. pass, 
rem., v. Passato remoto in — 

-imo V plur. pres. ind. 3^ co- 
niug., V. Presente in — 

imperativo negativo <C ne -{- 
cong., 162; < noli -f inf., 162 

imperfetto ind. usato per il con- 
dizionale, 125 

imperfetto cong. usato per il 
condizionale, 125 

impersonale omo dice 'si dice', 
77-103 

in, v. Preposizioni 

infinito, 139 
in a; 77 
in à- é -ì; 166 
in a, 1, 145; é, 1 
in ar < er ci. er atono > ar 
in Indice fonetico 
in are - ere - ire, 161 
in é, V. inf. in à 
in r, V. inf. in à 
sostituito da cu 4- ind, 125 

-ivi pass, rem., v. Passato remo- 
to in — 

int, int - el 'nel - nello', v. Pre- 
posizioni 

-iste part. pass., v. Participio pas- 
sato in — 

le' la 'ella', v. Rafi"orzamento di 
pronomi personali 

locuzioni verbali, 15 

lori i 'loro', v. Rafi'orzamento di 
pronomi personali 

lu l' 'il', v. Rafforzamento di 
pronomi personali 



188 



Indice morfologico 



-ma desinenza verbale, v. Desi- 
nenze verbali in — ; Presente 
indicativo in — 

mancanza di futuro, 139; di pas- 
sato remoto, 6 

mantenimento di desinenza -s, -t 
T e y sing., 132; 161 

maschile metafonetico, 84, 128, 
132 

me ego, me a 'io', v. Rafforza- 
mento di pronomi personali 

me 'in', v. Preposizioni 

m.i 'io', V. Pronomi personali 

mi a 'io', V. RafTorzamcnto di 
pronomi personali 

mia 'non', v. Negazioni 

mica 'non', v. Negazioni 

mi i 'io', V. Rafforzamento di 
pronomi personali 

minga 'no', v. Negazione 

na 'una', v. Articolo 

negazione orna, v. Indice lessi- 
cale 

mia, 131 
mica, 61 
minga, 1 
nen, \ 
nun, 93 

noie 'noi', v. Pronomi personali 

nti - nte - ntro < intus, v. Prepo- 
sizioni 

numerali iìndes undese (undici), 
44 

o 'il', v. Articolo 

-ò part. pass. < -atu, v. Partici- 
pio passato in — 



-ora plur. neutro, v. Plurale neu- 
tro in — 

participio passato con caduta di 
vocale finale, v. Caduta di — 
in Indice fonetico 

participio passato in à, v. Con- 
trazione in Indice fonetico 

participio passato -ao, v. Leni- 
zione in Indice fonetico 

participio passato in 
-ato -ito -uto, 26 
-e' < cto, v. Palatalizzazione 
di gruppo in Indice fonetico 
-esto -isto (-ist) analogico 2^ 
coniug., 36 
-ò < atu, 37 

passato prossimo usato per il 
passato remoto, 162 

passato remoto assente, v. Man- 
canza di — 

passato remoto in ai, avi, \' 
sing., 162 

passato remoto eno 3" plur., 42 

passato remoto ette - ettènè y 
sing. 3^ plur., 2* e 3" coniug., 
116 

passato remoto ii - ivi, l' sing., 
162 

passato remoto jè ■ jéné 3" sing. 
3' plur. P coniug., 116 

passato remoto -onno, 67 

perfetto forte, 162 

in sibilante con lenizionc, 162, 
v. Lenizionc in Indice fone- 
tico 

plurale come ii singolare e vice- 
versa, 60 



omo dice 'si dice', v. Impersonale plurale in as - os, 161 



-onno y plur. pass, rem., v. Pas- 
sato remoto in — 



plurale in e dei nomi femm. in 
a, 5; 52; 60 



Indice morfologico 



189 



plurale in cu per 'ani', v. Plu- 
rale mctafonctico 

plurale in eri\ 132 

plurale in / dei nomi masc. in 
al -ci, 5 

plurale in ora. 125-126: v. an- 
ello vocale indistinta e linaio 

plurale in os. v. Plurale in as 

plurale in r, 155 

plurale in x per /, 44, 49, 52 
metafonelico 14, 15, 22, 25, 
52, 75, 83, 84, 112, 128, 151, 
157 

prefisso a(b), v. RafTorzamento 
di consonanti iniziali in In- 
dice fonetico 

proHaso ri > ar, v. Metatesi di 
in Indice fonetico 

preposizioni 

in; iiit; int-el (< intus), 85 

me 'in' ( < medium), 77 

nel 'in', 85 

-nti -nte -ntro, 'in' ( < intus), 

77 

sa 'con' ( < ipsa), 77 

presente di essere 

hi! 'sono' 1' sing. 3° p'ur., 25 
xe 'egli è', 'essi sono', 36 

presente indicativo 

metafonelico 2" sing., 103 
in -auto 1' plur., 6 
in -an 1" plur., 6 
in -an 3" plur., v. Caduta di 
vocali (inali in Indice fonetico 
in e 2° plur., 35 
in -cm 1' plur., v. Caduta di 
vocali finali in Indice fone- 
tico 

in -emo V plur., 6, 35 
in -/ 1° sing., 25 
in -iamo P plur., 35 
in -om V plur., v. Caduta di 
vocali finali in Indice fone- 
tico 

in -òn 1" plur., 35 
in -ano 3" plur., 6, 67 



in i:m P plur., v. Caduta di 
vocali finali in Indice fone- 
tico 
in urna V plur., 6 

presento 3' sing. = 3' plur., 77, 
103 

3" sing. = 3" plur. e vicever- 
sa per caduta di nasale finale, 
36, V. anche Caduta di na- 
sale finale 

presente perifrastico, 162 

pronomi 

chcsse - cliiesse (questo -que- 
sta), 132 
quel - qui], 22 
quest, quist, 22 
chisiu, chista, 122 
clilstii. chesta, 122 
questo - questa, 59 
indefiniti ale 'qualcosa', 51 
quelca 'qualcimo' 'qualche', 
76 

personali a 'egli', 6 
anaforici, 6 

enclitici neirinterrogativo, 60 
enclitici t e i' che costituisco- 
no la desinenza di 2-' e 3° 
plur-, 25 

gite 'gli' 'loro', 25 
I 'io', 6; 61 
me 'io', 61 
mi 'a me', 92 
noie 'noi', 82 
te 'a to', 92 

radorzati v. Rafforzamento di 
Pronomi personali 

rafforzamento di pronomi per- 
sonali 

le' la 'ella', 69 
lori i 'ossi', 35 
hi l 'egli', 35 
mia 'io', 60-61 
mi i 'io', 6-7 
noialtri - voialtri, 55 
t' tu 'te', 6 
ti te 'te', 35 

rhe lo (con raddoppiamento 
conson. seguente), 116 

N desinenza di plurale, v. Plura- 
le in s 

N desinenza mantenuta, v. Man- 
tenimento di 



190 



Indice morfologico 



s desinenza verbale, v. Futuro 
in — 

s 2" sing. Futuro, v. Futuro in — 

sa 'con', V. Preposizioni < ipsa 

su - sa - SOS - sas articoli, v. Ar- 
ticolo 

suffisso ne, 125-126 

-t desinenza mantenuta, v. Man- 
tenimento di — 



t pronome atono enclitico, v. 
Pronomi atoni enclitici 

te 'a te', v. Pronomi personali 

t' tu 'tu', V. Rafforzamento di 
pronomi personali 

ti te 'tu', V. Rafforzamento di 
pronomi personali 

iindes - ìindese 'undici', v. Nu- 
merali 

xe 'egli è', v. Presente di essere 



INDICE LESSICALE 



aa, ae « ala », 12 

abastanza, 51 

abba « acqua », 160 

abbacchio, 92, 93 

abbalestrare, 113 

abbasca, 113 

abbecino, 113 

abbia «gabbia», 75, 111 

albicòc, 7 

abe, 160 

acatà V. accattare 

ACCATTARE, 16, 104 

accèddiri, 125 
ACCIDERE, 117, 149 

ACCIO « sedano », 149 

àchina, 157, 164 

acsè, 76 

a bretiu, 16 

addèdeca, 113 

adderà « odorare », 149 

addosa, 115 

addumari, 149 

adeso, 51 

àes, 25 

Africa - Affrica, 66 

afros, 8 

agghiattà « abbaiare », 126 

agnèl - agni, 59 

agnello - agnelli, 59 

agnu, 139 

agnuni, 150 

ago, 51 

aguaso « rugiada », 36 

alare, 148 

albero, 85 

ale, « qualcosa », 51 

alde, 102 

allamare « abbattere », 85 

allitare « arrivare », 85 

alorgiu, 112 

alsare, 67 

alto, 30 

alvador, 61 

amare, 139 

ambussùr, 7 

ameiché, 100 

araice, 83 



amlg « amico », 60 
amighi « amiche », 60 
amigo, 75 
AMITA, 36 
AMMAZZARE, 117, 149 

ammucciari, 150 

amore, 97 

ampone, 45 

amuri, 144 

ancilu, 147 

anco « oggi », 45 

ancora, 124, 147 

ancùo, « oggi », 51 

andacia, v. andare 

ANDARE, 24, 26, 38, 59, 66, 91, 

149, 162 
angora « ancora », 116, 124, 147 
anegli, 68 

annaccare, 156, 164 
annile, 165 
anja - anje - anjo, 52 
APE, 70 
ape, 160 
apia, 70 
ara « ala », 25 
arbo, 85 
arbu, 157 
arbun « piselli », 8 
arcadhe, 158 
arco di Noè, 150 
armugnàn, 7 

arpia « ripigliare », v. ripigliare 
arsdor, 58 

ARROTINO, 61 

ARTE (mestiere), 116 

ascella, 140 

àsena, 112 

asetàse « sedersi », 16 

àpice, 25 

asg, 151 

atta « gatta », 75 

atte « gatta », 114 

alle, 114 

attrufu, 113 

attummà, 104 

aunu, 139 

aurri, 163 



192 



Indice lessicale 



aut, 5 

auto « alto », 50 

autu « alto », 92 

autu « atto », 158 

avanteri, 148 

AVERE, 6, 13, 17, 22, 35, 44, 111, 

146, 148, 161, 162 
àves, 25 

babaluci, 150 

baco, 68 

badagghiari, 148 

badde, 161 

bagé, 77 

bàgiu « sbadiglio », 12 

BALTEU, 51 

banca, 15 

barba « zio », 16 

barba « radice », 70 

barbos « mento », 26 

bardasso, 92 

barela « carretta », 45 

barma, 7 

barogni, 85 

barzolu, brazzolu, 164 

bas « bacio », 19 

bas « basso », 43 

basca, 113 

baso « bacio », 30 

BATTERE, 35 

bàttoru, 160 

bave « bove », 76 

bazel « scalino », 27 

bbarà, 104 

bbarbé. 101 

bbecchié, 113 

bbené, 113 

bbiellé, 113 

bbotc « gomiti », 115 

bbottoné. 113 

bbòvé, 99 

bbracc', 112 

bbuje « voi », 116 

bbuonè, 113 

bbutirrii, 113 

BECCARO «macellaio», 37 

beccu « vecchio », 165 

bedda, 146 

BEDOLLO « pioppo », 78 

bega « pianura coltivabile », 163 

bel, 50, 56 

belle, 98 

bello, 50 

bènnere « venire », 161 

BERE, 3, 11, 26 

beu « canaletto d'irrigazione », 15 

bezzu « vecchio », 165 

bianc, 13, 25 



bianco, 13, 45, 50 
biango, 75 
bìere « vedere », 161 
bigaroel, 27 
bigàt, 54 
BIGIANCOl.A, 86 

bioto, 27 

bischidu, 157 

bitriché, 153 

bittu, 162 

biut, 27 

blanc, 43, 50 

boal, 45 

boffa « ciuiTo d'erba », 104 

boinaggiu, 165 

boinazzu, 165 

bona - buono, 75 

bòna - bónu, 84, 159 

borgn « cieco », 7 

bosc, 7 

bota « volta », 159 

bottia « bottega », 75 

bove, 76 

brande, 8 

braso, 54 

bratho, 34 

bren « crusca », 7 

BRENNO, 117 

bricòcalu, 16 

BRIGALETTA, 118 

brigua, 15 

brisa, 61 

broc « ramo », 62 

brua, 7 

brìi tu « brutto », 11 

buchèt, 7 

bùeo, 67 

buenu - bueni, 124 

BUFARE, 27 

buffa « rospo », 150 
biigata «bambola», 15 
bulìtigu, 16 
bun - buìn, 15 
buracchiè, 155 
burla « cascare », 26 
buzzu, 160 
hiisa, 57 
biifé, 7 

buté « mettere ». 8 
butiro, 51 
butrigó, 48 



caa, 12 
caciòu, 15 
caciuéi, 15 
cadein-a, 3 
caden-a, 3 

CADERE, 101 



Indice lessicale 



193 



caddu «pelle di cinghiale», 

'157 
cafaune, 101 
caga, 16 

cainaté cainete, 112 
calda, 44 
caldo, 30 

calle « caldo », 128 
callo « caldo », 74, 92 
calsa, 67 
caljé, 7 
calzari, 17 

CAMBIARE, 75 

cammià v. cambiare 
campé « buttare », 8 
camperà. 132 
can, 11, 15, 33, 49 
candila, 23 
cane, 85 
cane, 101, 116 
canederli, 45 
cani, 49, 61 
CANIGGHIA, 117, 135 
cansone, 67 

CANTARE, 3, 6. 26, 60, 84, 91, 
98, 116, 132, 145, 159, 161 

CANTO, 60 

capa « cappa », 59 

capei, capei, 5, 56 

capello, 82 

capello capije, 74 

capello, capilli, 66, 122 

capigliu, 114 

capillé, !01 

capillu, 82 

capoccia, 58 

cappello, 56 

capu, 148 

car « carro », 43 

carbun, carbuìn, 15 

care « cadere » v. cadere 

carega, 52 

carezza, 97 

carija, 52 

carisna, 25 

carnacièr, 77 

carne, 50 

caro, 33, 50 

carossa, 67 

carrugiu « vicolo stretto », 165 

carusare, 139 

carusu, 150 

caso, 68 

castéu, 151 

caté V. accattare 

catina, 109 

cattivo-cattiva «vedovo», 150 

catu. 140 



caud, 5 

cauda, 44 

cauraru, 114 

caval-cavai, 5 

cavalli, 97 

cavegli « capelli », 131 

cavél, cavi, 22 

cavu, 131 

ccase « cacio », 116 

cay, 51 

CECATO, 149 

cégu « selvatico », 12 

ceicè, 100 

cellette, 105 

CENCI ARO, 117 

cèndare « cenere », 68 

cendè, 101 

cendré « cresta », 118 

cento, 23 

ceramidi, 140 

CERCARE, 124 

ceree, 100 

ces, 52 

cesa « chiesa », 49 

cesendeli cisenderi, 51 

cetto « presto », 93 

cèvoda, 131 

chella-chille. 111 

chelu « cielo », 160 

chen. 11, 15 

chenàpura, 156 

chéne, 97 

cher, 74 

chera, 160 

chessè-chiessè, 132 

cheuré, 101 

cheusc, 100 

chi « qui », 25 

chiaine, 123 

CHIAMARE, 5, 7, 13, 23, 35, 43, 

49, 52, 100 
chian-chiani « cane cani », 58, 39 
chianda, 138 
chianghiere, 117 
chianta, 138 
chianu, 139 
chiave, 115 
chida, 157 
chigliu, 114 
chignamente, 78 
chille, 114 
chimbe, 160 
chin, 97 
chiocciola, 69 
chioine, 123 
chiòine, 123 
chircare, 160 
chistu-chista, 122 



194 



Indice lessicale 



chistu-chesta, 122 

chiù, 102. 115, 124, 146 

CHIUDERE, 101 

chiummè, 116 

chiuove (chiodo), 115 

chiure v. chiudere 

ciaetu, 15 

ciaf « testa », 51, 52 

ciainè, 100 

ciairè, 100 

cialà, 51 

ciamà, cianié v. chiamare 

ciamp, 24 

cian «piano», 5, 13, 23 

cian « cane », 52 

cian cians «cane cani», 49 

danze v. piangere 

ciar, 50 

ciarbon, 52 

ciarneli, 51 

ciaro, 35 

ciase, 50 

ciasi, 52 

ciaudo, 30, 44 

ciavarra, 104 

eia ve, 50 

ciavéiu, 16 

ciavi, 52 

d'erre, 104 

ciéi-vè, 100 

cima « cresta », 104 

cine, 52 

ciò « chiodo », 4 

cicca « campana », 7 

ciodo, 35 

cioH, 51 

ciorgn, 7 

ciòve, 14 

ciss, 133 

citrine, 133 

citi, 102, 115 

ciaf, 50 

clama v. chiamare 

claro, 34 

clas, 52 

cnosser v. conoscere 

eoa, 22 

coddu, 137 

coipo « colpo », 92 

coju, 137 

coiuare, 165 

collu, 137 

COMPRARE, 104 

condaghe, 156 
conoscere, 58 
consobrino, 133 
contare, 7 
copar, 37 



cor, 43 

cor, 43 

cora V. correre 

core, 138 

coreggiate, 69 

cori, 137, 138 

corpo, 82 

corpu, 82 

corDus, 161 

correre, 46, 77 

cotola « sottana », 37 

cotorzo, 85 

cozzu «poggio», 150 

crai, 125, 164 

craie, 164 

craite, 100 

cras, 164 

craji, 148 

crastu, 150 

craucè, 100 

craunè, 100 

crayun, 8 

cret « roccia », 32 

creta, 129, 138 

crete, 138 

criata « serva », 149 

crin « maiale », 8 

cririri, 148 

criutè, 123 

crive, 140 

croce, 32 

cróce, 99 

eroe, 8 

eros « roccia scoscesa », 45 

erous cruas cruos, 52 

croze, 32 

crii, 3 

cruce, 150 

cruoccu, 140 

crusge, 32 

cru(v)a, 3 

cruva, 4 

euadrel, 62 

cuce', 118 

cucitore, 117 

cuddu, 161 

cuer, 43 

cueure, 101 

cugé, 8 

cugnate « cognati », 83 

culla, 62 

CULTARE, 37 

cummatte, 101 
cumò « adesso », 51 
CUNA, 36, 61, 62, 133 

CUNULA, 61, 62 

eunzare, 165 
cuoddé, 114 



Indice lessicale 



195 



cuor, ^j 
cuore, 33 
cuorp, 110 
cuosa, 68 
cupella, 92 
curcè, 104 
currara, 140 
cusètorif, 117 
cusin, 51 
custurieri, 149 
cuturne, 104 
evi, 61 

daice-deice v. dire 

dazòm v. dum 

DARE, 34, 35, 44, 101, 116 

deche, 160 

ddaitè, 113 

deda « zia », 52 

DE-MANE, 164 

dent, 25 

det 

dente, 90, 91 

denti, 91, 137 

descenza « malanno », 104 

dcstinne « lontano », 104 

dètere, 103 

déz, 58 

diz 

dhidhu, 133 

dhenèr, 54 * 

dhcgo « giogo », 34 

dhugno, 34 

di dia deje « giorno », 164 

dieci, 58 

dienti, 90, 137 

dìeo « dio », 67 

dig V. DIRE 
diga V. DIRE 
digòm V. DIRE 

DIRE, 6, 25, 36, 61, 67, 69, 74, 

76, 77, 82, 92, 93, 101, 103 
dite, 113 
ddite, 113 

diu V. DIRE 
DIURNU, 164 

divario, 93 

dize V. DIRE 

dliser, 62 
dòl, 7 

DOMITO, 140 

domo, 33 
domu, 157 

DONNOLA, 36 
DORMIRE, 103, 151 

doven « giovane », 52 
drijggia, 7 
dugno, 43 



dum, dazòm v. dare 
duman « mattina », 45 
dumani, 148 
duomo, 33 
dur. 34, 49 
diir, 52, 49 
duro, 32, 34 
duru, 149 
diiu, 32 



ebba « cavalla », 165 
edu, 157 

eia, V. AVERE 

Elba, 66 

enfiambava v. infiammare 

enler « in », 28 

era « ala» , 24 

erca, 7 

erèu, 158 

ermice, 133 

cséne, 112 

escupinè, 104 

ESSERE, 25, 26, 36, 44, 78, 131 

èumé, 105 

evu « uovo », 14 



fac' V. FARE 
faetU V. FARE 
fait V. FARE 
FALEGNAME, 61 

fam, 1, 20 

famcglia, 68 

fantin, fantina, 15 

fardèl « corredo », 7 

FARE, 23, 24, 26, 59, 103, 162 

fareine, 123 

faroinè, 101 

farzatora, 126 

fasu V. FARE 

FATICARE, 75 

fattoio, 69 

fauce, 92 

fauda, 7 

faus, 5 

fàusé, 123 

fava, 59 

fea (feya) « pecora », 8 

feda, 8 

fegu, 14 

fcmena-femene-femeno, 52 

femmenè, 98 

fcnescia « finestra », 124, 146 

fer(r)o, 33 

fera « fabbro (ferraio) », 16 

fero, 83, 85 



196 



Indice lessicale 



FERRAIO «fabbro», 77 
ferraiolo « mantello », 92 
ferrare, 117 

FERRARIO, 61 
FERRARO, 117 

ferrè, 99 

fevelà, 51 

flamba, 75, 82 

fiamma, S2, 150 

fiata, 149 

fiaure, 100 

ficatum, 157 

fiel, 33 

fiere « fiore », 76 

fiero, 33 

fierru, ferra, 147 

fi feretu, 15 

figghiu, 139 

figlia, 111 

fegliola, 1 1 1 

figliu, 139 

figu, 74 

fi], 22 

fili, 122 

filò « veglia di campagna », 37 

filu, 122. 144 

FABBRO, 56, 61, 77, 117 

fimu, 14 

finerra, 148 

FINIRE, 6, 26 

fioca « neve », 7 

FIOCCARE, 45 

fiòl, 22 

fiola, 23 

fior, 32. 33, 58 

fiore, 32, 58 

fióre, 99 

firru, 147 

fis « fuso » , 3 

fitu, 126 

fiure, 17, 101 

fiuri, 122 

fjaur, 58 

fianc, 52 

fleumè, 102 

fior, 34 

fiume, 34 

fòa, 32 

foc, 50 

focu, 129 

fog, 32 

FOGLIA DELLA VITE, 36 

fogo, 35, 50 

fògu, 14 

foichè « fico », 123 

foiié, 123 

fòjje, 99 

folde, 102 



folca. 140 

fòm, 25 

fónde, 99 

fongo, 68 

fonno « fondo », 75 

fora, 32 

fora, 32 

FORGIARO, 117, 140 

FORMENTO « lievito », 77 

fornagHo, 67 

fòusé, 123 

fra, 17 

fracchia. 77 

fradèl, 33, 51 

frade-o, 33 

fradi, 51 

fràe, 15 

frambos, 27 

framma, 160 

frammè, 102 

franseis, 52 

Frara, 58 

frate, frete, 91 

fratemé, 104 

fratere, 132 

frati, 97 

frecula. 133 

freddu, f riddi, 131 

fredo, 32 

freidu, 32 

frete, 97 

freuté, 124 

frita « frutta », 14 

frite « frati », 97 

frius, 158 

frumé, 102 

frut «bambino», 51 

fruta, 14 

fuet, 8 

fiile, 131 

film « fumo », 22 

fuma « pipa », 7 

fumila « nebbia », 11 

fumé « fumo », 97 

fumé, 14 

fumé, 130 

fumm, 122 

fumna, 7 

fu nini, 5 

fumo, 129 

fumu, 122, 129 

fuoco, 33 

fuoghu, 131 

furia « molto », 77 

furlàins, 52 

furmiga, furmig, 60 

fuz, 3 



Indice lessicale 



197 



gaddòinè, 123 

GAFIO, 115 

gallina, 123 

GAMBA, 138 

gambi « le gambe ». 5 

gamma «gamba», 74, 91, 116, 

138 
garìe, 17 
gatte, 76 
gavèm V. avere 
gea, 165 

GELARE, 4, 1 14, 124 
gemo « gomitolo », 37 
gennaio, 34 
gent, 23. 42 
gente, 23 

ggaddina, ggaddini, 114 
ggatt, 114 
gghiò. 75 
gghioenotti, 75 
ghèneru, 160 
ghiaivè « gleba », 123 
ghianda, 13 
ghiefa, 133 
ghill, 97 
ghitt. 97 
già, 75 

giaddè-geddè, 112 
giall « gallo », 50 
giamba, 52 
giancu, 23, 115 
gianda, 13, 23 
gias, 23 
giat, 24. 52 
giaun, 7 
gìazzo, 43 
giddostru, 163 
gioentù, 75 
giòg « gioco » , 5 
giovanu, 165 
giovin, 52 
gire, 124 
giuggi, 158 
giugno, 34 
giura, 89 

giuvu « giovane », 3 
glats, 43 
glesie, 49 
glezia, 52 
glianna, 115 
gliutte, 115 
goddeu, 165 
gola, 159 
gombito, 68 
gonno « altura », 155 
gora, 25 
gota, 69 
goto « bicchiere », 37 



grannc, 74 
grarè, 118 

gratèrè « gradi », 125 
gregne « covone », 126 
grendi, 15 
grignapula, 27 
guaglione, 117 
guancia, 69 
guardare, 51 
guciaro, 51 
guei « oggi », 52 
guerp, guerba, 52 
gues, 52 
gula, 159, 160 
gum V. avere 
guzele, 51 



hac « sacco », 25 

halle balline, 101 

he « testa », 52 

haurè « fiore », 112 

hemper, 43 

hera « sera », 25 

hiancu, 138 

hiatu, 138 

hiure, 138, 146 

hotrà, 25 

hu « io sono » « essi sono » v. 
essere; V. anche Presente 
ESSERE di Indice morfologico 

hul « sole », 25 

huta, 25 



ida, 25 

imbènnere, 157 

impalichì « appisolarsi », 77 

imperné, 139 

impissar « accendere », 37 

impudire, 157 

in V. Preposizioni in Indice 
Morfologico 

infiambare v. infiammare 

infiammare, 82 

insà, 16 

insime, 68 

insisamme, 17 

insita, 140 

int-cl « in » V. Preposizioni in 
Indice Morfologico 

interi « frattanto », 157 

int « in » V. Preposizioni in In- 
dice Morfologico 

inverno, 33 

invierno, 33 

ip, 97 

IRE, 145, 149 



198 



Indice lessicale 



ischire, 158 
iuba « criniera », 
iubilare, 157 



165 



jamba, 147 
janchè, 115 
jangè jenge « bianca » « bianco », 

112 
jamma, 157 
jàttèrè, 132 
janchè, 115 
Janna, 75 

jelà V. GELARE 

jènnarè «genero», 114 

jente, 75 

jentilè, 114 

jocà, 114 

jodecè, 114 

jonta, 75, 114 

jotto, 75 

jouverì, 111 

jovene, 75 

juchè « gioco » (sost.), 99 

juna, 92 

junnè, 115 

là « dare », 113 
labore, 160 
lac', 24, 32 
lacia, 62 
lader, 49 
ladiri, 164 
làguru, 139 
lait, 24, 32 
LAMA « frana », 77 
lana, 32 

lan-a, 2, 11, 32 
laore, 160 
lardia, 131 
lares, 30 
larese, 30, 50 
lari, 49 
laris, 50 
larma, 8 
LASCIARE, 61 
lassiare v. lasciare 
lat. 24 
late, 32 
late, 32 
latus, 161 

LAVANDINO, 27 
LAVARE, 11, 26 

le la « ella » v. Rafforzamento di 
pronomi in Indice Morfolo- 
gico 

lecca « scrofa », 78 

LEGGERE, 26, 160 



lecgi (sost.), 130 

legiù V. LEGGERE 

legno, 125 

lema, 25 

LEMMO, 150 

Ièna, 84 

lende « dente ,113 

lengua, 66, 91 

LENTO, 139 

lenzuogli, 85 

lesina, 148 

LEVATORE « Hevito », 61 

LEVITO, 77 

lientu, 138 
ligna, 109 
lim, 3 
limba, 160 
lince, 123 
Ungere, 165 
lingua, 66, 91 
lintu, 162 
lionè, 125 
lippe, 133 
lit, 113 
livènè, 125 
liupè, 101 
lof, 62 
loi, 113 
lorel, 45 

lori « loro » V. Pronomi perso- 
nali in Indice Morfologico 
losna, 7 

Iota « fango », 126 
lovo, 32 

lu « pergolato », 165 
luce, 57 
lucè, 98 
lucia, 98 
lucra, 153 
leucu, 124 
liim, 3 
liime, lumi, 11 

LUMIA, 150 
luna, 32, 116 
lùn-a, 32 
lun-na, 32 
lupe, 97 
ìupo, 32 
lus, 57 
lustrerà, 104 
luse, 57 

macegli, 85 
maceria, 99 
macia, 55 
MACINA, 69, 117 
macia, 34 
macramè, 16 



Indice lessicale 



199 



madre, 13 

madri « scrofa », 165 

magiustra « fragola », 27 

magna « zia », 7 

magnau, 75 

mogo, 155 

MAGRO, 159 

maiale, 69 

maidda, 150 

maila « mela », 76 

mal, 33 

màiu « marito », 12, 17 

maire, 14 

maisè, 100 

maile, 112 

maina, 12 

male « mela », 76 

male, 100 

màmmasa, 146 

man, 2, 14, 33 

MANCARE, 75 

mandè cf. mandare 
mandilu, 15 

MANGIARE, 1, 20, 100, 116 

mandésiné, 118 

mani, 97 

mania « manica », 4 

manicare « mangiare », 69 

manipula, 140 

mannu, 157 

miino, 68 

mar, 35 

MARANGONE « falegname », 37, 61 

mardi « scrofa », 165 

mare, 76 

maridhu, 131 

mariù, 17 

marlèl-martì, 59 

martello - martelli, 59 

marva, 5 

masacàn « muratore », 15 

masca, 8 

mascarpone, 26, 27 

mascherpa, 26 

masciu, 124 

màsciulu, 77 

MASTROOASCIA, 117, 150 

mat, 34 
màtreté, 104 
mattone - mattuni, 84 
mausgi, 12 
masnà, 7 
mdor, 58 

mòula « midolla », 12 
me « in » v. Preposizioni in In- 
dice Morfologico 
meddemà, 93 
meder, 74 



medicu, 75 
mègu, 12 
meir, 7 
meis, 3 

meisdabosc, 7 
meisc « mese », 84 
méisou « mèsero, scialle, da don- 
na », 16 
mèistru, 12 
méjjè, 99 

MELANGOLA, 86 

mena « picchiare », 92 

mene, 97 

meno « mano », 84 

MENTO, 61 

merco, 39 

merma, 134 

mertèri ,112 

merula, 159 

mes « mese », 28 

mese -mise, 99, 111, 128 

mese « mese », 47 

messera « stasera », 93 

mesiia, 14 

mesLira, 14 

METTERE, 67, 75, 162 

mia, mica v. Negazione in In- 
dice morfologico 

midolla, 69 

miédeche, 100 

mièdico, 75 

miei, 33 

migola « briciola », 45 

mieti cfr. mettere 

mijar mijer, 52 

milanis - milancs, 22 

minga, v. Negazione in Indice 
Morfologico 

miscimìn, 16 

miure, 101 

misar, 16 

mmelé « male », 116 

mmucche «in bocca», 110 

modìa, 131 

mogoru, 163 

moile, 100 

molto, 92 

MOLA, 61, 117 

moleta, 61 

mongo, 66 

monno, 82 

monte, 75 

morgio, 93 

more « mare », 76 

MORIRE, 116, 161 

morlos, 45 

morta, 147 

mortu - muorti, 131 



200 



Indice lessicale 



mosca, 110 

MOSTRARE, 8 

mòulé, 123 
mu-o, 33 
mua, 14 
miia, 12 
muaire, 14 
mueccu, 91 
muelè, 101 
mughiu, 134 
Mugla, 52 
muglisàins, 52 
mugugno, 15 
mul, 33 
mulo, 123 
Mun Visu, 3 
mungo, 66 
munno, 90 
munnu, 73 
munte, 75 
munzielle, 140 
muortu, 147 
mur - murs, 49 
mure, 1 10 
muri, 44, 122 
muri, 44 
muro - muri, 49 
mùr(t)s, 49 
murtu, 147 
muru, 144 
muteclu, 164 

na «una», v. Articolo in Indi- 
ce morfologico 
NACA, 126, 133, 149, 164 
nache, 130 

NARANCIO, 45 

narre, 166 
naucè, 112 
NAVICULA, 126 
'ncuire, 140 

NEGARE, 75 

nef, 22 
neif, 52 
neive, 32, 76 

nen « non », v. Negazione in In- 
dice morfologico 

neÒ, V. NEGARE 

népautè, 112 
nepo, 85 
neputé, 128 
nerbo, 66 
nere, 99, 111 
nero - niri, 83 
nèso, 84 

neve, 32, 110, 138 
nnevodhi, 131 
névoré, 132 



nèzzela, 133 

ngoldè, 102 

niaf, 52 

niervu, 124 

niof, 49, 52 

nios, 49 

nipote, 85 

nirè, 1 1 1 

niutè, 123 

nive, 109, 138 

nivi, 110 

noe', 13, 32 

noce, 129, 138 

nof, 39 

nòf, 32, 57 

nogara, 37 

nòit, 32 

noite, 13 

nonno « suocero », 61 

nora. 111, 124 

not, 34, 55 

note, 32, 55 

nòte, 13, 32 

notte, 32, 55 

NOTTOLA, 77 
novo, 32, 33, 39 
novo - novi, 49 
novu, 165 
nòvu, 11, 32 
nozzu, 165 
nsomba, 75 

-nti-nte-ntro « in », v. Preposizio- 
ni in Indice morfologico 
'ntrallazzu, 150 
nucé, 130, 138 

NUGELLA, 133 

nuche « noce », 160 
nuci, 129 

nun « non », v. Negazione in In- 
dice morfologico 
nuovo. 33, 39, 57 
nurra, 155 
nusc, 133 

nustierzu, 148, 149 
nutè, 101 
nvaud, 58 
nvod, 58 

occiover, 28 

ocio, 35, 50 

odi, 34 

òf, 49, 57 

oglo, 52 

oi, 8 

òjje, 99 

òm, 22 

ome, 112 

omo, 33, 73, 77, 98 



Indice lessicale 



201 



ont, 51 

ora, 112 

orbu, 149 

ordene - urdene, 75 

ore « oro », 130 

oreille, 5 

orda, 50 

orna, ornela, 45 

orso, 67 

ortiga, 59 

Orvito, 68 

OS, 50 

oso « OSSO », 50 

ossa, ossu, Ì37 

osso, 50 

oto, 82 

otto, 82, 98 

ovu, 98 

òvu, 11, 14 



pà, 25 
pa-o, 33 
pàder, 20 
padre, 13, 85 
padùm V. potere 
pagliao, 68 
pagni, 85 
paire, 14 

paisce, poiscè, 112 
paja, 75 
palomma, 75 
pan, 25, 33 
panata, 86 
paniche, 140 
pannedda, 134 
pàoré, 130 
para « pala », 25 
parente, 83 

PARLARE, 6, 35, 50, 51 

paroffia, 85 

parolaro « calderaio », 37 

paroloto « calderaio », 45 

parrinu, 150 

part, 43 

pastenij, 133 

paté, 85 

pàtreté, 104 

patri, 146 

pau, 151 

pcà, 58 

pcòn, 58 

pe-o, 33 

PECCARE, 82 

pecchia, 70 
peciotar, 51 
pedalini, 92 
pedde, 161 



pòde - pèdi, 83 

peder, 74 

péggè, 100 

pegno, pigne, 74 

peir, 7 

peive, 1 1 

pel, 33, 56 

pcle « piede », 113 

pelo, pije, 74 

pelle, 137 

pènneca, pennichella, 92 

PENSARE, 67, 116 

PENTIMA, 104 

per, 34 

PERDERE, 50 

pero, 34 

PESARE, 103 

pese' « chiavistello », 105 
pesce, pesci, 112 
pesciu, 15 

PESCO- PESCHio «macigno», 105 
pescòu, pescuéi « pescatore, pe- 
scatori », 15 
pet, 151 

PETACCIARO, 117 

PETERE «chiedere», 93 

petti, 77 

pettine, 33 

petto, 112 

pèzzaru, 118 

pettus, 161 

peule, 124 

pezo « peso », 74 

PIACERE, 133 

pian, 5, 13, 23 

PIANCARO, 117 

PIANGERE, 14 

piano, 13 

pianta, 115 

pianu, 160 

piassa « piazza », 7, 67 

PICA, 125 

picca « poco », 150 

pici, 129. 130 

piede, 100 

PIEGARE, 102 

pienu, 160 

piera, 33 

pierle v. parlare 

pieròn, 51 

piotano, 33 

pictté, 100, 110, 112 

piettu, 82, 85 

pije, 74 

pilu, 109, 122, 159 

piof, 45 

piotu, 77 

piovàn, 33 



202 



Indice lessicale 



PIOVERE, 102, 115 

pire, 100 

pisare « pestare », 140 

pisc', pese' « pesci -pesce », 111 

pister, 45 

pit, 91 

più, 102, 115 

piurè. 8 

pian, 50 

plandine, 102 

piane, 102 

plano, 34 

plasa, 52 

piazze, 102 

pletare, 158 

poddige, 165 

poggio, 69 

poidè, 100 

poilè, 112 

pois, 8 

polzo, 67 

POMO, 61 

pone' « tegola », 104 

pònde, 100, 110 

ponte, 110 

pontegel, 45 

PONTICO, 61 

porca, 133 

porcabru, 165 

porche, 131 

porfiello, 85 

pors, 8 

porsèl, 33 

porse-o, 33 

porta, porte, 50 

porta, puorti « la porta, le por- 
te », 111 

POTERE, 35, 44, 75, 77, 84, 105, 
161 

povr, 74 

prace « porzione di terreno », 86 

prèndere « pranzare », 158 

pranu, 160 

pranz, 74 

PRANZARE, 162 

pranzu « ramo », 140 

prarè, 132 

pràtere, 103 

PREARA, 118 

preda « mattone », 62 

PREGARE, 76 

pregontai, 164 
pregontare, 164 

PRENDERE, 101 

prenu, 160 

prestine « fornaio », 26 
prévidhu, 131 
primu, 130 



prisdema, 93 

pritu, 77 

profonno, 82 

proimè, 101 

PROVARE, 149 

priis, 7 

pua, 14 

puaire, 14 

puarte « porta », 50 

pudeje « potere », 4 

pué, 4 

pum, 7 

pule, 131 

puoco, 68 

pure', 131 

putel, puteo, 37, 45 

putela, 37 

putìn, 35 

puvriedde, 128 

puzzu « pozzo », 160 

qua « voglia », 15 

quaciu, 146 

quafauné, 101 

quanda, 147 

quandu, 124 

quane « cane », 101 

quannè, 101, 116, 124, 128 

quanno, 68, 74, 75, 91, 98 

quannu, 147 

quanta, 147 

quattraru, 140 

quelca « qualche », v. Pronomi 
indefiniti in Indice morfolo- 
gico 

quell, quij, v. Pronomi in In- 
dice morfologico 

quest - quist, v. Pronomi in In- 
dice morfologico 

qui, 61 

rà « dare », v. dare 

rabia, 14 

racina, 149 

ragano, 77 

ragia «rabbia», 14, 15 

ramarro, 69 

ramassa, 7 

rammendare, 14 

rampana, 27 

rampin, 8 

ramu, rami, 11 

Ranallo, 92 

rasòn, 33 

RATTO, 27, 61 

rava, 131 

riiva, 59 



Indice lessicale 



203 



razze, 51 
leci, 148 
rccia, 50 
redo, 69 
réisge, 12 
icite, 76 
rolla, 104 

REMOLA, 61 

rende « dente », 114 

rente, 118 

resga, 62 

rete, 99 

rg'dor, 58 

ricere « dire », v. dire 

RICORDARE, 74 
RIDERE, 101 

rifocillare, 68 

RIMETTERE, 68 
RIPIGLIARE, 74 

ri te « dito », 114 

ruié, 8 

ròa, 14 

rocchia, 133 

roda « ruota », 14, 32 

roda « ruota », 22 

romanu, 97 

ROMPERE, 116 

ronna, 130 

ròsa, ròse, 5 

roso, 50 

rosse, 110, 128 

rossa, russu, 84 

rota « rotta », 22 

ròte, 99 

rotta « grotta », 75 

rua « ruota », 4 

rua « strada », 77 

rubin, 27 

RUGA « bruco », 36, 86 

ruga « via », 77 

reggitore, 58 

rubin « acacia », 27 

ruié, 8 

rul « rovere », 4 

ruménéca, 114 

ruota, 33 

rupe « bruco », 140 

rurece, 114 

russe, 128 

riisu « ruggine », 2 

sabato, 66 
sabbato, 66 
sa « con », 77 
saicclic, 112 
sajime, 140 
sai, 56 
siil, 56 



SALTARE, 146 

sammuco, 75 

san, 11 

sandré, 125 

sandu, 124 

sant, 23 

santo, 60, 124 

santolo, santola, 37 

SAPERE, 124, 131, 139 

sarda, 114 

sarman, 51 

sarvo, 92 

sarvai « imbuto », 77 

sauiè, seule «sola, solo», 112 

saule « sole », 123 

saura, 114 

savor, 151 

saziere, 140 

sbdal, 58 

scadaur, 62 

scali, 5 

SCANNARE, 117, 149 

scarpieddu, 1 14 

scarsela, 37 

scarzuni «serpe», 150 

SCate, V. ESSERE 

sceccu, 149 

scela V. GELARE 

sciamma, 115 

scialla, scialla!, esclamazione di 

festa, 16 
sciat, 26 

sciate, V. ESSERE 

sciate, 115 

sciaurari, 149 

scifu « tegolo », 140 

Scilla, 140 

scinia, 24 

scinucchiu, 124 

sciomara, 1 1 1 

scire « andare », 124 

sciù, 17, 32 

sciume. 111 

sciuri, 146 

SCROFA, 139 

scugghia, 148 

scùr, 3 

scuru, 97 

scusai, 7, 27 

secca, sicché. 111 

SECCHIAIO, 27 

secus, 157 

seda « seta », 4 

sedòn, 51 

segondu, 74 

sei « sete », 4 

saia « sera », 32 

secche, sicché « secca, secco », 



204 



Indice lessicale 



128 
sega, 62 
selar, 4 
sèle, 84 

SÉMMOLA, 117 

sempre, 82 
sen, 11, 15 
senèr, 34 
senocio, 50 
senoli, 51 
sente « gente », 42 
sento « cento », 43 
SENTIRE, 145, 149 
sera, 32, 131 
serva « selva », 99 
serva, sirve, 1 1 1 
sèsgla, 12 
seunè, 100 
scure, 104 
sidei, 26 
siepe, 33 
siéré, 100 
sieve, 33 
signour, 52 
sima, 24, 34 
simitu, 140 
sinc, 52 
sinque, 34 
sipurcru, 92 
sira, 23 
sirboni, 165 
SIRE, 126 
sisema, 92 
smolz, 45 
smusinà, 77 
so « sorella », 15 
so « giù » , 74 
sòcerè, 99 
SOCRA, 125 
SOFFIARE, 7 

sògia, 16 

sog « gioco », 5 

sog « giogo », 34 

soite, 76 

sole, 110, 116, 129, 138, 159 

soli, 129 

sollo « soldo », 75 

solo, 123 

SORCIO, 27 

soreli « sole », 51 

soreme, 104 

SORNACARE, 86 

sosERE « alzarsi » 
soulè « sole », 123 
sòulé « solo », 123 
sovene, 52 
sovin, 50 
specchia, 126 



specchjé, 99 

SPENDERE, 75 

spera « specchio », 70 
SPINOLA, 118 
SFIZIO, 118 
SPUTARE, 4 
spuvé, V. SPUTARE 

staccione, 133 
stango, 75 
STARE, 6 

starmé, 8 

stilla, 137 

stimai « amare », 166 

stimane « settimana », 74 

stmana « settimana », 20, 58 

stòmughu, 131 

strade, 100 

streccia, 104 

strettele, 133 

strofu « cencio », 77 

strummèlé, 133 

suenu, 12, 17 

sugno, 34 

suH, 110, 159 

sùocru, 138 

surc, 5 

surdu, 122 

suriurè, 103 

suvenu, 17 

sveglio, 35 

TAMISIU, 51 
tanto, 51 

tastari « assaggiare », 149 
tauru, 139, 145 
tàvuru « toro », 139 
tegnola « pipistrello », 27 
teila, 3 

tela, 23, 110, 159 
tembe, 102 
tempus, 161 

TENERE, 20, 75, 133, 146 
tera, 33, 50, 67 
terasso, 67 
termu, 3 
terra, 33, 50 
terre, 50 
testa, 52, 148 
tettèrè, 103 
tgnosser, 58 
thento « cento », 34 
thima, 34 
thinco, 34 
tiare, 50 
tiera, 33, 52 
tila, 144, 149 

timpagne « fondo della botte », 
140 



Indice lessicale 



205 



tnì, V. TENERE 

toa, 16 

TOGLIERE, 51 

toma, 7 

tondo, 51 

topo, 69 

toppa « serratura », 70 

tor « toro », 34 

tor, V. TOGLIERE 

toro, 34 

toront, 51 

torre, 110 

tosa, toso « ragazza, ragazzo », 

37, 44 
tosàt « ragazzo », 34 
TOSTO « duro », 149 
tota « ragazza », 7 
TRIVELLO, 118 
TROIA, 139 

trop, 51 

TROVARE, 26 

tros, troi, 37 
truarìa, v. TROVARE 

TRUDDU, 126 

truiré, 8 

tumazzu, 150 

tundiri, 139 

tunna, tunnu « tonda, tondo », 

84 
turtro, 7 
turturu, 93 



uàrzine, 51 

UCCIDERE, 75 
UDIRE, 149 

ucli, 49 

ues, 50 

uf, 49 

unche (avv.) « onde », 68 

undes, 44 

iindes, 44 

ùndese, 44 

uocchiè, 1 1 1 

uómené, 103, 111 

uomo, 33, 112 

uoss, 110 

uossu, 137 

ura, 137 

urdéné, v. ordèné 

ure, 25 

urija, 5 

ute, 101 



vago « chicco, acino », 92 
vagno, 113 
vàivere « bere », 112 
vale, valina, 114 



vardar, v. guardare 

varsor, 51 

varva, 113 

vatté, 114 

vàtteré, 113 

vaucè, 112 

viiucè, 123 

vece', vice', 23 

vecchia, vecchia, 91 

vecchia, viecchiu, 90 

vecchie, 99, 1 1 1 

vecchio, 34, 35 

vecio, 35, 38 

vedo, veclu, 34, 103 

VEDERE, 77, 90, 101, 116 

vegio, 35, 38, 39 

véi, 16 

veita, 14 

vel « vitello », 4 

vena, 110, 111 

VENDERE, 6, 26, 68, 111 

VENIRE, 36, 49, 101, 162 

ventana, 104 

verde, verdi, 83 

vere « vedere », v. vedere 

vesper, 28 

veste « armadio », 26 

VESTIRE, 26 

vetchio, 35 

vetgio, 35 

vetro, vitre, 74 

ve vere « bere », 113 

vi, 25, 43 

viché, 133 

VICO, 118 

vieli, 34 

vienti, 124 

vighèri, 158 

vin, 25, 43 

vina « vena », 137 

VINCERE, 102 

VINNOLO, 149 

vinti « venti », 90 

virtò, 76 

visché, 7 

vissi « vizio », 7 

vivu, 137 

vocca, 113 

VOLERE, 44, 75, 77, 125, 139 

volta, 149 

vonne, 101 

votta, vuttè. 111 

vove, 1 1 1 

vozzu, 148 

vraccio, 113 

vrasa « bracia », 113 

vrenne, 117 

vrità, 14 



206 Indice lessicale 



vruolo, 113 zappo, 92 

vucca, 109 zéa, 165 

vuci, 109, 137 zìppiri «rosmarino», 155 

vuei «oggi», 51 zoca «fune», 133 

vunde, 51 zompare, 145 

vuté, 115 zopp, zupp, 131 

vuvè, 99 zurru, 104 



N. B. Le varie forme verbali sono state riportate all'infinito, che viene 
scritto in maiuscoletto. 



INDICE GENERALE 



Introduzione v 

Indice delle abbreviazioni viii 

Bibliografia ix 

Piemonte 1 

Liguria 10 

Lombardia 20 

Veneto 30 

Trentino - Alto Adige 41 

Friuli-Venezia Giulia 48 

Emilia - Romagna 54 

Toscana 64 

Marche 72 

Umbria 80 

Lazio 87 

Abruzzo - Molise 95 

Campania 107 

Puglia 120 

Basilicata 128 

Calabria 135 

Sicilia 143 

Sardegna 154 

Indice dei nomi geografici 171 

Indice fonetico 176 

Indice morfologico 186 

Indice lessicale 191 

Tavole 209 



TAVOLE 



Avvertenza 

Nelle cartine i tipi sono classificati unicamente in base al 
fenomeno preso in esame. 

Le parti bianche stanno ad indicare mancanza di testimo- 
nianze precise dell'Atlante Italo-Svizzero nelle zone di confine 
linguistico relativamente al fatto fonetico in questione. 



CENTO (DALLA CARTA AlS 304) 



tipo cento 



tipo zento h;:;- 



' -, Ì\ tipo sento (hent' >> 
tipo thento 



tipo sciento [ Mi [il 
tipo kento ^ 




Fig. I. Palatalizzazione e assibilazione di e davanti a E, \. 



LATTE (DALLA CARTA AlS 1199) 




\^ 



Fig. 2. Esito del nesso latino ct. 




Fig. 3 . Sviluppo del nesso cl. 




rig. 4. Sviluppo del nesso pl. 



CRUDO (DALLA CARTA AlS 992) 



tipo crudo 



tipo erodo |!»I«!«l| 
tipo crido ^^^1 




Fig. 5. Sviluppo di u in u nell'Italia settentrionale. 



FILARE (DALLA CARTA AlS 1500) 



tipo filare 




Fig. 6. Passaggio di a in a, e nell'Italia settentrionale (solo 
negli infiniti della ì" coniugazione per la zona pie- 
montese) . 



HAI CAPITO 


J:^^ 


-^ 


\ ài ha^i^o 1 j 

V j ài (h)apito H^H 
r^ ài capito 1 1 


H,^jv/ ^^^Ji 




6-7 È^ 


1 è cavid Hm II 


V^r^^W 






ài gabito (-gatìiab) }f\'/;l^ 


:■ 




à , 


h\ 




^ !::•:( 




^f 


• 




1^ 


S>/A 


* » 


• 
cr-) 


V 


v^ 



Fig. 7 Spirantizzazione e sonorizzazione di e. T, p inter- 
vocali in Toscana. 



ROTONDO (DALLA CARTA AlS 1581) 



tipo (ro)tondo 
tipo (ro)tonno 




Fig. 8. Assimilaziune dei nessi nd. mb nell'I tulio centro- 
meridionale. 



Vocalismo 
panromanzo 

(Italia settentrio- 
nale, centrale: 
parzialmente 
Italia meridio- 
nale) 



I I e e a o u ù 
e e a o o u 



e a 
e e 



Vocalismo 
sardo 

(Sardegna, "zo- 
na Lausberg' ) 



Vocalismo 
siciliano 

(Sicilia, Salente; 
parzialmente 
Calabria e Ci- 
lento) 



e a 
e e 



Vocalismo 
asimmetrico 

(parzialmente 
Lucania) 



Vocalismo 
di transizione 

(parzialmente 
Puglia, Lucania, 
Cilento) 



e e 

I, 

e 



o 

/ 
o 



\/ \/ 



é^^K' 



Fig. 9. Schema dei tipi fondamentali di vocalismo (sul ter- 
ritorio italiano) nel passaggio dal latino ai dialetti. 




Stampato nel mese di giugno 1972 
dalle Officine Grafiche Firenze 
per conto di G C. Sansoni S.p.A. 



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Sansoni Università 



« Nessuna regione italiana ha avuto 
una storia linguistica unitaria. 
Nessuna storia regionale può fare 
a meno delle esperienze linguistiche 
del suo territorio ». Sulla base di questa 
formulazione, il libro acquista la sua 
individualità nel campo della 
dialettologia italiana: per la prima volta 
i problemi sono stati affrontati in una 
visione che è rigorosamente legata 
ai confini amministrativi regionali, ma 
che, allo stesso tempo, si compone 
nella solida struttura di un quadro 
d'insieme. E, in questo quadro, una 
prospettiva storica di duemila anni 
serve da sfondo alla vita delle nostre 
parlate attuali. 



University of California Library 
Los Angeles 

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